Gli ecosistemi

Il lupo tra mito e realtà-Intervista a Davide Celli

Cosa sappiamo davvero sulle scomparse dei gatti sull’Appennino e il ruolo attribuito ai lupi

di Antìgene

Negli ultimi anni, sul web e nei gruppi di quartiere, circolano sempre più spesso racconti drammatici di gatti domestici scomparsi o ritrovati uccisi nelle aree boschive dell’Appennino. La spiegazione più ricorrente è quasi sempre la stessa: i lupi, tornati a occupare un ruolo centrale nella fauna italiana dopo decenni di declino. Eppure, se si osservano i fatti con un minimo di distacco critico, questa narrazione presenta crepe difficili da ignorare.

Partiamo da un dato di base. Il lupo italiano (Canis lupus italicus) è una specie protetta da normative nazionali ed europee e la sua presenza negli Appennini si è consolidata nel corso dei decenni grazie a politiche di tutela e gestione. Questo, tuttavia, non significa che il lupo si sia trasformato in un predatore “urbano”, in costante agguato di gatti dietro ogni siepe. Le ricerche zoologiche condotte su scala nazionale ed europea mostrano con chiarezza che la sua dieta è composta prevalentemente da ungulati selvatici, come cervi e caprioli, con variazioni legate alla disponibilità di prede nei diversi contesti ambientali. La predazione di piccoli animali domestici può verificarsi nelle aree di contatto con l’uomo, ma non rappresenta la principale fonte di nutrimento di un grande carnivoro all’apice della catena alimentare.

Le testimonianze di gatti spariti o rinvenuti mutilati, se prese alla lettera, suscitano comprensibile emotività. Tuttavia, un approccio serio al problema impone alcune domande fondamentali: esistono dati verificabili? Chi ha stabilito con certezza che il responsabile sia stato un lupo e non un cane randagio, un altro predatore o un evento accidentale? In diverse regioni italiane, casi di predazione su animali domestici sono stati attribuiti a lupi o a presunte ibridazioni con cani, ma molto spesso queste segnalazioni non sono supportate da analisi scientifiche sistematiche né da test genetici sulle tracce biologiche.

Un ulteriore elemento critico riguarda il contesto comunicativo. Organizzazioni venatorie e alcune associazioni agricole diffondono periodicamente numeri sulle predazioni, ma tali dati andrebbero valutati con estrema cautela. Le modalità di raccolta possono essere incomplete, metodologicamente incoerenti o basate su segnalazioni non verificate. In regioni come la Liguria, ad esempio, cronache giornalistiche hanno attribuito diversi episodi ai lupi, mentre fonti ufficiali segnalano parallelamente casi di bracconaggio ai danni degli stessi lupi, contribuendo a rendere il quadro ancora più confuso.

Non va poi trascurato il fatto che molte altre cause di morte dei gatti – incidenti stradali, malattie, combattimenti territoriali, predazione da parte di rapaci o di canidi non lupini – restano spesso invisibili o non documentate. L’attenzione mediatica tende invece a concentrarsi sulla narrazione più immediata e emotivamente efficace: quella del “lupo cattivo”. Senza indagini rigorose sulle carcasse e sulle tracce presenti sul luogo, stabilire con certezza la dinamica di ogni singolo episodio è semplicemente impossibile.

C’è infine un aspetto più profondo e preoccupante. La costruzione del lupo come capro espiatorio alimenta tensioni sociali, paure collettive e istinti di vendetta, con conseguenze concrete sulla convivenza tra esseri umani e fauna selvatica. Studi e monitoraggi nazionali mostrano che ogni anno in Italia vengono rinvenuti centinaia di lupi morti per cause legate all’attività umana: investimenti stradali, bracconaggio, avvelenamenti. Episodi che spesso non producono conseguenze rilevanti, ma che raccontano molto di più di qualsiasi leggenda sulla presunta “emergenza lupo”.

Intervista a Davide Celli
Davide Celli

Davide Celli (Bologna, 18 gennaio 1967), è un attore, fumettista e politico italiano. Scoperto da Roberto Faenza, esordisce giovanissimo al cinema e diventa noto con film come Una gita scolastica (1983) e Festa di laurea (1985) diretti dai fratelli Avati,è impegnato da anni nei movimenti ecologisti, ha aderito ai Verdi, è stato consigliere comunale a Bologna (2004-2009) e nel 2021 si è candidato alle elezioni comunali nella lista Europa Verde.

Quando si attribuisce la scomparsa o l’uccisione di gatti ai lupi, quali sono le fonti concrete su cui ci si basa? Esistono dati verificati o si tratta prevalentemente di segnalazioni aneddotiche?
La predazione di gatti da parte del lupo è possibile, ma estremamente rara.
Gli studi scientifici basati sull’analisi delle carcasse di lupi o delle loro feci hanno individuato resti di gatto in circa il 2% dei casi, e anche in queste circostanze non è possibile stabilire con certezza se si tratti di una vera predazione o di consumo di carcasse.
Il lupo è anche uno spazzino e può nutrirsi di animali già morti, compresi gatti investiti dalle auto, che ogni anno sono numerosi. La teoria del foraggiamento ottimale ci insegna che un predatore sceglie prede che comportano un basso dispendio energetico e un rischio minimo. Un gatto adulto è agile, reattivo e potenzialmente pericoloso: un lupo che perdesse un occhio durante una predazione sarebbe destinato a morire. A differenza di un cane, non può tornare “dal padrone” per farsi curare.
In sintesi: la predazione del gatto da parte del lupo può avvenire, ma è un evento raro e statisticamente marginale.
Quanti dei casi citati nei media sono stati realmente analizzati con criteri scientifici, come esami delle carcasse, analisi delle ferite o test genetici sulle tracce biologiche?
Praticamente nessuno.
Quando sui giornali viene annunciato il ritrovamento di una carcassa, che si tratti di un gatto, di una pecora o di una capra, quasi mai si procede con verifiche scientifiche. Non vengono effettuate analisi del DNA per stabilire se il predatore sia un lupo, un cane o un altro animale.
Al contrario, le ricerche scientifiche sull’alimentazione del lupo sono molto chiare. In Italia sono stati condotti circa quaranta studi: i risultati mostrano che il lupo si nutre per il 59% di cinghiali, per circa il 20% di caprioli e solo per il 5% di bestiame. Il resto della dieta comprende roditori, frutta e carcasse.
Solo in quattro di questi studi sono stati rinvenuti resti di gatto, sempre in percentuali inferiori all’2% dei campioni. Anche in questi casi non è possibile stabilire se il gatto sia stato predato o consumato dopo la morte.
Attribuire ai lupi i cosiddetti “vortici di sparizione” dei gatti, per i quali non si trovano mai resti né tracce biologiche, non ha quindi alcun fondamento scientifico.
Un caso recente è emblematico: un allevatore ha denunciato un’aggressione attribuita a un lupo, ma quando i Carabinieri Forestali sono intervenuti per effettuare i campionamenti genetici non è stato loro consentito di accedere all’area. Questo episodio mostra quanto spesso, dietro la narrazione dell’“emergenza lupo”, si nascondano dinamiche opache, che includono anche l’uso improprio di cani lupo cecoslovacchi per alimentare video virali e paure collettive.
In che modo si distingue sul campo una predazione di lupo da quella di cani randagi, cani inselvatichiti o altri predatori? E quanto spesso questa distinzione viene data per scontata?
La distinzione non è semplice, ma esistono criteri chiari.
L’analisi delle feci, ad esempio, non è sempre risolutiva, perché l’animale potrebbe essere stato consumato da morto. In generale, le feci di lupo sono più grandi e contengono grandi quantità di peli e ossa.
Per quanto riguarda i resti di un gatto predato, nel caso dei cani il corpo si presenta spesso diviso in due parti, con tracce di sangue e peli concentrate in un’area circoscritta. Il cane uccide scuotendo violentemente la preda, spezzando la colonna vertebrale.
Il lupo, invece, tende a spostare la preda in un luogo più appartato per consumarla con calma. Anche in questo caso dovrebbero essere presenti tracce evidenti: sangue, peli, segni di trascinamento. Tuttavia, nei luoghi dove si registrano sparizioni di massa di gatti, questi elementi sono quasi sempre assenti.
La distinzione viene molto spesso data per scontata, senza alcuna verifica.
Ritieni che i media locali e i social amplifichino una narrazione semplificata del “lupo responsabile”?
Senza dubbio.
L’essere umano, nella sua storia evolutiva, è stato a lungo una preda. La sua ascesa a predatore è stata culturale, non biologica. La presenza del lupo riattiva paure ancestrali, irrazionali, che prescindono dai dati reali.
Chi si ferma a ragionare comprende che non bisogna avere paura del lupo: statisticamente è infinitamente più probabile morire per una caduta accidentale che per l’attacco di un grande carnivoro, lupo o orso che sia. Ma la narrazione mediatica punta sull’emotività, non sulla razionalità, e questo ha effetti profondi sulla percezione collettiva.
Quanto è corretto parlare di “predazione” nel caso dei gatti domestici lasciati liberi in aree rurali o boschive? Non esiste anche un problema di gestione e responsabilità umana?
Ho frequentato la montagna per tutta la vita e per anni ho gestito una colonia felina nel giardino di casa di mia madre.
I gatti adulti morivano per molte cause, ma raramente per predazione. I gattini fino ai quattro mesi venivano spesso predati dai rapaci; più raramente da volpi o tassi, e quasi esclusivamente in caso di abbandono materno. I gatti anziani potevano essere vittime di cani vaganti o semi-custoditi.
L’attuale aumento delle sparizioni in ambito montano è invece legato in larga parte al bracconaggio. Con la quasi scomparsa delle lepri selvatiche, molti bracconieri si accaniscono sui gatti. Il gatto è diventato un bersaglio simbolico: rappresenta gli animalisti, percepiti come nemici storici del mondo venatorio, ed è stato dipinto come distruttore di fauna.
Attorno a questa narrazione si aggregano soggetti che, per motivi ideologici o personali, nutrono un odio profondo verso gli animali.
Credi che il lupo venga usato come capro espiatorio per spiegare fenomeni più complessi?
Sì, come molti altri animali.
Le nutrie “distruggono gli argini”, i cormorani “rubano il pesce”, le volpi “mangiano le galline”. Il lupo, però, viene perseguitato con maggiore intensità perché rappresenta il predatore autentico, libero, non addomesticabile.
La sua indipendenza, in contrasto con la sudditanza del cane, mette l’uomo di fronte ai propri limiti. Il lupo sfugge alla dominazione antropocentrica. È libero. L’uomo, invece, è spesso prigioniero dei propri sistemi economici e culturali.
Il racconto che ho costruito negli anni nasce dall’analisi di numerosi casi reali. Ogni sequenza è supportata da fotografie, analisi di laboratorio, test del DNA, articoli di stampa e materiali provenienti da gruppi che rivendicano apertamente lo sterminio dei gatti.
Dietro molte sparizioni si muovono gruppi organizzati che utilizzano cani lupo cecoslovacchi addestrati. Video a bassa risoluzione vengono diffusi per alimentare la paura del lupo e l’idea di una natura “fuori controllo” da riportare all’ordine.
In questo clima prende forma la figura del “contractor faunistico”, un regolatore armato, spesso senza una formazione adeguata. In Francia, ad esempio, ai pastori viene concesso il porto d’armi su semplice richiesta. La caccia al “mostro” diventa così un cavallo di Troia che legittima la diffusione delle armi e apre la strada a nuove forme di violenza contro lupi, orsi e, domani, chissà chi altro.