Le persone

Come il traffico di droga rimescola i conti delle nostre città

Il denaro della droga, il riciclaggio urbano e le città che pagano il conto

di Antìgene

Il mercato della droga non è soltanto vicoli, pusher e telegiornali alle 20. È soprattutto un flusso di denaro enorme, fluido e sempre in cerca di terraferma. Denaro che parte dai paesi di origine, viaggia attraverso rotte complesse, ingrassa economie criminali e poi cerca rifugio in settori “rispettabili”come l’edilizia, la ristorazione, gli immobili di pregio, le imprese di trasporto. È una macchina che crea reddito dove non dovrebbe, indebolisce il tessuto economico e trasforma le città in mercati ibridi dove i confini tra lecito e illecito diventano sempre più sfumati. I numeri indicano una crescita nel consumo e una maggiore disponibilità delle sostanze. Il World Drug Report e il rapporto europeo dell’EMCDDA mostrano mercati in grande espansione e frammentazione, con molte nuove aree di produzione e nuove modalità di distribuzione. In Italia, i dati ufficiali evidenziano un mercato dai numeri impressionanti: stime recenti hanno valutato il mercato italiano della droga attorno a decine di miliardi di euro (circa €16,4 miliardi nel 2022, secondo stime riferite dalle autorità e raccolte da agenzie internazionali). A segnalarlo non sono solo i sequestri cresciuti in quantità di tonnellate e tipi di sostanze nel 2023, ma anche gli schemi di consumo, con le percentuali di uso giovanile in costante crescita e l’età della prima esperienza in rapido calo.

Il tabù dell’indotto economico

Il denaro sporco cerca investimenti che lo rendano pulito. Attività che generino contante, giustifichino flussi e giustappongano utili reali a fondi di origine illecita. Edilizia, ristorazione, immobiliare, logistica, piccoli commerci, settori ricchi di transazioni in contanti, fatturati e variabili. Ma sulla “portata” dell’infiltrazione economica si sorvola. Si preferisce raccontare l’impatto dello spaccio in termini di ordine pubblico o di devianza sociale, si omette di evidenziare come l’economia del riciclaggio sia divenuta parte rilevante del PIL locale, non dichiarato, non tassato, ma capace di sostenere catene di fornitura, posti di lavoro e sfere di influenza. Questo rende il proibizionismo lo strumento più efficace per le narcomafie. E toccare l’aspetto economico significa nominare imprenditori compiacenti, operatori finanziari complici, e amministrazioni locali che chiudono occhio dopo occhio. Non è facile o conveniente e quindi nessuno lo fa.

Edilizia e ristorazione gli habitat preferiti

Perché l’edilizia? Perché i cantieri permettono superfatturati, subappalti, complicità tra operatori, prestanome e società veicolo. Case, palazzi e piazze non sono solo metri cubi: sono biglietti di ingresso nell’economia “pulita”. In un settore già vulnerabile perché i valori dei progetti sono alti e la tracciabilità dei flussi è carente. Molti rapporti europei e internazionali evidenziano frequenti casi di reinvestimento di capitali illeciti nel real estate e nella costruzione. La ristorazione e l’intrattenimento sono perfetti per il resto: incasso in contanti, stagionalità, difficoltà di verificare ricavi reali. Non è raro trovare sequestri e confische che vedono locali, catene e bar al centro di indagini su riciclaggio. Anche a Bologna, operazioni della Guardia di Finanza hanno portato a sequestri legati a proventi della criminalità, con attività di ristorazione coinvolte. Quando l’economia nera compra un locale, compra anche reputazione, visibilità e una piattaforma per “normalizzare” i soldi.

Gli effetti sull’economia “sana”

L’effetto perverso è duplice. Sul breve termine il territorio “guadagna”: aperture di locali, cantieri, posti che sembrano lavoro-regolare. Sul medio-lungo termine, però, quella massa di denaro altera il mercato, le imprese oneste non possono competere con chi reinveste soldi non tassati e può permettersi offerte al ribasso e/o azioni predatorie. Gli investimenti di origine illecita gonfiano i prezzi, rendendo difficile l’accesso alla casa per i residenti e favoriscono processi di degrado programmato. I ricavi non dichiarati sottraggono risorse alle casse pubbliche, indebolendo servizi e manutenzioni che rendono le città vivibili. Queste dinamiche convergono in una forma di impoverimento collettivo difficile da misurare nei numeri ufficiali: si tratta di fragilità sociale e economica che poi emergono come insicurezza urbana, servizi pubblici messi sotto stress e minor investimento pubblico a lungo termine.

Perché se ne parla poco

Parlarne significa mettere in crisi narrative semplici: non basta arrestare qualche corriere per risolvere l’economia che si è costruita intorno alla droga. Significa riconoscere il fallimento delle politiche proibizioniste, ripensare le normative sull’antiriciclaggio, sulla trasparenza societaria, politiche fiscali e di sostegno per evitare che il mercato sia predato come sta avvenendo.

Ordine pubblico o economia politica?

Il traffico di droga è un fenomeno criminale, ma è anche un fenomeno economico. Ignorare questa dimensione significa lasciare il terreno libero a rami d’impresa che prosperano nell’ombra. Perché finché il denaro sporco troverà porti sicuri nelle imprese e negli appalti, la città continueranno a pagare il conto con meno servizi, case più care e un tessuto sociale più debole. E per una qualsiasi città che si crede viva, è un costo che non ci si può più permettere di nascondere.