Le persone

Bologna, la riduzione del danno e il giallo delle 300 pipette

Riduzione del danno come annuncio, tra marketing urbano, oblio programmato e città vetrina

Ma quelle trecento pipette per crack come nuovo segno di avanzamento civile, che fine hanno fatto? Nessuna traccia di una comunicazione ufficiale, nessun comunicato di stop né di avvio, nessun aggiornamento dei dati pubblici. La distribuzione è continuata? È stata sospesa? Non si sa. Che margine di esistenza ha una notizia che balza all’onore delle cronache prima di svanire completamente dal radar della memoria? Certo la propaganda conta sempre sull’oblio. Bologna, città delle narrazioni fulminanti, per un attimo era tornata ad essere la capitale italiana della riduzione del danno ma solo performativa. In genere quando non si sa più niente, è perché l’opera vera era l’annuncio e non ciò che veniva annunciato. Ad agosto, come il lancio di un prodotto hi-tech: conferenze stampa, trasmissioni televisive, titoli, e servizi nel segno solenne dell’innovazione sociale. E dopo il climax dell’esposizione mediatica con gli editorialisti in apnea e i talk show mattutini in fibrillazione, come si è dissolto il dibattito si è evaporato anche l’oggetto… In quel breve ed effimero momento di riduzione del danno in versione instagrammabile. Perché nella persistenza reale dei fatti invece abbiamo servizi in fase di dismissione a fronte di un emergenza sempre più incessante. Lo raccontano anche le interviste.

Intanto, nelle stesse strade, si fruga nei cestini – sempre più rari – in cerca di una lattina da adattare. E’ il territorio reale, scomodo che non è più ri-entrato nel frame.

La distribuzione controllata di 300 pipe sterili per ridurre ustioni, infezioni, contaminazioni sarebbe stato solo uno strumento banale di salute pubblica che avrebbe consentito un risparmio netto in termini di costi sanitari, interventi d’emergenza e carico dei servizi pubblici, senza produrre alcun incentivo al consumo, ma rompendo l’equazione tossica tra proibizionismo, stigma e profitto criminale. Prima su piccola scala e poi possibilmente su una più ampia. Perché, a fare seriamente ciò che si era annunciato sarebbero servite altre cose. Cose che in foto, in render, in hashtag in post o in reel uscivano male. Del resto tutto ciò che non produce visibilità immediata anche se serve è sacrificabile. Bastava un gesto abbastanza audace da attirare l’elettorato progressista, ma così fragile e reversibile da non turbare quello conservatore. Avanguardia a parole e moderazione nei fatti. Le pipette, invece, davano l’illusione di risolvere senza toccare i conflitti veri: povertà, emarginazione, consumo in strada, mancanza di cura.

La verità, non detta perché poco fotogenica, è semplice:

No non si stava provando una strategia sanitaria, si stava testando una strategia comunicativa. Trecento pipette non erano un programma: erano in annuncio. E così la città che corre per diventare Smart City, Capitale del Cibo, del Museo Diffuso, della Rigenerazione Urbana, è diventata per un pomeriggio anche capitale della riduzione del danno performativa. Un titolo come un altro. Una medaglia da esporre. Fino all’aggiornamento successivo.

Conclusione: la scena finale

Ci resterà una strana immagine: da un lato, i render scintillanti dei comunicati e la certezza di essere “all’avanguardia”; dall’altro, le vie dove i consumi avvengono come sempre, tra cantieri, panchine rimosse e cestini aboliti. La città continua a rassicurarsi con annunci e dispositivi simbolici.
Trecento pipette mai apparse diventano la metafora perfetta: non servono per ridurre il danno, servono per ridurre il dibattito. Bastava l’idea di “farlo”. Bastava l’annuncio. Il resto è solo render.