Dal Camping al Glamping passando dall’“I Care” all’ “I don’t care”
Appunti su come si decide a Bologna il destino del verde urbano
“I Care” è stato uno slogan elettorale del Partito Democratico. Oggi suona come un reperto archeologico. Molto più attuale, e decisamente più aderente alla realtà delle scelte urbanistiche, è “I don’t care”. Uno slogan non dichiarato, ma praticato con costanza. Non solo dal PD, ma dai decisori pubblici in generale. Il riferimento è al progetto di trasformazione del Centro Turistico Città di Bologna, che da campeggio in area agricola e rurale dovrebbe diventare un “glamping”, ovvero un campeggio di lusso, completo di palestra, centro benessere, SPA, sala conferenze, ristorante ampliato, solarium ingrandito e altri servizi ad alta intensità edilizia. Il tutto reso possibile da una variante urbanistica che riclassifica l’area da agricola a urbana. Un passaggio tutt’altro che neutro, perché apre la strada a futuri aumenti di superficie edificabile.
Un’eccezione che fa scuola
Il progetto è stato presentato giovedì 22 gennaio in una commissione aperta al pubblico presso il Quartiere San Donato, dopo l’approvazione del Quartiere Navile, ed è ora in fase di approvazione a livello di Città Metropolitana. Alla presentazione erano presenti l’assessore Raffaele Laudani e il dirigente tecnico Davide Fornalè. La partecipazione è stata alta, in presenza e online, segno che il tema non è marginale.
Non potrebbe esserlo, visto che l’area interessata si colloca nel cuneo verde agricolo vicino al Parco Nord, comprende un bosco ad alto fusto e ricade in parte in una zona tutelata entro 150 metri da un corso d’acqua, il vecchio Savena Abbandonato. Un’area che svolge anche la funzione di corridoio ecologico e che, secondo la pianificazione comunale, dovrebbe restare agricola.
E invece no. Per questo progetto si fa un’eccezione. Un’eccezione che, come spesso accade, rischia di diventare un precedente per altre richieste analoghe da parte di privati.
Partecipazione respinta al mittente
Durante la commissione, cittadini, associazioni, comitati e persino la presidente della Consulta del Verde hanno sollevato domande puntuali e criticità rilevanti. Tutte, senza eccezione, sono state rimbalzate.
Le Consulte del Verde e “Animali e Habitat” non sono state coinvolte perché, viene detto, siamo ancora in una fase preliminare. Una fase preliminare che però prevede già l’approvazione dei quartieri e della Città Metropolitana. Le criticità ambientali vengono liquidate come “dettagli” da rimandare alla fase di progetto esecutivo. Oppure come questioni già risolte, perché “approvate dalla Soprintendenza”.
Il messaggio è chiaro: il progetto si fa. Le domande possono aspettare. O meglio, possono non trovare risposta.
I dettagli che non contano mai
Eppure i dettagli, quelli che non contano mai, sono piuttosto consistenti.
Che cosa succede, ad esempio, in caso di esondazione del Savena Abbandonato? I turisti che dormiranno nelle casette del glamping, collocate nel bosco a valle del corso d’acqua, chi li tutela? Di chi sarà la responsabilità?
Viene poi autorizzata l’impermeabilizzazione di una porzione in area protetta per realizzare:
- il solarium della piscina, che passa da 432 a 881 mq, anch’essa in area tutelata;
- un numero indefinito di campi da padel impermeabili;
- un numero variabile, “in base alla richiesta del mercato”, di mobile home complete di soggiorno, cucina, bagno, veranda e pedana.
Strutture che richiedono scavi, fognature, sottoservizi, in mezzo agli alberi. Con danni evidenti alle radici, alla stabilità e alla salute del bosco. Ma non importa: “la Soprintendenza ha già approvato”.
“I don’t care”, appunto.
Il miracolo dell’edilizia sostenibile
Il progetto viene presentato come bello, ben fatto, green, glam. Non perdiamoci nei dettagli. Dettagli come l’aumento di circa 900 mq di superficie edificata per:
- centro sportivo, palestra e SPA;
- sale polifunzionali e sala conferenze;
- ristorante e bar ampliati;
- nuovo padiglione reception;
- nuovi magazzini e depositi;
- cabina elettrica;
- ampliamento del solarium in area tutelata;
- secondo ingresso carrabile a nord.
Il tutto, incredibilmente, con una riduzione dell’impermeabilizzazione del suolo. Alla richiesta di spiegazioni, l’unica risposta fornita è stata: “così è scritto nel progetto”. Quindi è vero. Bisogna fidarsi.
Decidere senza ascoltare
Da un processo decisionale democratico ci si aspetterebbe qualcosa di diverso. Trasparenza, confronto reale, risposte nel merito. Se questi sono i metodi, non sorprende che i risultati siano spesso mediocri, quando non dannosi.
E non sorprendiamoci se, continuando così, prepariamo il terreno per futuri disastri ambientali, trasformando pezzi di verde in aree edificabili, una variante alla volta. Sempre senza perderci nei dettagli.