La cosmetica della “Riforma dei Quartieri”
La riforma dei quartieri di Bologna promette più democrazia e consegna un nuovo organismo senza potere, aperto per pochi giorni e ignoto ai più
Il Comune di Bologna annuncia di aver avviato una “riforma dei quartieri”.
Lo fa, va detto subito, attraverso canali già interni al Comune, cioè parlando soprattutto con chi è già dentro il circuito informativo istituzionale. Non esattamente la “stragrande maggioranza” di cittadini e cittadine, ma una minoranza qualificata, selezionata più per prossimità che per partecipazione. L’obiettivo dichiarato è nobile: aumentare la partecipazione della cittadinanza alla vita della città. Del resto, con consigli di quartiere che contano poco o nulla, un calo costante dell’affluenza elettorale e una distanza crescente tra amministrazione e territorio, qualcosa bisognava pur inventarsi. E infatti si è inventato.
I quartieri contano poco, ma partecipano moltissimo (in teoria)
I consigli di quartiere, oggi, sono organismi deboli. Anche quando decidono autonomamente, la giunta può cambiarne gli indirizzi senza troppi problemi. Il risultato è che svolgono soprattutto una funzione di cinghia di trasmissione: portano verso il basso decisioni già prese altrove. In questo contesto, una riforma che voglia definirsi “progressista” dovrebbe partire da qui: rafforzare il potere dei quartieri, ampliarli, renderli più rappresentativi, più autonomi, più incisivi. Invece no.
La riforma affidata a un soggetto privato
La riforma dei quartieri viene affidata alla Fondazione Innovazione Urbana, che è bene ricordarlo non è un ente pubblico, ma un soggetto privato. Già questo basterebbe a sollevare qualche sopracciglio: la partecipazione democratica come progetto esternalizzato. La Fondazione, nella figura della delegata del sindaco alla riforma dei quartieri, produce un documento che spiega quanto sia importante la partecipazione attiva. La soluzione individuata è semplice e leggera come una piuma: i Gruppi Territoriali di Quartiere. Cosa sono? Gruppi di cittadini e cittadine che individuano problemi, pongono questioni e le riportano al Consiglio di Quartiere. Che poi può tranquillamente essere smentito dalla giunta.
Partecipare senza decidere: l’innovazione
I Gruppi Territoriali non hanno alcun potere decisionale, né consultivo, né vincolante. Non decidono, non deliberano, non incidono. Segnalano. Raccontano. Suggeriscono. È una riforma che aggiunge un nuovo livello senza potere sopra strutture che già ne hanno poco. Un perfetto esempio di partecipazione ornamentale.
La grande presentazione (senza i quartieri)
Il 15 dicembre la riforma viene presentata nella Sala Tassinari a Palazzo d’Accursio. L’evento è discretamente partecipato. C’è persino un comitato scientifico, composto da docenti universitari che spaziano tra i testi di Dossetti, sociologia, psicologia. Molto mondo, poca città. Alla fine, quando arrivano le domande, gli esperti se ne sono già andati.
E soprattutto: non ci sono i presidenti di quartiere, se non uno o due di passaggio. Non ci sono consiglieri di quartiere. Si parla di quartieri senza i quartieri.
Iscrizioni aperte… per pochissimo
Viene annunciato che dal giorno dopo sono aperte le iscrizioni ai Gruppi Territoriali tramite il sito del Comune, nella sezione “Partecipa”. Nessuna scadenza dichiarata. Nessun numero chiuso annunciato. Le iscrizioni partono sotto le feste. Vacanze, ferie, Natale, Capodanno.
L’8 gennaio viene già convocata una prima assemblea plenaria di “formazione”. Metodo classico della Fondazione: gruppetti, facilitatori, restituzione mediata. La sintesi finale, ovviamente, la fa la delegata del Sindaco. Questa volta ci sono anche molti consiglieri di quartiere. Si sono iscritti anche loro.
Il colpo di scena: iscrizioni chiuse
Il 24 gennaio arriva la sorpresa: le iscrizioni sono chiuse.
Numero chiuso. Fine. Nessuna comunicazione preventiva. Nessuna spiegazione pubblica. Nessuna previsione iniziale lo indicava. Nemmeno le commissioni dei consigli di quartiere funzionano così. Se domani una cittadina si trasferisce in un quartiere, non potrà partecipare al Gruppo Territoriale. La partecipazione, a Bologna, ha una finestra temporale. Se la perdi, pazienza.
Partecipazione rapida, raccontabile, spendibile
La fretta è evidente. Gli incontri di quartiere vengono convocati subito. Tutto pulsa verso un obiettivo chiaro: poter raccontare elettoralmente l’ennesima storia sulla partecipazione. Pochissimi informati. Pochissimi iscritti. La stragrande maggioranza dei cittadini ignara. Nessuna campagna informativa sui giornali. Nessuna vera comunicazione pubblica. Solo canali interni, mailing list, cerchie ristrette.
Alla faccia della partecipazione.
Conclusione: una riforma che riforma poco
Questa non è una riforma dei quartieri. È un’aggiunta cosmetica a un sistema già debole. Un’operazione che produce narrazione, non potere. Coinvolgimento apparente, non democrazia. La partecipazione vera è lenta, conflittuale, aperta, disordinata. Questa invece è rapida, chiusa, facilitata e a numero limitato.
Più che una riforma dei quartieri, sembra una riforma del racconto.
E Bologna, ancora una volta, partecipa soprattutto come pubblico.