Città 30

Come sbattere forte andando piano

di Hansy Lumen

Città 30 nasce con le migliori intenzioni: meno lamiere contorte, meno clacson isterici, più pedoni e ciclisti ancora vivi. Anche il TAR, in fondo, ha detto: benissimo.
Poi però ha aggiunto: no.

Non perché Città 30 sia cattiva in sé, ma perché l’Amministrazione comunale ha preferito, ancora una volta, la scorciatoia dell’urbanistica emozionale alla solidità giuridica. Bastava un’ordinanza. Un tassello da aggiungere al grande mosaico virtuale della Città Progressista. Qualcosa che scaldi il petto, che faccia immagine, che regga più conferenza stampa.

Il problema è che il TAR non si scalda. Non vibra. Non applaude. Non condivide su Instagram. Il TAR legge. E sottolinea.

Così scopriamo che Città 30, più che una misura strutturata, era una poesia urbana stampata su carta intestata, con la presunzione che nessuno avrebbe osato correggerla in rosso. Bologna viene fermata perché ha dato per scontato che la sicurezza stradale fosse un valore universalmente condiviso e che la città potesse essere trattata come un sistema unico e indistinto. Un riflesso piuttosto fedele della visione complessiva della Giunta, non solo in materia di mobilità.

In questa storia il TAR interpreta il ruolo ingrato di chi spegne la musica alle tre di notte e dice: ragazzi, si è fatta una certa. Non è reazionario. Non è di destra. Non odia le biciclette.

Fa semplicemente ciò che fa sempre: controlla se l’atto regge. E constata l’esistenza di un danno economico potenziale, quindi di un interesse legittimo a ricorrere.

L’atto non regge perché l’Amministrazione ha confuso, ancora una volta, il marketing urbano con la legge. Non basta presentarsi davanti ai giudici con un PowerPoint morale. I render, col TAR, non funzionano.

La destra, che pure non crede in nulla se non nel ricorso, questo lo ha capito benissimo. Se non si vince alle urne, si vince nei tribunali. Se non si convincono i cittadini, si convincono i commi. Una politica grigia, triste, ma preparata. Ponderata. Clinica.

Dall’altra parte c’è Matthew, che sa benissimo che studiare è noioso mentre governare è storytelling.

Alla bocciatura, l’Amministrazione reagisce con un’argomentazione destinata agli annali della retorica difensiva:
“Ma anche altre città fanno ordinanze messe peggio delle nostre.”

Più che una difesa, una confessione collettiva. È come rispondere a un ispettore antisismico spiegando che anche i palazzi accanto oscillano molto, ma non sono ancora crollati.

Se Città 30 va rimodulata, va accettata la sconfitta. Va riconosciuta una responsabilità. Vanno analizzati gli errori. Perché questa bocciatura non colpisce solo un’ordinanza: nella narrazione che ne esce educa la città a pensare che cambiare sia impossibile. Soprattutto se nessuno ammette di aver sbagliato.

E questa sì che è una città ferma.
Altro che 30 all’ora.