La Riforma dei Quartieri di Bologna

L'anatomia di una partecipazione scenografica

Il percorso partecipativo avviato dal Comune di Bologna sulla riforma dei quartieri si presenta come un’apertura alla cittadinanza, ma nelle sue modalità concrete rivela tutt’altro. Tempi contingentati, interventi cronometrati e non negoziabili, un’agenda già scritta: agli incontri lo spazio per i cittadini è ridotto al minimo, mentre le decisioni restano saldamente nelle mani dell’amministrazione. La partecipazione prevista è solo consultiva. Le osservazioni non possono modificare statuti o regolamenti e vengono filtrate da Fondazione Innovazione Urbana, comitati scientifici e dirigenti. I nodi centrali della riforma, come il ruolo e il potere reale dei quartieri e dei consiglieri, sono esplicitamente esclusi dal confronto, perché ritenuti “troppo tecnici” per chi quei quartieri li vive. Anche la struttura degli incontri parla chiaro: pochi appuntamenti, spazi organizzati in modo gerarchico, lavori di gruppo ridotti a suggerimenti operativi. Non coprogettazione, ma una simulazione ordinata del confronto. A fine percorso, nessuna restituzione pubblica chiara, nessun documento condiviso. Più che un processo partecipativo, emerge un’operazione che aggiunge narrazione e non redistribuzione del potere; ascolto formale ma non decisione condivisa. Le interviste che seguono raccolgono le voci di alcune delle persone presenti agli incontri. Racconti diretti, utili a capire cosa è stato chiesto ai cittadini di fare e, soprattutto, cosa è stato loro impedito di fare.

La cosmetica della “Riforma dei Quartieri”
di Maurizio Sicuro
Riforma dei Quartieri: anatomia di una promessa
di Antìgene
Come sono decisi i tempi della partecipazione?
I tempi degli interventi dai partecipanti al GTQ (gruppi territoriali di quartiere) Sono stati semplicemente comunicati, almeno a Borgo Panigale-Reno alla fine degli interventi di presentazione: Presidente di Quartiere, due consiglieri della maggiorana, e Erika Capasso con delega del Sindaco alla Riforma dei Quartieri. Hanno semplicemente comunicato: “Ora potete intervenire ciascuno ha a disposizione un massimo di 3 (TRE) minuti.” Brevi sforamenti sono stati tollerati
In base a quale criterio sono stati definiti i tempi degli interventi?
Finto democratica. Unica giustificazione così possono intervenire tutti. Ma la parte introduttiva è durata 40 minuti e ogni tre max quattro interventi dal pubblico intervenivano a risposta la Presidente di Quartiere e la delegata del Sindaco ben oltre i 3 minuti.
La partecipazione è consultiva o trasformativa?
La consultazione è ovviamente consultiva, e non potrebbe essere altrimenti. Ma anche una tornata consultiva/propositiva se fatta bene potrebbe essere di grande utilità e offrire spunti di largo respiro sul rapporto fra decentramento amministrativo e temi del importanti come servizi sanitari, ambiente, urbanistica, viabilta e mobilità, scuola.
Gli interventi dei cittadini possono modificare realmente il contenuto della riforma, oppure servono solo a raccogliere osservazioni che verranno eventualmente “valutate” in seguito?
Sono sincero, secondo me hanno già deciso dove vogliono arrivare e come prenderci per manina per farci arrivare dove vogliono arrivare. Un limite è già stato posto dalla GIUNTA: non sono in discussione confini, numero dei Quartieri, modalità di elezione dei consigli di quartiere (lo Statuto prevede che nei Consigli di Quartieri ci sia il premio di maggioranza del 60% che mi sembra assurdo), si potranno fare proposte sul Regolamento al decentramento, fare proposte sul tema della cura alla persona e del territorio, sinceramente non ho capito cosa intendano; non ho capito come si potranno fare proposte sulle deleghe ai quartieri e sul bilancio dei quartieri, quello vero non la stupidaggine del bilancio partecipato.
Lo spazio fisico è organizzato in modo gerarchico?
Si, anche visivamente, al primo incontro al “tavolo della presidenza” i boss, presidente di quartiere, consiglieri della maggioranza, delegata del sindaco. In platea noi. I prossimi incontri saranno a gruppi con restituzione finale in “plenaria” tutti a discutere di tutto e a proporre su tutto.
Le modalità organizzative degli incontri sono coerenti con un percorso partecipativo e con l’idea di co-progettazione?
Sono due cose diverse, metterle insieme fa solo confusione. Percorso partecipativo: chiamata a fare dei rilievi e delle proposte puntando sul fatto che come abitante di un certo territorio posso avere uno sguardo più informato. Co-progettazione: secondo vuol dire progettare insieme alla pari, tutti i soggetti sono sullo stesso piano dal punto di vista decisionale e propositivo. Poi ci son due tipi di progettazione a più mani (soggetti).
a) Uso e gestione di un bene già esistente.
b) Progettazione di aree del territorio, ad esempio le ex aree militari che come altri hanno detto avranno un enorme impatto urbanistico sulla città, nel bene o forse nel male. Posso progettare le linee generali, ma non mi sostituisco ai tecnici: architetti, ingeneri, urbanisti, pedagogisti, agronomi, scienziati forestali ecc ecc.
Esempio: Prati di Caprara: progetto ed altri progettano con meri un bosco urbano da via Saffi al Reno con recupero solo degli edifici esistenti per uso sociale, i progetti esecutivi non li faccio io.
Cosa succede dopo l’incontro?
Ci sarà un verbale di ogni incontro, si potranno portare contributi scrtti specifici e/o generali,; anche sui temi fuori dai confini messi dalla Giunta, oltre agli “atti del lavoro” dei GTQ in cui si potrà trovare tutto, ma saranno fatte dei dossier finali da presentare alla Giunta e al Consiglio.
Esiste un documento pubblico che mostri come ogni osservazione è stata recepita, respinta o trasformata, e con quale motivazione?
La stesura e le modalità del dossier finale dipende molto come ci si “batterà” dentro i GDT, dico batterà perché da quello che ho visto alle due presentazioni (dicembre e gennaio) se si vuole perlomeno andare oltre il “cooperation-washing” petaloso ed inutile ci sarà da lavorare duro. Come ti ho già detto penso che abbiano già deciso ma se mi chiami a discutere non te ne faccio passare una. Non credo all’efficacia di questo processo ma penso che starci dentro sia utile per tentare di attivare una discussione in città e nella città metropolitana. Io vorrei parlare fuori da quel “recinto” di regolamenti e scelte che negli ultimi anni sono state approvati. Quindi il vero approfondimento va fatto sui giornali, sulle riviste online, in assemblee, coi vari comitati che esistono in città e in provincia. Non mi aspetto che recepiscano mi auguro che nasca una piattaforma di lungo periodo sulla quale mobilitarsi nei prossimi anni. Qui il discorso si farebbe lungo.
Quante persone erano presenti all’incontro e con che suddivisione (associazionismo, cittadini, aree politiche).
A Borgo-Reno c’erano 60 persone, età media 50/60, aree politiche dire PD, molti pensionati motivati, gli iscritti credo sino un centinaio, associazionismo non so dire. In altri quartieri mi hanno detto che era presente.
Per quale ragione i quartieri vengono coinvolti quando l’impianto della riforma è già definito e non nella fase di costruzione delle alternative?
Sai che me lo sono chiesto anche io. Perché la riforma? Dopo dieci anni dall’ultimo ritocco che in termini di “consigliature” sono solo due, il segnale è che le cose non vanno bene. Ma non ho capito dove vogliono veramente arrivare. Da una parte per il sindaco la Giunta e la fondazione UI RUSCONI GHIGI comunicare una immagine di partecipazione , condivisione, ecc ecc fa sempre comodo. Tanto le decisioni vere su urbanistica, edilizia ecc ecc sono sempre prese a priori e a prescindere poi si può essere consultati sul migliore colore dei palazzi e delle panchine. Detto questo “perdere qualche ora al mese” non i sembra così oneroso quando sono in gioco cose importanti. Quante ore al mese hanno “perso” i ragazzi e i cittadini delle Besta, eppure alla fine non è andata malissimo. Nei conflitti sociali nessuno ti regala niente, ogni centimetro te lo devi conquistare.
Partecipare significa scegliere, o solo commentare?
Domanda maliziosa, risposta scontata anche se la fai a Salvini che ti aspetti i risponda? Partecipare significa contribuire a scegliere, se non è così come lo conquistiamo? Usando tutti i mezzi nessuno escluso: dalla partecipazione attiva, non corruttibile e critica a questa chiamata alla “partecipazione”, contribuendo a sviluppare una cultura politica differente, con il voto, con la disobbedienza, con la lotta di strada, con la musica, con l’arte.

Dopo mesi di propaganda del Comune e due presentazioni pubbliche, come si è svolto concretamente il percorso di partecipazione?
I tempi della partecipazione sono stati decisi da Erika Capasso di Fondazione Innovazione Urbana e dal presidente di quartiere. In pratica, su circa due ore complessive, loro hanno occupato più di un’ora e mezza. Gli interventi dei partecipanti erano numerosi, ma avevano pochissimi minuti a disposizione, non negoziabili. A qualcuno è stato concesso qualche secondo in più dopo il segnale di fine tempo, ma in generale lo spazio era estremamente limitato.
Che tipo di partecipazione era prevista?
Una partecipazione meramente consultiva, non trasformativa. Gli interventi dei cittadini non possono modificare realmente il contenuto di statuti e regolamenti. Le osservazioni vengono raccolte e poi valutate da Fondazione Innovazione Urbana, Comitato Scientifico e dirigenti di quartiere. La decisione resta tutta interna.
C’erano limiti sugli argomenti affrontabili?
Sì. Sono stati imposti due argomenti precisi ed è stata completamente esclusa la possibilità di intervenire sul ruolo e sull’importanza dei consigli e dei consiglieri di quartiere, che invece è un nodo centrale della riforma.
Come era organizzato lo spazio e la modalità degli incontri?
Lo spazio fisico era organizzato in modo pessimo, molto gerarchico. Anche la struttura degli incontri è incoerente con qualsiasi percorso partecipativo serio: quattro appuntamenti totali, con il primo e l’ultimo dedicati a introduzione e restituzione. Di fatto si partecipa solo a due incontri su un tema complesso che richiederebbe molto più tempo e lavoro. Non è coprogettazione.
Che impressione ti ha fatto il lavoro nei gruppi?
È stato chiarito che le due “voci” su cui potevamo lavorare erano solo suggerimenti operativi. Alla fine, nell’ultimo intervento che ho fatto, ho detto chiaramente che sembrava più una riunione dell’Ufficio Reti della dottoressa Daolio che un lavoro territoriale sulla riforma dei quartieri. E lo dico perché avevo già partecipato ad altri incontri dell’Ufficio Reti: era esattamente la stessa cosa.
Dopo l’incontro, cosa succede?
Nulla. Gli incontri vengono registrati, dicono che terranno conto degli interventi, ma non esiste alcun documento pubblico. Non è chiaro come tutto questo verrà restituito all’esterno a fine percorso. Personalmente non credo che emergeranno osservazioni rilevanti.
Perché?
Perché sulla fase più importante, quella che riguarda il ruolo dei consiglieri e dei quartieri, ci è stato detto che non siamo “adatti” a lavorarci, perché non abbiamo competenze tecniche. Una cosa assurda.
Qual era quindi il vero problema di questo percorso?
Che era inutile. Noi dovremmo lavorare sugli strumenti della partecipazione, sulle regole, sull’elezione dei rappresentanti, sul senso stesso dei quartieri. Su tutto questo ci è stato impedito di lavorare.
Chi era presente agli incontri?
Moltissime associazioni, pochissimi cittadini. Dal punto di vista politico sembrava una riunione del PD e di Coalizione Civica. Come consigliera credo di essere stata l’unica.
Lo hai fatto notare?
Sì. Ho detto apertamente che non capivo perché ci avessero coinvolti, visto che le decisioni erano chiaramente blindate. Mi sono arrabbiata molto. Non vogliono costruire alternative. Per loro partecipare non significa decidere insieme. Francamente, non gliene importa nulla.