La città

Gare di resistenza: le Olimpiadi della sostenibilità, trasparenza e partecipazione

"Gli ambientalisti sono visti come difensori del verde pubblico, dell’estetica del paesaggio. L’ecologia è qualcosa di più radicale. Di sociale. Non è un divertimento. Neppure un diversivo per buontemponi. È una chiamata alle armi. È un atto di prima politica. È un alzarsi in piedi. È uscire di casa con il coltello della critica radicale tra i denti”. Alberto Peruffo

La politica usa e manipola il potere esaltante dello sport facendo delle Olimpiadi veicoli di consenso e propaganda, strumenti per placare il dissenso, catalizzatori di attenzione sul governo ospitante e sui conflitti internazionali in corso. Eppure le forme di resistenza non sono mai mancate.

Non tutti sanno che nel 1936 si tentò di boicottare le Olimpiadi di Berlino, come protesta nei confronti del regime nazista e di una dittatura razzista e discriminatoria. Il Fronte Popolare spagnolo e il governo autonomo della Catalogna provarono a organizzare a Barcellona una contro-manifestazione, l’Olimpiade Popolare. Dei 6000 atleti provenienti da 22 paesi del mondo, molti non rappresentavano stati o nazioni ma organizzazioni sindacali, partiti socialisti e comunisti, tra questi delegazioni per i popoli colonizzati (algerini, marocchini e palestinesi) e per le minoranze perseguitate come gli ebrei. Tutti si sarebbero confrontati in gare di sport classici, calcio, basket e nuoto, ma anche negli scacchi, pallamano basca e folklore locale. Le “Utopiadi”, un mondo ideale dove l’unica bandiera sarebbe stata quella rossa e l’unico canto l’Internazionale, furono annullate a causa del golpe militare di Francisco Franco, ma circa 200 atleti stranieri scelsero di rimanere in Spagna per combattere il fascismo, diventando tra i primi volontari a formare le Brigate Internazionali.

Altri esempi di resistenza olimpica sono la celebre la foto degli atleti Tommie Smith e John Carlos che sul podio della vittoria a Città del Messico 1968 alzano il pugno contro la segregazione razziale negli USA, le proteste contro le politiche LGBTQ+ a Sochi 2014 e le espressioni di supporto ai diritti umani a Tokyo 2020. Senza dimenticare il boicottaggio degli USA a Mosca nel 1980, quello URSS a Los Angeles 1984 e il sequestro e uccisione degli atleti Israeliani a Monaco 1972. Più recentemente, significative proteste cittadine hanno accompagnato la preparazione e lo svolgimento delle Olimpiadi di Parigi 2024, mosse da collettivi e associazioni legate principalmente alla gestione degli spazi urbani, mobilitate contro le ZED, (le nostre zone rosse) e l’impatto sociale sui residenti più vulnerabili.

Sui Giochi Olimpici e paralimpici Milano Cortina 2026 c’erano riserve già dalla candidatura: i territori montani italiani sono troppo fragili, minacciati da spopolamento, iperturistificazione e cambiamenti climatici. All’indomani dell’assegnazione del 24 giugno 2019 un dissenso diffuso inizia a evidenziarne la sostanziale insostenibilità, a esplorarne le ombre, a indagare nell’opacità delle politiche attuative. Cittadini di Milano, Cortina, Verona, Venezia, residenti delle località montane, attivisti, comitati, rappresentanti di partiti politici di minoranza, associazioni con sensibilità diversa, ma unite nella difesa della propria città, del proprio territorio e dell’ambiente, si sono così trovate coinvolte in una nuova resistenza, a lottare e scontrarsi contro la roccaforte dell’esclusione dai tavoli decisionali, delle promesse disattese, delle domande inevase, dell’inaccessibilità ai dati su bandi, gare, assegnazioni, implicazioni sociali, economiche, soprattutto omesse valutazioni ambientali. Hanno partecipato a passeggiate, organizzato eventi pubblici di approfondimento e banchetti in piazze e università, hanno indetto sondaggi e coinvolto la cittadinanza, creato reti di network locali per rafforzare la mobilitazione. Ci sono stati flash mob di protesta nei boschi montani deturpati dalle gru, richieste di accesso civico e ricorsi al TAR, lettere insistenti perfino imploranti agli organizzatori e alle istituzioni responsabili per chiedere ragione, fermare lo scempio, trovare alternative a una altrimenti inevitabile devastazione del territorio.

Giornalisti indipendenti non hanno ceduto alla lusinga della retorica del successo, dello sviluppo, dell’indotto, del marketing, del prestigio internazionale per impegnarsi in una attenta, dettagliata, costante contro-informazione sullo spreco di risorse economiche pubbliche, sulla mancanza totale di un confronto e una partecipazione che avrebbe potuto apportare un miglioramento dei progetti e del loro inserimento nel fragile quanto prezioso ambiente montano. La rete di Libera ha avviato e realizzato Open Olympics 2026, una capillare operazione di monitoraggio civico, lo scopo è garantire accessibilità e trasparenza d’ informazione sulle opere e sulle infrastrutture in programma, sui loro costi e finanziamenti, ed erigere così un argine al percolato di infiltrazioni mafiose che inevitabilmente gravitano nei cantieri delle grandi opere.

Infine il C.I.O. – Comitato Insostenibili Olimpiadi composto da collettivi e spazi sociali lombardi, in particolare dal laboratorio politico OffTopic, attivo dal 2024 con iniziative di contro-narrazione e di contro-manifestazioni per denunciare l’impatto negativo in termini sociali e ambientali dei Giochi Olimpici. Come si resiste ce lo raccontano ne Il Grande GiocoIl rovescio delle medaglie, un film-documentario realizzato in modo collegiale da attivisti, registi e cittadini, le cui riprese sono iniziate nell’autunno del 2023 per concludersi a settembre 2025. In circa 70 minuti e diviso in tre round ci porta prima a Milano, tra lo Scalo Porta Romana (sede del Villaggio Olimpico) e il quartiere Corvetto, la zona maggiormente interessata ai nuovi progetti abitativi e alle mire speculative e securitarie della gentrificazione a spese dei residenti, per poi spostarsi nelle sedi delle gare olimpiche, in montagna, dove attiviste e attivisti del C.I.O. si sono impegnati in interviste, passeggiate, manifestazioni di informazione e sensibilizzazione sulle difficoltà di un territorio dalla bellezza mozzafiato, sotto attacco dai cambiamenti climatici e ora aggredito dal cemento e depredato delle sue risorse. Allo scopo di replicare l’esperienza delle Utopiadi del 1936, nell’ottobre del 2024 il C.I.O. occupa il Palazzo del Ghiaccio di Milano, struttura sportiva abbandonata da anni e nel febbraio 2026, a Giochi già inaugurati, sarà la volta dell’ex-Palasharp, altra struttura fatiscente e pure scartata come sede olimpica. Sono tre giorni di incontri tra giovani di tutto il mondo che si confrontano in gare amichevoli di sport popolare, boxe, yoga, scacchi, seguiti da “una festa e un grande corteo per affermare il diritto alla città per tutti contro la metropoli per pochi”. Più di 10.000 persone si riuniranno nel corteo del 7 febbraio: ci sono i centri sociali, le reti dello sport popolare assieme ad associazioni di città e comunità di montagna, alpinismo critico, comitati di lotta per la casa, sindacati di solidarietà con la Palestina e comunità palestinesi, studenti e studentesse, abitanti dei quartieri popolari, lavoratrici, lavoratori, precari, che da anni lottano pacificamente (eppure considerati eversivi), per la difesa dei territori e dei quartieri contro il modello insostenibile delle Olimpiadi Invernali, l’ennesimo grande evento generatore di profitti privati e debiti pubblici, opere incompiute, che costruisce strutture sportive destinate ad altro ma abbandona o smantella quelle pubbliche, disagi ai cittadini, mancanza di trasparenza. La cronaca ha riferito di scontri tra manifestanti e polizia, di due poliziotti feriti, di fermi e fogli di via, Giorgia Meloni ha tuonato perentoria su tutti i media nazionali che chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia e degli italiani ed è quindi in sostanza un “antitaliano”.

Nel suo “Una montagna di soldi” (PaperFIRST, 2025), Giuseppe Pietrobelli dedica un capitolo all’imponente architettura retorica costruita e adottata fin dal 2018 per promuovere i Giochi Olimpiaci e paraolimpici Milano Cortina 2026. Un’enfasi ridondante e fastidiosa inneggia alla virile essenza dello Spirito Italiano, allo splendere vibrante della sua fiamma. La cornucopia sembra portare il copyright di Filippo Tommaso Marinetti, straborda di italianità, ardore, orgoglio, patria, nazione, futuro, luce, energia, dinamismo, giovinezza: le stesse identiche parole d’ordine della propaganda fascista, quelle che hanno condotto per mano l’Italia e gli italiani al secondo conflitto mondiale. Raccontando della distruzione del bosco di larici, sopravvissuto a due guerre mondiali, per fare posto al cemento dell’inutile pista da bob di Cortina d’Ampezzo, l’autore riporta poi le parole di Alberto Peruffo, uomo di montagna, attivista, ecologista e alpinista: “Gli ambientalisti sono visti come difensori del verde pubblico, dell’estetica del paesaggio. L’ecologia è qualcosa di più radicale. Di sociale. Non è un divertimento. Neppure un diversivo per buontemponi. È una chiamata alle armi. È un atto di prima politica. È un alzarsi in piedi. È uscire di casa con il coltello della critica radicale tra i denti”.

Ora, se con “resistenza” notoriamente si definisce il rifiuto dell’autoritarismo, la solidarietà tra formazioni eterogenee e diverse ideologie, unite nel coraggio della lotta per la liberazione e la partecipazione politica, se è patrimonio comune del popolo italiano, riunito sotto lo stesso tricolore, se ha avuto un profondo significato morale, ponendo la persona e la sua dignità al centro in antitesi a uno Stato autoritario che riduce i cittadini a sudditi, se ha rappresentato l’assunzione di responsabilità diretta da parte del popolo come atto di cittadinanza attiva che ha superato la passività imposta dal regime, quello a cui stiamo assistendo in nome del rispetto delle persone e degli ecosistemi, della protezione dell’ambiente e della salvaguardia del nostro futuro, non credo sia altro che la sua versione più attuale.

Il Grande Gioco – il rovescio delle medaglie” è anche disponibile in streaming su: https://openddb.it/film/il-grande-gioco

G. Pietrobelli, Una montagna di soldi, introduzione di Gianni Barbacetto, (2025 Paperfirst)

A. Peruffo, Non torneranno i prati. Storie e cronache esplosive di Pfas e Spannoveneti, (2021 CIERRE edizioni)