La città

Il MuBa come dispositivo: cultura, cemento e fumo negli occhi al Pilastro

La domanda è: perché l’amministrazione comunale di Bologna ha scelto di realizzare il MuBa, Museo delle Bambine e dei Bambini / Futura, proprio al Pilastro? Si prova a rispondere.

Ci si chiede perché l’amministrazione comunale di Bologna abbia scelto di realizzare il MuBa, Museo delle Bambine e dei Bambini / Futura, proprio lì.

Non altrove. Non in uno dei tanti spazi disponibili. Ma lì: in quello che da oltre sessant’anni è, di fatto, il giardino condominiale di 208 famiglie affacciate sul parco Moneta Mitilini Stefanini. Non è una domanda retorica. È una domanda urbanistica, politica, sociale.

Perché le alternative esistono. Esistevano prima e continuano a esistere oggi: spazi che non richiedono l’abbattimento di alberi, vuoti urbani già disponibili, una teoria di negozi sfitti in Piazza Lipparini che da anni attendono una funzione.

Non spetta a chi scrive indicare la soluzione migliore. Ma chi vive il Pilastro, o chi ne conosce la struttura urbana per mestiere, sa che quella scelta non è obbligata. È selettiva.

Un disegno che va oltre il MuBa

Leggendo gli interventi dell’architetto Maurizio Sani, residente al Pilastro ed ex dirigente della pianificazione regionale, emerge un quadro più ampio.

Il MuBa non è un episodio isolato. È un tassello.

Un tassello dentro una sequenza che comprende:

  • il disegno della linea tranviaria
  • il recupero degli spazi sfitti di Piazza Lipparini
  • la riattivazione di immobili pubblici
  • la possibile apertura di via Dino Campana, oggi chiusa, per creare un asse nord-sud di attraversamento

Presi singolarmente, sono interventi discutibili ma legittimi. Presi insieme, iniziano a raccontare un’altra cosa: una traiettoria. L’apertura di via Campana, in particolare, non è neutra.
Non è solo “mobilità”. È trasformazione della permeabilità del quartiere.
È aumento del traffico. È ridefinizione dei flussi. È passaggio da spazio vissuto a spazio attraversato.

E quando un quartiere diventa attraversabile, diventa anche contendibile.

“Attività robuste” e urbanistica muscolare

Nel disegno emergono anche altri elementi. La riqualificazione delle ex palestre delle Ada Negri.
L’utilizzo dei locali sfitti, di proprietà comunale e gestiti da Acer, per servizi rivolti a studenti e studentesse di Agraria e Scienze Motorie. L’idea di attrarre nuove attività commerciali definite, non a caso, “robuste”. È un aggettivo interessante: robusto.

Implica capitale. Implica capacità di investimento. Implica una trasformazione del tessuto economico locale.

E allora alcune coincidenze iniziano a sembrare meno casuali: come il sostegno “robusto” di Ascom a eventi recenti in Piazza Lipparini.

Non è una prova. Ma è un indizio coerente con il quadro.

Senza MuBa, come si chiamerebbe?

Se da questo disegno si rimuove il MuBa, cosa resta?

Resta un’operazione di trasformazione urbana pienamente leggibile:

  • aumento dell’attrattività esterna
  • inserimento di nuove funzioni
  • incremento dei flussi
  • sostituzione progressiva delle attività e degli abitanti

In una parola: gentrificazione. Legittima, per alcuni. Inevitabile, per altri. Ma tutt’altro che neutra.

Gli effetti sono noti, perché già osservati altrove:

  • aumento dei costi abitativi
  • espulsione lenta delle fasce più fragili
  • perdita di prossimità sociale
  • trasformazione del quartiere in spazio di consumo e attraversamento

Il Pilastro, con tutte le sue complessità, diventerebbe altro.

Il ruolo del MuBa: legittimazione simbolica

Ed è qui che il MuBa diventa centrale. Non tanto per ciò che è, ma per ciò che consente.

Il MuBa introduce un elemento culturale, educativo, apparentemente incontestabile.
Chi potrebbe essere contro un museo per bambini? Questa è la sua funzione più potente:
rendere accettabile il contesto in cui si inserisce.

Non è solo un edificio. È una cornice narrativa.

Senza MuBa, il progetto appare per quello che è: trasformazione urbana orientata.
Con il MuBa, diventa:

  • investimento culturale
  • opportunità per l’infanzia
  • riqualificazione “buona”

È un cambio di percezione.
Non di sostanza.

Quello che si perde (e non si misura)

Il punto più sottovalutato non è però economico o funzionale. È antropologico. Quel pezzo di parco non è solo verde. Non è solo alberi. È infrastruttura climatica informale: l’ombra per chi non ha aria condizionata. È spazio di relazione: un sistema di sguardi dalle finestre, una rete implicita di controllo sociale, un luogo in cui i bambini possono giocare senza essere soli.

È memoria stratificata: tre generazioni che hanno costruito abitudini, fiducia, riconoscimento reciproco. Questo tipo di beni non compare nei rendering. Non entra nei computi metrici.
Non viene compensato. Ma è ciò che rende un quartiere abitabile.

Fumo negli occhi

Alla fine, la domanda iniziale torna, ma cambia forma. Non è più: “Perché il MuBa proprio lì?”ma diventa: “Perché serve che sia proprio lì?”

La risposta possibile è meno innocua di quanto sembri.

Serve lì perché:

  • è visibile
  • è simbolico
  • è sacrificabile
  • è trasformabile

E soprattutto perché consente di raccontare una storia diversa da quella che sta accadendo. Il MuBa, in questo senso, non è solo un museo in costruzione.

È un dispositivo narrativo.
Un generatore di consenso.
Un velo.

Fumo negli occhi, mentre il quartiere cambia forma.

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