Memorie in conflitto

Come il paragone con gli anni ’70 viene usato per semplificare il presente, rimuovere il conflitto sociale e trasformare il dissenso in emergenza

Nel dibattito pubblico italiano, il richiamo agli anni di piombo è diventato una scorciatoia narrativa potente quanto fuorviante. Le proteste contemporanee, radicate in questioni sociali come casa, lavoro e trasformazioni urbane, vengono spesso lette attraverso una lente che appartiene a un’altra epoca, producendo una doppia distorsione: il presente viene semplificato, il passato svuotato.

Leggere male per rispondere peggio
di Antìgene
Maurizio Sicuro

Attivista e presidente dell’Associazione Centro Culturale Villa Paradiso APS

Quando senti evocare gli anni ’70 per descrivere le proteste di oggi, cosa provi?
Sinceramente, lo percepisco come una forzatura. Quel riferimento agli anni di piombo viene spesso usato non per riconoscere il contesto storico, ma per intimorire i movimenti attuali. La narrazione tende a ridurre quegli anni solo alla componente più militante, lasciando fuori l’enorme movimento che si sviluppò nei quartieri popolari di tante città italiane. Allora c’era partecipazione diffusa e reale, anche a livello internazionale. Oggi, invece, manca una dimensione di massa e un’organizzazione strutturata che possa dare continuità all’azione.
Quali forme di organizzazione del conflitto degli anni ’70 oggi non esistono più?
Manca completamente un soggetto politico organizzato che abbia una visione di medio periodo. I conflitti attuali sono frammentati, separati tra loro, difficilissimi da collegare. Sono più soft, estemporanei, nascono e muoiono senza sedimentare strutture o soggettività. Allora, invece, i movimenti erano connessi e riuscivano a costruire contropotere. Anche pratiche come i picchetti davanti alle fabbriche, che non erano sancite dal diritto, diventavano diffuse grazie all’organizzazione: oggi anche un semplice gesto può portare a denuncia, perché la repressione è più preventiva e subdola, ma non meno efficace nel limitare l’auto-organizzazione.
Come si relazionavano i movimenti con partiti e sindacati allora e come oggi?
Negli anni ’70 il rapporto era di rottura frontale. PCI e CGIL si ponevano contro il movimento, spesso sfociando in scontri fisici. Non c’era dialogo, perché il movimento era potente e auto-organizzato: non aveva bisogno di mediazioni. Oggi invece esistono momenti di confronto con le istituzioni, si cercano mediazioni che allora non erano contemplate. Questo cambiamento è legato anche alla minore forza del movimento e alla diversa organizzazione territoriale.
Come influisce il territorio sullo sviluppo dei conflitti, ieri e oggi?
Allora i quartieri erano centri di aggregazione e auto-organizzazione: piazze e piccole piazzette erano punti di riferimento per la vita politica e sociale. Oggi, con la gentrificazione, molti quartieri vengono ridefiniti, svuotati di attività popolari e spazi di aggregazione. Ne deriva che i conflitti emergono solo a spot mentre fuori dalla vista del pubblico passano politiche di controllo e di chiusura degli spazi pubblici. Questo indebolisce gravemente la possibilità di costruire movimenti duraturi.
Quali sono le eredità positive degli anni ’70 che oggi mancano?
Due elementi furono fondamentali. Per primo la convinzione di poter vincere: c’era fiducia nel realizzare un cambiamento concreto. Il secondo era il sogno: si pensava a un paese diverso, a relazioni sociali trasformate. L’approccio alla politica era totalizzante, senza separazione tra vita personale e politica. Migliaia di giovani militanti, studenti e operai, dedicavano tempo e energie alla costruzione di un progetto di lungo termine. La pratica collettiva, organizzata e costante, creava soggettività capaci di incidere sul territorio e sulla società. Oggi questa dimensione è assente: i militanti sono diventati attivisti, con impegno parziale e momentaneo.
Cosa sarebbe servito fare allora per consolidare il movimento?
Avremmo dovuto costruire reti di sostegno, strutture autonome e solidali in grado di durare nel tempo. Un esempio che viene in mente è quello di Comunione e Liberazione, che ha creato librerie, gestito appartamenti e attività. Un movimento di massa avrebbe potuto sviluppare strutture analoghe, sedimentare organizzazione e capacità di conflitto, senza necessariamente trasformarsi in partito, ma creando spazi autogestiti e percorsi organizzati.
Cosa manca oggi per rendere il conflitto più efficace?
L’organizzazione è l’elemento centrale. Senza strutture in grado di collegare le diverse istanze e sedimentare soggettività, ogni conflitto resta episodico. È fondamentale che le lotte lascino traccia, costruiscano capacità di incidere, e promuovano continuità nell’azione. Senza questo, anche momenti di alta conflittualità restano isolati e privi di impatto reale.
Vedi possibilità di cambiamento o prevale una gestione difensiva?
Prevalgono approcci difensivi. Oggi i movimenti difendono spazi e diritti conquistati, senza progettare alternative di società o visioni di lungo periodo. Senza una struttura organizzata, non ci sono prospettive di cambiamento reale: si può avere qualche vittoria momentanea, ma manca una strategia coerente.
Qual è il messaggio principale per chi scende in piazza oggi?
Studiate e organizzatevi. L’organizzazione non è autoritaria: è essenziale per incidere nei meccanismi di dominio della società. I media oggi sono quasi tutti asserviti al potere, quindi senza strutture solide, la narrazione resta unilaterale e i movimenti rischiano di essere marginalizzati.
Cosa distingue in maniera definitiva i movimenti degli anni ’70 da quelli attuali?
La differenza fondamentale è la convinzione e il sogno collettivo. Allora si credeva di poter cambiare radicalmente il paese e costruire un sistema di vita migliore. Oggi, invece, l’impegno è concentrato sul presente immediato, difendere uno spazio o affermare un piccolo punto di vista. Il volo, in senso ideale, è molto più basso, se non assente.
Patrizia Gubellini

Cresce in una famiglia popolare, tra radici operaie e contadine segnate da un forte imprinting politico. Entra nel movimento studentesco nel 1973, partecipando alla nascita del collettivo del IV Istituto Tecnico e successivamente al coordinamento dell’autonomia studentesca, fino alla militanza nell’Autonomia Operaia. Coinvolta nell’inchiesta del 1977 sull’“autonomia bolognese”, viene assolta. Figura giovane ma già riconoscibile per radicalità e determinazione, attraversa il femminismo e i movimenti con uno sguardo intransigente e profondamente politico. Il suo principio resta immutato: la rivoluzione è una pratica quotidiana, costruita nelle scelte di ogni giorno

Oggi gli anni ’70 vengono evocati spesso da forze di polizia, media e potere. Molto meno dai movimenti. Perché?
Perché quella memoria non appartiene più ai movimenti, ma alla paura del potere.
Gli anni ’70 vengono usati come uno spauracchio: servono a dire “attenzione, potrebbe tornare quel caos”.
In realtà raccontano soprattutto il trauma di chi governava. Quel ciclo di lotte ha costretto il potere a fare un salto in avanti: legislazione d’emergenza, strumenti repressivi più sofisticati, capacità di prevenire e disarticolare l’organizzazione sociale.
I movimenti invece non li evocano perché non si costruiscono per imitazione. Un movimento vive se è forza creativa, non se è nostalgia.
Cosa manca in questo racconto dominante degli anni ’70?
Manca quasi tutto ciò che li ha resi vivi.
Per molti non sono stati “anni di piombo”, ma anni densissimi: creativi, collettivi, pieni di aspettative reali di cambiamento.
Manca l’idea di una generazione che cresce dentro un senso condiviso, dentro una pratica politica quotidiana.
Manca la dimensione del “noi”.
Bologna è stata un laboratorio importante in questo senso. Che memoria resta?
Bologna è stata un punto di rottura.
La repressione è stata durissima, dalle giornate del ’77 fino all’ingresso dei carri armati in città.
Ma resta anche una frattura politica profonda: quella col Partito Comunista.
Per molti di noi, già allora, era evidente che il PCI fosse parte della gestione del potere, non un alleato.
Oggi quella memoria viene rovesciata: gli anni ’70 diventano un monito contro il conflitto, non un momento da comprendere.
Qual è la differenza principale tra i movimenti di allora e quelli di oggi?
L’organizzazione.
Negli anni ’70 esisteva una struttura collettiva stabile: si discuteva insieme, si decideva insieme, si costruivano pratiche comuni.
La militanza non era solo un’attivismo occasionale: era una soggettività politica dentro un’organizzazione. Questo permetteva una cosa fondamentale: durare nel tempo.
Oggi invece prevale la dimensione situazionale.
Nasce una lotta, si sviluppa, poi finisce. E con essa si disperde tutto: relazioni, competenze, forza accumulata.
Quindi il conflitto oggi è più debole?
È diverso. Forse più diffuso, ma sicuramente più fragile.
Si concentra su temi reali — casa, ambiente, welfare — spesso nelle periferie, dove le contraddizioni sono più forti.
Ma manca la capacità di generalizzare, di trasformare quelle lotte in un progetto politico complessivo.
Negli anni ’70 esistevano campagne nazionali, coordinate, che attraversavano tutto il paese.
Oggi ogni territorio resta più isolato.
Anche il rapporto con istituzioni e sindacati è cambiato?
Radicalmente.
Allora i rapporti erano di contrapposizione netta. Sindacati e partiti, soprattutto il PCI, erano spesso avversari politici diretti.
Oggi vediamo situazioni ibride: movimenti e sindacati nello stesso spazio, senza una vera elaborazione critica di questo rapporto.
Cosa succede oggi alle persone che partecipano alle lotte?
Questo è un punto decisivo.
Negli anni ’70 le lotte producevano nuove soggettività politiche. Le persone venivano coinvolte, crescevano, entravano in percorsi organizzati. Oggi no. Finita la mobilitazione, anche chi si è esposto e ha avuto un ruolo torna alla vita di prima.
Non c’è accumulo. Non c’è continuità.
Anche la gestione dell’ordine pubblico è cambiata?
Sì, molto.
Oggi la repressione è più “pulita”, più amministrativa: DASPO, fogli di via, sanzioni. Meno visibile, più normalizzata.
Non appare come violenza, ma come applicazione della legge.
È una forma più sofisticata, e in certi casi più efficace, perché meno percepita come abuso.
E le città? Sono cambiate rispetto ad allora?
I processi sono simili, ma più avanzati: gentrificazione, aumento dei costi, riduzione degli spazi pubblici.
La differenza è che oggi c’è molta più solitudine.
Negli anni ’70 la socialità era fisica, quotidiana, inevitabile. Oggi è frammentata, spesso mediata.
Questo incide direttamente sulla capacità di costruire conflitto.
In sintesi: perché oggi è così difficile incidere davvero?
Perché manca ciò che allora faceva la differenza: organizzazione stabile, continuità politica, capacità di trasformare le lotte in progetto, un’intellettualità visionaria ed eterodossa dentro i contesti di lotta.
Oggi il conflitto esiste, ma appare intermittente, locale, fragile. E senza organizzazione, anche le lotte rischiano di non lasciare traccia.
Valerio Guizzardi (Guizzo)

Nel 1969 aderì a Potere Operaio fino alla dissoluzione dell’organizzazione nel 1973. Aderì poi all’autonomia operaia organizzata area Rosso fino al 1979, anno che decretò la fine anche di quell’esperienza. A tutt’ora è attivo come militante nei movimenti.

Per cominciare, vorresti contestare la definizione di “Anni di piombo”?
Si, vorrei iniziare col contestare la definizione di “Anni di piombo”. Si tratta in origine di una semplificazione giornalistica del tempo tratta dal titolo del film di Margarethe von Trotta del 1981 che poi diventò il principale artificio retorico per perimetrare linguisticamente e politicamente il decennio di insorgenza sociale che va approssimativamente dal 1969 ai primi anni del 1980. Ridurre in modo così semplicistico alla sola lotta armata la complessità storica, politica e culturale di un decennio e oltre che in Italia produsse un’enorme ricchezza in termini di innovazione delle forme di vita e del linguaggio in ogni ambito culturale è una sordida operazione di negazione di una rivoluzione che fu prima di tutto un riuscito tentativo, per il tempo che durò, di liberazione controculturale e di sottrazione dalle logiche mercatiste della vita collettiva stessa. Dalla musica al cinema al teatro alle arti visive alla libera stampa con una produzione di giornali, riviste e fanzine come mai si era visto prima, alle radio libere che infransero il dominio del pensiero unico nell’informazione, alla sperimentazione di nuovi stili di vita nei centri del proletariato giovanile; insomma una vera e propria sovversione, prima di tutto culturale, che mise in crisi un modello sociale imposto il quale invece parlava di sacrifici, di lavoro precario e sfruttato, di salari da fame, di sottomissione alla forma-Stato come dispositivo del comando capitalistico sulla società. Detto questo, per tornare alle domande del questionario, trovo sconcertante il trogloditismo storicopolitico, la gretta strumentalità e delirante nel linguaggio il tentativo di un’intera classe politica istituzionale screditata e corrotta, ridotta ormai a un gigantesco comitato d’affari, di evocare gli “Anni di piombo” ogni volta che le piazze manifestano disagio, istanze dal basso, critiche alla gestione dissennata del territorio e quant’altro. Comprendo l’incubo che la borghesia e i partiti che la rappresentavano allora vissero quando percepirono che la legittimità della loro esistenza era messa in discussione dalla rivolta sociale e che vissero con terrore la possibilità per nulla remota di perdere la roba. Ma gridare ogni volta al lupo, tacciare di violenza ogni critica che s’azzardi ad alzare la voce come unico mezzo per farsi ascoltare per poter giustificare la repressione poliziesca e tentare così di togliersi l’incomodo e soprattutto ogni responsabilità, definisce loro esattamente per come li ho descritti poco più sopra.
Esiste un’analogia tra il conflitto degli anni Settanta e quello attuale?
Onestamente non trovo alcuna analogia tra il conflitto dei Settanta e quello di oggi. Poiché non è possibile fare confronti tra due fasi storiche e politiche così diverse. Da una parte un movimento realmente di massa che spinto dall’Autunno caldo, e dai fatti di Piazza Statuto, si era riversato su ogni ambito della sofferenza sociale, dalle fabbriche alle scuole, alle università, ai quartieri proletari, alle carceri, alle caserme dove si svolgeva il servizio di leva. Dall’altra ristrutturazioni capitalistiche epocali, dal postfordismo alla forma più anarcoide del liberismo odierna, hanno prodotto un mutamento non solo politico ma anche antropologico determinanti la scomparsa della classe operaia come soggettività politica autonoma, ciò che era in tutto o in buona parte nei Settanta, e le lotte radicali di massa che ad essa erano collegate, comprese le forme armate combattenti. Non ultimo il venire meno dell’ideologia rivoluzionaria – allora la discussione interna alla sinistra di classe, anche aspra, sull’interruzione violenta della dialettica lavoro vivo-capitale verteva sul quando ma sicuramente non sul come – e, esiziale, il concetto di militanza (il tempo di vita dedicato a un ideale di liberazione). Va da sé che le classi subalterne rimangono, per come la vedo io, più indifese poiché il concetto di attivismo (il tempo libero dedicato a un obiettivo parziale) ed elogio dello spontaneismo individuale ha sostituito quello di militanza e organizzazione, ciò che era il nemico di classe da combattere è diventato l’avversario politico con cui dialogare e la rinuncia dell’uso della forza legittima nelle situazioni di scontro che invece la richiederebbero. Naturalmente resistono ancora meritevoli aggregati sociali, purtroppo minoritari, ad esprimere radicalità militante antagonista e di resistenza che spesso impegnano violente operazioni di Polizia e la delegittimazione della stampa asservita al regime come ad esempio il movimento NoTav, senza nulla togliere ad altri esempi che non cito per brevità di esposizione. Tuttavia se questo è il passato che spiega il presente, se questa è la fase corrente, se questo è lo Zeitgeist, io ritengo indispensabile comunque starci dentro, pur surfando tra le innumerevoli contraddizioni, perché, come la Storia c’insegna, spesso gli eventi sociali e politici possono prendere strade insperate all’improvviso. Mai privarsi della curiosità di vedere come andrà a finire.
Come risponderesti ai temi di politica, repressione, trasformazioni e bilanci complessivi di quella stagione?
Trovo sia indispensabile capire, da parte della mia generazione politica e delle altre venute dopo di noi, che quello che potremmo definire anche il decennio rosso è stata una fase storica e sociale irripetibile, che ha avuto un inizio e una fine in base alle trasformazioni del modo capitalistico della produzione. Inutile quindi tentare di ripetere oggi i modi e i tempi dell’aspro conflitto di allora. Non dobbiamo dimenticare altresì cosa è stato il buco nero degli anni ’80, quello che ha segnato politicamente, socialmente e culturalmente lo stallo che ha separato la vecchia fase dalla nuova. E nemmeno che in quel periodo le galere ospitavano circa 8.000 prigionieri politici incarcerati per reati attinenti le lotte sociali e i conseguenti 50.000 anni di carcere complessivamente distribuiti e scontati per mezzo delle leggi speciali e la torsione ideologica e autoritaria di buona parte della magistratura giudicante, segnatamente i giudici di “sinistra” della fazione picista di Magistratura Democratica, che noi definivamo “funzionari del Pci con la toga” (cfr. caso 7 aprile 1979). Ci sarebbe poi il corposo capitolo inerente la tortura autorizzata segretamente dai ministri dell’interno del periodo ’70-’80 e abbondantemente applicata dai sottoposti come il “il prof De Tormentis” al secolo il dirigente di Polizia di Stato dott. Nicola Ciocia e dalla sua squadra di torturatori. Ma su questo rimando chi legge alla corposa documentazione facilmente reperibile sul web. Se poi trovate qualcuno dei tanti politici, storici e giornalisti che ancora oggi sostengono spudoratamente che “lo Stato italiano seppe battere il terrorismo senza mai oltrepassare i limiti imposti della democrazia e dalla Costituzione” sputategli in faccia anche a nome mio. Molto tempo è passato da allora e le nuove generazioni antagoniste, non facendo tesoro della memoria storica, hanno dovuto ricominciare tutto da capo soprattutto nel capo d’analisi del presente. Nuovi linguaggi dimentichi dei fondamentali del marxismo, nuove modalità di piazza, più disponibili al dialogo democratico che alla rottura. Quello che invece non è cambiato sono le dinamiche repressive dello Stato, se possibile ancora più dure (Genova G8-2001 docet), con una iper produzione di nuove fattispecie di reato in tema di ordine pubblico come ci ricordano i “decreti sicurezza”, prima di Minniti e Salvini, oggi del governo littorio Meloni.
Che consiglio daresti oggi a chi scende in piazza? E c’è qualcosa che non rifaresti?
Se mi si chiedesse un consiglio ai giovani che oggi ancora scendono in piazza, direi loro ribellatevi coi modi e gli strumenti che giudicate collettivamente più adeguati, ma ribellatevi. La ribellione è gioia, è vita. Al “C’è qualcosa che, col senno di poi, che non rifaresti?” rispondo che rivendico tutto ciò che è stato il percorso della mia generazione politica, comprese talune forzature di analisi, alcune gravi, commesse. Ma abbiamo fatto semplicemente ciò che giudicavamo giusto fare in quel determinato e specifico contesto storico, politico e sociale: hanno cominciato loro, non noi. Le stragi di Stato le hanno compiute loro, non noi. Da qui in poi è compito degli storici, non più nostro.
Tiziano Loreti

Ha cominciato a fare politica molto presto, già a 14 anni, durante il passaggio dalla terza media al liceo. Ha sempre vissuto nel quartiere San Donato, sperimentando in prima persona le contraddizioni di un quartiere proletario: le bande, le prime migrazioni dal Sud d’Italia e le difficoltà di inserimento nel tessuto sociale locale. Aderisce a Lotta Continua, rimanendovi fino al suo scioglimento. Ha sempre sostenuto, e continua a sostenere, che la violenza sia una sporca necessità, un elemento che ha storicamente accompagnato la crescita dei movimenti, e per questo ha anche pagato un prezzo personale.”

Oggi si tende spesso a paragonare le proteste attuali a quelle del passato. È un confronto che regge?
Il riconoscimento e la forzatura stanno insieme. Da un lato si ammette che in quegli anni ci furono movimenti di massa reali, con lavoratori, studenti e avanguardie che volevano cambiare il mondo, anche attraverso forme di lotta radicali. Dall’altro, però, si usa questa memoria per forzare ogni conflitto attuale dentro quella stessa cornice. In realtà siamo lontanissimi.
La differenza principale è semplice: allora l’obiettivo era la rivoluzione. Oggi spesso ci si accontenta di molto meno. Anche le forme di lotta sono diverse: allora erano radicali, oggi sono più deboli e facilmente contenibili.
Cosa manca nel racconto pubblico di quegli anni?
Manca il punto di vista di chi li ha vissuti. Il racconto lo fanno le controparti. Molti hanno fatto autocritica fino a cambiare campo, altri tacciono per paura. Io penso che dovremmo riprenderci quella storia e raccontarla per quello che è stata.
Inoltre oggi non esistono più organizzazioni strutturate come allora: ci sono forme liquide, che nascono e si sciolgono attorno a singoli obiettivi. Si difende un parco, ma non uno sfratto o un posto di lavoro.
All’epoca c’era anche molta più formazione teorica: marxismo, maoismo, guevarismo. Oggi il conflitto è più frammentato, meno ideologico, ma anche più debole, pur affrontando temi nuovi come l’ambiente.
Com’era il rapporto con partiti e sindacati rispetto a oggi?
Era un rapporto conflittuale. Il Partito Comunista, per noi, era un nemico, non un semplice avversario. Aveva paura di ciò che rappresentavamo e aveva scelto un’altra strada.
Oggi i partiti sono più liquidi, ma il conflitto politico esiste ancora, anche se meno intenso. Le differenze restano, ma si esprimono in forme più deboli.
Che forma ha oggi il conflitto politico?
È prevalentemente locale, salvo alcune grandi mobilitazioni, come quelle contro la guerra o a sostegno della Palestina. Ma spesso queste ultime sono mosse più da una reazione emotiva che da una lettura politica complessiva.
Manca la capacità di collegare i conflitti a un quadro generale di lotta contro sfruttamento, colonialismo e imperialismo.
Come leggi le politiche sull’ordine pubblico e la sicurezza?
Il potere si comporta sempre allo stesso modo, anche se affina gli strumenti. I decreti sicurezza sono parte di una logica repressiva: servono a contenere o prevenire il conflitto.
Viviamo in un sistema in crisi, che usa la guerra anche come strumento interno, contro lavoratori e fasce deboli. Le misure repressive, i DASPO, i fogli di via, vanno in questa direzione: controllo sociale e contenimento di un conflitto che esiste, ma fatica a emergere.
Che trasformazioni vedi nella città, in particolare a Bologna?
Le città stanno diventando spazi di profitto. Bologna si sta trasformando in una metropoli: meno socialità, meno comunità, più mercato. Le politiche della giunta di centro sinistra nelle scelte strategiche e nelle risposte securitarie ai comitati o movimenti, usa gli stessi strumenti della destra.
La gentrificazione espelle i ceti popolari, aumenta gli affitti, spinge le persone fuori dai quartieri. Non basta difendersi dagli sfratti: bisogna proporre alternative strutturali, come un tetto agli affitti legato al reddito.
Le lotte territoriali oggi riescono a incidere?
In parte sì, in parte no. Ci sono esempi diversi: alcune mobilitazioni hanno ottenuto risultati, altre sono state isolate o sconfitte. Spesso manca solidarietà tra le lotte e capacità di estendersi.
Il problema è che le decisioni vengono comunque imposte dall’alto, anche contro il parere degli abitanti.
Guardando al tuo percorso, cosa rivendichi oggi?
Rivendico tutto. Non mi sono mai pentito delle scelte fatte, nemmeno di quelle più dure. Quel percorso mi ha permesso di essere ancora oggi nelle piazze.
L’eredità più importante è stare nei movimenti senza volerli egemonizzare: contribuire agli obiettivi senza piegarli a logiche esterne, come quelle elettorali.
Cosa manca oggi ai movimenti?
Manca connessione. Ogni gruppo tende a considerarsi autosufficiente, ma non lo è. Serve costruire relazioni, riconoscere le differenze come ricchezza e trovare sintesi comuni.
E manca anche una forma di organizzazione: non necessariamente il partito tradizionale, ma strumenti condivisi per costruire e difendere un programma.
Come vedi le proteste contemporanee?
A volte sono sopravvalutate, a volte sottovalutate. Il rischio è che non riescano a rappresentarsi per quello che sono e quindi si esauriscano.
C’è più spontaneità e meno visione complessiva. Si reagisce quando si è colpiti direttamente, ma manca una lettura generale del sistema.
Che fase stiamo attraversando?
È una fase difensiva. Le condizioni di lavoro sono peggiorate, i lavoratori sono divisi, anche tra autoctoni e migranti.
I sindacati confederali hanno rinunciato al conflitto e questo ha prodotto una deriva conservatrice.
Che consiglio daresti a chi oggi scende in piazza?
Non credo di poter dare consigli. Posso solo dire: cercare di prenderle il meno possibile, con l’idea che prima o poi si possa anche restituire.
Che ruolo hanno oggi i media nel racconto del conflitto?
Il problema è enorme. La maggior parte dell’informazione è dentro un perimetro di compatibilità. I fatti vengono spesso distorti o rovesciati.
Chi dovrebbe raccontare la realtà finisce per riprodurre la narrazione del potere. E questo incide profondamente sulla percezione dei conflitti.
Nicoletta Lai

Arriva a Bologna nel 1976 e milita da subito in Autonomia Operaia. Attualmente pensionata, ha lavorato come educatrice in una cooperativa che si occupa di persone con disabilità nell’età adulta. Rimane attivamente impegnata su ciò che accade in città e segue con interesse le tematiche ambientali, in particolare riguardo ai parchi eolici in Sardegna, collaborando con i comitati contrari ad alcune forme di energie rinnovabili.

Oggi si tende spesso a paragonare le proteste contemporanee agli anni ’70. È un confronto che regge?
No, è una forzatura enorme. Il contesto storico è completamente diverso: le condizioni sociali, la capacità aggregativa, il tipo di malessere e le motivazioni non sono paragonabili. Il problema principale di questo accostamento è che si usa un’immagine negativa del passato per etichettare il presente: si parla di “pseudo-terroristi”, si evocano continuamente fantasmi che servono più a delegittimare che a capire.
Perché, secondo te, questo paragone viene usato così spesso?
Perché serve al potere. È un modo per controllare e neutralizzare il dissenso. A livello nazionale, ma soprattutto locale, come a Bologna, vedo una grande capacità di inglobare e annientare ciò che si muove. Se definisci una protesta come pericolosa in partenza, non devi più ascoltarla.
Cosa è cambiato nella capacità di organizzazione del conflitto?
Negli anni ’70 c’era un’organizzazione molto forte, anche senza i mezzi tecnologici di oggi. Università, fabbriche, collettivi: esisteva una struttura. Oggi questa capacità non c’è più in quella forma.
Al contrario, però, i social sono una grande risorsa: permettono una diffusione rapidissima delle informazioni e la nascita di mobilitazioni spontanee. Il conflitto oggi è più diffuso, ma anche più debole.
Vedi elementi di continuità tra ieri e oggi?
Sì, nella gestione dell’ordine pubblico. Repressione, delegittimazione, infiltrazioni, narrazioni distorte: se dissenti, su qualsiasi tema, vieni trattato come un problema. Questo non è cambiato.
Come leggi la situazione attuale degli spazi di dissenso?
Gli spazi si stanno chiudendo. I luoghi di cultura non allineata, di confronto politico reale, vengono progressivamente messi ai margini o colpiti con sanzioni, fogli di via, restrizioni.
Nel frattempo, aumentano problemi come gentrificazione, costo della vita, riduzione degli spazi pubblici. E proprio mentre questi temi crescono, diminuiscono i luoghi in cui possono essere discussi liberamente.
È ancora possibile “riprendersi la città”?
Negli anni ’70, almeno per un periodo, ci siamo riusciti davvero. Oggi è molto più difficile. L’approccio delle amministrazioni, penso a Bologna, è spesso quello del non dialogo con territori e associazioni.
Le priorità sono altre: gestione dei fondi, grandi progetti. E tutto ciò che può interferire viene escluso.
Che ruolo ha oggi la partecipazione dei cittadini?
È molto più debole. Viviamo in una società individualista, con poca empatia e poca visione collettiva. Anche mobilitazioni importanti rischiano di restare minoritarie, e quindi incidono poco.
Guardando al tuo percorso, rifaresti tutto?
Sì, assolutamente. Sono stati anni intensi, vivi, pieni di elaborazione politica e culturale. L’eredità più forte è il senso di fratellanza, il tentativo concreto di cambiare le cose. In parte ci siamo riusciti.
Cosa pensi della definizione con cui viene raccontato quel periodo?
Andrebbe superata. Riduce tutto a una dimensione negativa e cancella la complessità: le lotte operaie, studentesche, le conquiste sociali. È una semplificazione che non aiuta a capire.
Come vengono trattate oggi le proteste?
Sono sottovalutate e spesso ridicolizzate. Eppure hanno una grande capacità di portare persone in piazza. Il problema è che media e politica tendono a svuotarle di significato.
Cosa manca oggi ai movimenti?
Una maggiore organizzazione. Negli anni ’70 esistevano strutture più solide, anche nella gestione delle manifestazioni. Oggi vedo più spontaneità, ma anche più dispersione.
Cosa diresti a chi scende in piazza oggi?
Di lavorare anche sull’immagine e sulla percezione. Non per snaturarsi, ma per rafforzare la credibilità. E a chi racconta queste proteste direi di farlo in modo meno distorto, più ampio e meno manipolato.
Vedi possibilità di cambiamento?
Sì. Siamo vicini a un punto di rottura. I giovani sono stanchi di precarietà, discredito, narrazioni che li descrivono come passivi. C’è una domanda reale di cambiamento.
E in questo, per certi aspetti, rivedo qualcosa di quello che eravamo noi.
Nico Maccentelli

77ino, oggi nell’esperienza di Villa paradiso e redattore di Carmillaonline.

Quando senti evocare gli anni ’70 per descrivere le proteste di oggi, cosa provi:
riconoscimento o forzatura?
Penso alla distanza abissale che c’è tra le lotte di ieri e le lotte di oggi. Negli anni ’70 la tensione che mettevamo in campo era espressione di uno scopo rivoluzionario: sovvertire lo stato di cose. Oggi invece la lotta gira attorno a due concetti: l’ingiustizia e la rivendicazione vertenziale che mette in discussione solo un aspetto dello stato di cose presente.
Qual è, secondo te, l’equivoco più grande in questo paragone?
Come ho detto le finalità differenti. Per i compagni dei Settanta l’orizzonte di un cambiamento era percepito possibile e vicino, oggi invece è un puro riferimento ideologico e spesso neppure quello.
Cosa manca completamente nel racconto attuale di quel periodo?
Dipende da chi racconta: chi vuole rimuovere gli anni ’70 ha l’interesse di far leva sull’emergenza per cancellare quell’esperienza anche nella sola adesione evocativa e simpatia verso di essa. Chi ne raccoglie l’eredità politica vive una cesura, la distanza abissale come ho accennato all’inizio.
Quali forme di organizzazione del conflitto degli anni ’70 oggi non esistono più?
Non esistono più organizzazioni orientate a sostenere lo scontro verso gli apparati statali da un punto di vista politico, sul terreno del potere o del contropotere, fino a essere militare. Le organizzazioni di oggi si identificano in un’ideologia, ma i livelli di organizzazione non vanno al di là delle forme di lotta vertenziali e delle manifestazioni di piazza.
E al contrario, cosa vedi oggi che allora non c’era?
Se devo essere sincero, allora c’era tutto ciò che c’è oggi e molto di più, ma incluso dentro una strategia politica di attacco al potere capitalista, allo stato, dal particolare a generale, da un programma minimo a uno massimo. Ovviamente mi riferisco alle forme più organizzate del movimento rivoluzionario di allora. Anche la semantica lo comunica. Allora si parlava di “movimenti rivoluzionario” oggi invece di “movimento antagonista”, ossia un movimento che affronta l’agone politico senza alcuna cognizione di come cambiare in senso rivoluzionario, senza una reale progettualità. Allora avevano anche forme di lotta e di autorganizzazione che non accettavano lo scontro militare, ma erano pure espressioni di un rivoluzionarismo di costume e di autonomia identitaria. Mi riferisco per esempio agli indiani metropolitani, all’autonomia creativa.
Il conflitto contemporaneo ti sembra più debole, più diffuso o semplicemente diverso?
Più debole e meno diffuso. Oggi assistiamo a ondate protestare che durano il tempo di pochi giorni, vedi le manifestazioni dell’anno scorso per il popolo palestinese. Allora i movimenti duravano ben oltre una stagione: avevano dei picchi, ma anche nelle fasi o situazioni di stasi erano presenti, lo scontro era quotidiano, a volte anche con pretesti risibili, poiché lo scopo era attaccare lo stato e i padroni.
Negli anni ’70 c’era un rapporto, anche conflittuale, con partiti e sindacati. Oggi questo
legame sembra spezzato: per te è un limite o una possibilità?
Di che legame parliamo? O di quale scontro? Oggi questa dicotomia non esiste. Esistono pratiche gruppettare o nella migliore delle ipotesi dei sindacati di base che sostengono vertenza più che lodevoli, ma tutto ciò non è riconducibile a un soggetto: al movimento rivoluzionario di cui accennavo prima. Il limite e la possibilità sono dati dalla presenza di una lotta di classe fortemente identitaria e dalla capacità di avanguardie politiche di darne orientamento. Tutto questo oggi non c’è. Non esiste più “l’altro movimento operaio” per usare una definizione di Heinz Karl Roth.
Oggi chi rappresenta davvero il conflitto sociale?
Nessuno.
Ritrovi elementi di continuità nelle modalità di gestione dell’ordine pubblico?
Sì, in peggio. Allora c’era un perimetro nei rapporti di forza, negli spazi in cui era lecito fare tante cose, perché le facevamo e potevamo farle e basta. Oggi tra leggi, dispositivi e tipo di conflitto politico odierno, c’è una riduzione graduale del perimetro delle possibilità d’azione e degli spazi di esistenza del conflitto stesso.
Le nuove misure preventive ti sembrano un’evoluzione o una rottura rispetto al passato?
Un’evoluzione. E qui arriviamo al cuore della vera questione che definisce i rapporti di forza tra soggetti di potere e soggetti protestatari nel conflitto: l’emergenzialismo. È dagli anni Settanta che il potere gestisce la società e i conflitti con l’emergenzialismo, con un’emergenza dietro l’altra.
Cosa pensi dell’uso crescente di strumenti amministrativi come sanzioni, fogli di via, fermi?
È appunto emergenzialismo che punta a ridurre ai minimi termini qualsiasi forma di lotta, espungendola dalla narrazione sociale come terroristica, filo-putiniana, ecc. Quindi le forme possono essere sanzionate perché i contenuti possono essere criminalizzati. Il potere si muove automaticamente su questo doppio binario dai media alle forze repressive passando per la politica.
Quanto contano oggi le trasformazioni delle città (gentrificazione, costo della vita, spazi
pubblici) rispetto ai conflitti di allora?
Non si può parlare di gentrificazione senza legarla politicamente all’emergenza. L’emergenza è uno strumento per rimuovere ogni opposizione alle dinamiche economiche predatorie e speculative. Una macchina perfetta aldilà di chi gestisce il territorio, che sia di destra o di centrosinistra. E in questo caso vengono arruolati anche gli ascari pseudo-antagonisti come Coalizione Civica. Le lotte alle Besta e del MuBasta ne sono un esempio.
Le lotte territoriali attuali hanno la stessa capacità di incidere?
In determinate circostanze sì, vedi quello che oggi è i fatto il movimento dei movimenti in Italia: il NoTav.
C’è qualcosa che, col senno di poi, non rifaresti?
Con il tempo si fanno bilanci e si comprendono gli errori politici, dentro i quali ci sta anche il militare, che è stato un aspetto fondamentale del nostro movimento di allora. Certo, si comprende meglio come marxisti rivoluzionari la strategia politica e la si dialettizza con la situazione concreta. Più Mao nella conservazione delle forze e nel mantenimento di un’organizzazione politica sul lavoro di massa in una fase non rivoluzionaria, guardando più alla classe nei suoi livelli di conflitto che ai desideri delle avanguardie: due piani che non vanno confusi in una logica fochista, della scintilla che incendia la prateria. Se nella prateria è piovuta acqua socialdemocratica, vanno trovate strade diverse per reggere lo scontro e costruire avamposti e forme di organizzazione dentro la classe stessa. E qui subentra Gramsci, che non avevamo capito e che avevamo sottovalutato. Le casematte e la questione dell’egemonia che non la costruisci a colpi di mano. Col senno di poi non posso dire dire di più sul che fare allora. Ma posso dire citando Lenin (credo) che i migliori riformatori sono i rivoluzionari. E sul che fare oggi ci sarebbe tanta carne da mettere al fuoco.
Quale eredità positiva di quel periodo senti ancora viva oggi?
La necessità di costruire un percorso rivoluzionario che tenga conto di ciò che è la società oggi, la composizione di classe, i livelli di coscienza, l’identità di classe, le contraddizioni sociali e quelle più generali sul piano internazionale. Se sapessimo muoverci bene e la smettessimo di fare i settari, di avere tante parrocchie che spesso sono duplicati delle une rispetto le altre, potremmo fare leva su queste contraddizioni. Stiamo entrando in una fase di forte compressione dei salari, dello stato sociale, cresce una coscienza diffusa su come questo stato di cose stia producendo crimini e ingiustizie che non si vedevano dal secondo conflitto mondiale. Inoltre la crisi di egemonia del dominante, ossia dell’imperialismo di fronte alla crescita del multipolarsimo e delle decolonizzazioni ci fa capire che se agiamo con intelligenza, unendo il particolare al generale, possiamo farcela stavolta: magari per tappe, con una transizione che non elimina nel “comunismo subito” una formazione economico-sociale che ha mostrato i suoi limiti ma che non può sparire da un momento all’altro, che però può avere un declino controllato da forze e alleanze sociali egemoni. La Cina sta insegnando molto.
E quale invece andrebbe definitivamente superata?
L’incapacità di leggere la realtà per quella che è. L’orizzonte non si forza, e cito la visione della punta più estrema dei Settanta: il Partito Guerriglia, espressione di una degenerazione autoreferenziale che diede il colpo di grazia a tutte le esperienze politiche rivoluzionarie di quel periodo. Non avemmo neppure la forza di trasformarci mantenendo saldi i principi diventando soggetto politico come i tupamaros uruguaiani nel Frente Amplio: vedi Pepe Mujica.
Le proteste di oggi ti sembrano sottovalutate o sopravvalutate?
Né l’una né l’altra, sono il prodotto della realtà sociale e politica attuale. Sono la materia sociale entro la quale operare.
Cosa manca oggi per rendere il conflitto più efficace?
L’organizzazione, il linguaggio, la comunicazione, la capacità di combinare l’occupazione dal basso delle istituzioni date con l’extra istituzionalità di certe azioni politiche che però vanno valutate in base ai rapporti di forza e ai livelli di organizzazione che si possono mettere in campo.
Vedi possibilità reali di cambiamento o prevale una gestione difensiva?
Le possibilità di cambiamento dipendono da noi. Molto si potrebbe fare se fossimo in grado di unire le forze del lotta politica. Coordinamento e organizzazione.

Se dovessi dire una cosa a chi oggi scende in piazza, quale sarebbe?
Guardatevi dalle strumentalizzazioni. Anche da parte di coloro che non vogliono i re, ma non vedono il sistema che trascende i re stessi.
E una cosa a chi racconta queste proteste sui media?
Andate a fare in culo: ridi che la mamma ha fatto gli gnocchi.
Hansy Lumen

Vive tra un’assemblea infinita e un refuso mai corretto. Scrive come se stesse smontando un giocattolo per capire chi l’ha costruito davvero. Si dice abbia attraversato tre decenni senza mai allinearsi, sopravvivendo a collettivi, editoriali e aperitivi culturali grazie a una dieta a base di dubbi e cortocircuiti. Collabora con chi non è d’accordo con lui e diffida profondamente di chi lo è. Non rappresenta nessuno, motivo per cui ogni tanto qualcuno prova comunque a rappresentarlo. Compare e scompare nei punti ciechi del dibattito pubblico, lasciando dietro di sé domande scomode e sedie fuori posto.

Quanti anni avevi nel 1977?
Avevo 8 anni ed ero completamente privo di coscienza di classe. O meglio: la mia unica “coscienza di classe” era quella della terza elementare, sezione C. Però in quarta comprai Carlo Marx a fumetti e lì qualcosa si è rotto o forse acceso. Venivo da una famiglia di estrazione borghese: è stato un vero cortocircuito, una crepa precoce dentro un contesto che sembrava già scritto.
Cosa c’entri con le altre interviste?
Anagraficamente poco. Concettualmente molto.
In che modo il movimento di contestazione degli anni ’70 ti ha cambiato e influenzato?
Se devo essere onesto, non mi ha cambiato direttamente il ’77 storico, ma il suo riflesso bolognese più creativo: gli Indiani Metropolitani, Bifo, Radio Alice, Il Male, Andrea Pazienza, Freak Antoni. Il situazionismo, l’underground, la reinvenzione dei codici, dei linguaggi, dei metodi di lotta. Ho vissuto nel mito di Bologna per tutte le medie e le superiori. Poi, quando mi sono trasferito qui negli anni ’90, ho trovato una continuità evoluta di quella stessa energia: l’Isola nel Kantiere, la prima Radio K Centrale, il collettivo Transmaniacon, Luther Blissett, l’Associazione Psicogeografica, Grafton 9, il movimento No Copyright. E poi un’infinità di pratiche dal basso, talmente diffuse e articolate da essere impossibili da elencare senza tradirne lo spirito.
Esiste una sorta di eredità?
Sì, ed è fondamentale: la consapevolezza extraparlamentare di poter incidere sulla realtà anche fuori dalle logiche di partito. Questa è l’eredità che si è progressivamente persa.
Spesso si dimentica che luoghi come il Livello 57, il primo TPO di via Irnerio (lo sottolineo per distinguerlo da quello successivo di viale Lenin) o il Link non si limitavano a esistere: dettavano l’agenda culturale e giovanile della città. Con una proposta così vasta e potente da rendere quasi irrilevante l’offerta privata.
Senza il patrimonio degli anni ’70 tutto questo non sarebbe accaduto. E quella visione ha resistito, in forme mutate, almeno fino al 2001 di Genova.
Sembra una visione troppo idilliaca. C’era qualcosa che non ti convinceva?
Molto. Non ho mai sopportato le ortodossie: l’ala militante dura e pura, le rigidità ideologiche, le identità monolitiche. Le tute bianche, i disobbedienti. Paradossalmente molti di quelli che oggi in città sono perfettamente integrati nel sistema che un tempo contestavano. Ho sempre diffidato delle ortodossie perché Bologna, nella sua storia profonda, è una città eretica. E se negli anni ’90 riconosco un’eredità degli anni ’70, credo anche che quel movimento abbia intercettato qualcosa di molto più antico, quasi millenario. Per questo penso che ciò che è accaduto qui non fosse replicabile altrove. Ed è anche per questo che oggi lo scontro è così violento: perché si sta intervenendo su un’identità profonda, non solo su una fase politica.
Perché tutto finì nel 2001 con i fatti di Genova?
Genova è stata il culmine di un lungo percorso. I social forum avevano portato la sinistra eterodossa al massimo della sua elaborazione politica e culturale. Era diventata, per la prima volta, realmente pericolosa. Non solo per la destra, ma anche per la sinistra istituzionale. Quello che è seguito è stato un annientamento sistematico di quella prospettiva. E bisogna riconoscerlo: ha funzionato.
Perché ha funzionato?
Qui il parallelo con gli anni ’70 è decisivo. Quella generazione era ancora vicina alle lotte di liberazione antifasciste: la traiettoria verso la lotta armata aveva una sua logica storica.
La mia generazione, invece, era più vicina al joystick che alle armi. Dopo Genova, la risposta non è stata la radicalizzazione militare, ma una ritirata psichica: introspezione, elaborazione, in qualche modo disinnesco.
Chi ha scommesso su questa deriva ha vinto. Ma è stata una scommessa tutt’altro che scontata, e profondamente irresponsabile nelle sue conseguenze.
Perché l’accostamento tra i movimenti di oggi e gli anni ’70 ti sembra forzato?
Perché sono contesti completamente diversi. Io ho partecipato a logiche di conflitto antagonista e ne riconosco il senso in quel preciso momento storico. Oggi quel tipo di scontro mi appare in gran parte superato.
Tra dispositivi di sorveglianza sempre più sofisticati e strumenti repressivi più efficaci, il terreno è cambiato. E, banalmente, sono cambiato anch’io: oggi sono un cardiopatico, a vent’anni no.
Questo non significa condannare gli scontri di piazza. Sarebbe ipocrita. L’impeto che li muove lo conosco bene. Ma li vedo come un’estetica residuale, una battaglia di retrovia.
E oggi?
Resto convinto che tutte le conquiste sociali siano nate da conflitti: aborto, divorzio, diritti del lavoro. Siamo debitori agli anni ’70, nonostante le loro tragedie e sconfitte, per la stagione fertile degli anni ’90.
Quello che invece vedo oggi è un’ossessione per essere forza di governo, dal PCI fino alle esperienze più recenti. Un’ossessione che ha prodotto più adattamento che trasformazione.
Io credo che si debba recuperare il senso dell’opposizione. Non come testimonianza sterile, ma come spazio reale di conflitto e proposta.
Se questo accadesse, potrei anche tornare a considerare il voto.
Senza questa prospettiva, l’attuale febbre elettorale mi sembra solo un esercizio sterile.
Se tra dieci anni dovessi guardarti indietro, cosa ti farebbe dire di non aver sprecato questo passaggio: aver avuto ragione o aver aperto una possibilità?
Aver aperto una possibilità.
Avere ragione, da solo, è una forma elegante di irrilevanza. Può darti conforto, al massimo qualche citazione postuma, ma non cambia nulla. Aprire una possibilità, invece, significa creare uno spazio che prima non c’era, anche piccolo, anche fragile, anche destinato magari a fallire.
Se tra dieci anni dovessi riconoscere qualcosa di questo passaggio, non sarà una posizione corretta o una previsione azzeccata. Sarà aver contribuito, anche solo di poco, a spostare il perimetro di ciò che era pensabile e dicibile.
Il resto è contabilità del passato.