La città

Primavera sotto sequestro

Studenti, parchi pubblici e doppio standard: cronaca di una festa annunciata e mai avvenuta

di Antìgene

A Bologna basta un dj set tra studenti per attivare un dispositivo che somiglia più a una gestione dell’ordine pubblico che a un confronto con la realtà. Cinque scuole, un passaparola, un parco. Fine. O meglio: inizio.
Prima ancora che la musica parta, la macchina si muove. Segnalazioni, contatti con i presidi, telefonate alle famiglie. L’assembramento viene nominato prima ancora di esistere. Il problema è già costruito, quindi può essere gestito.
Il copione è noto: si evoca il precedente, si descrive il disastro, si anticipa il rischio. Tavoli abbandonati, rami spezzati, animali in fuga. Una narrazione che trasforma un evento possibile in una minaccia certa. E così la festa smette di essere una festa e diventa un caso.
Nel frattempo, una domanda resta sullo sfondo, quasi fuori campo: dove possono stare, oggi, duemila ragazzi? Quali spazi esistono per forme di aggregazione non mediate, non sponsorizzate, non programmate?
Perché il punto non è Villa Spada o i 300 scalini. Il punto è che ogni spazio aperto diventa fragile quando viene attraversato senza autorizzazione. Non per ciò che accade, ma per ciò che potrebbe accadere.
E allora la città si difende. Non da un danno, ma da una possibilità.
Il risultato è un equilibrio curioso: eventi grandi, strutturati, spesso impattanti, trovano canali e coperture. Quelli spontanei vengono intercettati prima ancora di prendere forma. Non si vietano apertamente. Si disinnescano.
Così, mentre si parla di educazione civica e rispetto dei luoghi, si insegna implicitamente un’altra lezione: che lo spazio pubblico è tale solo quando qualcuno lo concede.

Il resto è rumore di fondo. O silenzio preventivo.

Intervista ad Amos Regazzi
Amos Regazzi

Rappresentante d’Istituto Liceo Sabin

Com’è nato l’evento?
L’evento è nato con l’arrivo della bella stagione, quindi della primavera. Tra gli studenti c’era molta voglia di festeggiare all’aria aperta. Inoltre, dato che qualcosa di simile era già stato fatto in precedenza, abbiamo pensato: perché non rilanciarlo?
Non c’era nessuna volontà di riappropriarsi degli spazi, perché si tratta comunque di un parco pubblico. Non abbiamo nulla da rivendicare.
Le feste erano collegate tra loro?
No, le due feste erano separate. Ai 300 scalini c’erano il Righi, Galvani e Minghetti, mentre a Villa Spada c’erano il Sabin e Arcangeli.
Le organizzazioni erano completamente indipendenti, è stato solo un caso che capitassero lo stesso giorno. Non ci aspettavamo una reazione così forte, tra minacce e denunce, anche se poi è arrivata una segnalazione.
È comprensibile una certa preoccupazione dal punto di vista ambientale, quindi una lettera ce la saremmo anche aspettata.
Vi siete sentiti fraintesi?
Sì, in parte. Si pensava che dietro questi festeggiamenti ci fossero organizzazioni più strutturate, magari con qualcuno che voleva lucrarci sopra. In realtà si tratta semplicemente di ragazzi che vogliono festeggiare senza fare nulla di male.
Quanto ha pesato la questione ambientale nelle reazioni del quartiere?
Sicuramente la questione ambientale ha fatto da leva per il quartiere Saragozza e per chi vive sui colli per bloccare eventi del genere.
È ancora possibile organizzare eventi di questo tipo?
Ormai è molto difficile, perché Comune e forze dell’ordine sono molto attenti.
Esistono ancora i rave, ma si fanno in posti abbandonati, dove è meno probabile essere trovati.
È un po’ triste, perché spesso viene sollevato solo il problema ambientale, che è importante, ma basterebbe un minimo di sensibilizzazione per pulire ciò che si sporca.
Come giudichi il comportamento delle istituzioni?
Non c’è interesse a tutelare eventi di questo tipo, e non dico che debba esserci per forza. Però esiste un doppio standard.
Ci sono locali ed eventi sui colli, come ad esempio l’Hollywood, che spesso non rispettano norme e regole: traffico, macchine in doppia fila, assembramenti. Eppure sembra ci sia interesse a non sanzionarli. Questo lo ha detto anche il comitato dei colli, non solo io.
Noi invece, essendo studenti in un parco pubblico, non abbiamo alcuna tutela e veniamo spesso trattati come un problema di ordine pubblico.
Pensate di fermarvi dopo questa vicenda?
Assolutamente no. Non saranno minacce, segnalazioni alla polizia o lettere ai presidi a fermare eventi del genere. E anche se non saremo noi a organizzarli, lo faranno i prossimi rappresentanti o altri studenti, magari in altri luoghi. È una spinta che non si può fermare: c’è una volontà diffusa tra gli studenti.
Cosa è successo nei giorni immediatamente precedenti all’evento?
Il 31 marzo mi ha chiamato il rappresentante dell’Enrighi dicendo che probabilmente avrebbero annullato l’evento, dopo la segnalazione del comitato dei colli e il clamore che si era creato.
Noi, cioè Sabin e Arcangeli a Villa Spada, non eravamo ancora stati citati, quindi abbiamo deciso di andare avanti. Il 1° aprile però è arrivata una chiamata della Digos alla rappresentante dell’Arcangeli: ci è stato detto che, se avessimo fatto l’evento, ci sarebbero stati controlli, sanzioni e possibile requisizione dei materiali.
A quel punto, dopo una discussione interna, abbiamo deciso anche noi di annullare tutto.
È successo tutto nel pomeriggio del 1° aprile.