La città

Il “MuBa” e il sospetto del “paga Pantalone”

Tra fondi PNRR, ritardi e possibili coperture comunali, il museo del Pilastro diventa un caso emblematico di opacità amministrativa e frattura con il territorio.

Rione Pilastro, Bologna AD 2026, dove un tempo i bambini correvano sul prato e tra gli alberi e di cui oggi restano cemento e recinzioni.

Il MuBa, Museo delle bambine e dei bambini, è stato declamato dal Comune di Bologna come un “progetto educativo e culturale”, ma per i residenti e chi osserva è già simbolo lampante di opacità, imposizione securitaria e decisioni “calate dall’alto”, senza consultare chi vive quotidianamente quei luoghi cui ora sembra aggiungersi anche una “gestione ibrida” dei finanziamenti.

Una sorta di “laboratorio” di come i soldi pubblici, europei e locali, potrebbero a volte diventare un “enigma contabile”, che farebbe sobbalzare chiunque abbia a cuore la trasparenza.

Il progetto del MuBa aveva ricevuto il completo finanziamento tramite i Piani Urbani Integrati (PUI) del PNRR; i documenti ufficiali indicavano tempi rigidissimi: aggiudicare i lavori entro luglio 2023 e finire entro giugno 2026.

Peccato che, per altre “priorità”, i lavori siano slittati a fine novembre 2025, a pochi mesi dalla scadenza ultima. Un ritardo stupefacente, che fa sorgere inevitabilmente domande: come si può completare un’opera così complessa in sei mesi? E, soprattutto, perché non si sono modificati molto prima i finanziamenti, se era chiaro che non si sarebbero rispettare le scadenze? La risposta si potrebbe forse celare dietro a un mix di burocrazia, gestione amministrativa e, per usare un eufemismo caro a chi governa, “escamotage contabile”.

Il MuBa sembra mantenere ancora oggi un CUP PNRR attivo, formalmente legato al programma europeo, ma un articolo del 7 aprile (https://ilgiornaledellarchitettura.com/2026/04/01/progetti-e-conflitti-a-bologna-il-caso-muba-ma-non-e-il-solo/ ) racconterebbe un’altra storia: parte del finanziamento sembrerebbe provenire ancora dai fondi PNRR ma un’altra parte ora sembrerebbe coperta dal bilancio comunale.

Formalmente, tutto sembra ancora sotto il “cappello europeo”, sostanzialmente i cittadini di Bologna andrebbero a pagare di tasca loro ciò che doveva essere sostenuto da Bruxelles.

Il risultato? Un “escamotage” che permetterebbe di far procedere i lavori come se nulla fosse, senza troppi “lacci e lacciuoli” europei, ma anche a spese dei contribuenti locali, sottraendo risorse a servizi essenziali sempre più depauperati.

Tradotto in parole semplici: se prima il museo rischiava magari di restare incompiuto per i “troppi vincoli” europei, ora tutti i cittadini bolognesi rischierebbero di pagare il MuBa e senza che nessuno abbia chiesto loro il permesso.

Non sono reperibili comunicazioni ufficiali, delibere o note del Comune atte a chiarire questa situazione, ma i residenti del Pilastro intanto sono stati costretti con la forza a guardare una recinzione stile “Alcatraz” vuota e operai che appaiono e scompaiono come per magia. Il dubbio cresce: il progetto è in difficoltà, ma la comunicazione istituzionale tace? In questo silenzio, ogni sussurro assume valore e la sensazione che qualcosa si stia muovendo “sottotraccia” è legittima.

A inizio marzo, un esposto alla Corte dei Conti e per conoscenza al Comune denunciava presunte violazioni del Bando PNRR: l’amministrazione avrebbe cementificato un parco che doveva invece restare suolo verde, ignorando i principi DNSH (Do No Significant Harm) contenuti nel Bando tramite il quale aveva ottenuto i finanziamenti europei PNRR.

L’esposto ha intercettato di fatto una criticità pesante: l’atto è formale, ufficiale e documentato. Certo, difficilmente può fermare i lavori nel breve termine considerati i tempi della Procura, ma potrebbe aver aumentato la pressione sugli amministratori, obbligandoli in teoria a dover spiegare secondo tabella europea ogni euro speso.

Nel frattempo, invece, l’amministrazione sembra “navigare a vista” tra lettere e interviste strappacuore sui social, promesse elettorali “della qualunque” e oltremodo tardive, grottesche presentazioni del MuBa che avrebbero avuto senso a inizio 2023, taglio di nastri “in favor di telecamere”, bande musicali e cortei per aver fatto il proprio dovere, narrazioni vittimistiche da film tipo “L’Incompreso”, comunicati che vaghi è dir poco, silenzi strategici e forse qualche manovra di bilancio “creativa”, tipo coprire i costi con fondi comunali senza delibere ufficiali.

Se questa “virata” venisse confermata (visto che la “new” deriva da un articolo online), la cosa contribuirebbe a confermare anche quella sensazione di “voler cadere in piedi a tutti i costi” che molti residenti e osservatori denunciano da settimane e le conseguenze non sarebbero affatto irrilevanti.

I cittadini pagherebbero due volte: una per i fondi europei già stanziati e una per i fondi comunali eventualmente messi a bilancio per garantire la prosecuzione dei lavori e tutto per “salvare le apparenze” di un’amministrazione (e di un progetto) che non è riuscita a rispettare nemmeno le scadenze europee.

La gravità politica “da bocciatura”: non sempre si hanno strumenti chiari per capire cosa sia ancora PNRR e cosa sia finanziamento comunale. Tutto è formalmente corretto, ma sostanzialmente opaco. Il sospetto uso di fondi pubblici in maniera ibrida, unito al silenzio comunicativo, alimenterebbe diffidenza e sospetto, rendendo la “questione MuBa” una frattura ancor più profonda tra cittadini e amministrazione.

Capita che la burocrazia e le amministrazioni giochino a nascondino con le persone e non sempre il gioco finisce bene per i contribuenti.

Il MuBa, quindi, non sarebbe più solo un “museo per bambini”, diventerebbe anche un caso emblematico di come la gestione dei fondi pubblici e la combinazione di vincoli europei, ritardi amministrativi, manovre di bilancio e comunicazione opaca possano creare conflitti sociali e acuire la sfiducia.

Ogni euro speso fuori dai vincoli PNRR, senza delibere trasparenti, non sarebbe solo un problema contabile: sarebbe un problema politico e sociale, che andrebbe a ricadere direttamente sulle necessità di chi risiede e vive Bologna, che vedrebbe ulteriormente perse le proprie voci e le proprie risorse.