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N.I.M.B.Y (Non nel mio cortile!)

il riflesso condizionato di una città che si difende da sé stessa

C’è una parola che viene agitata come una clava ogni volta che qualcuno osa dire “forse qui no”: NIMBY. Not In My Back Yard. Non nel mio cortile. Tre sillabe trasformate in diagnosi psichiatrica collettiva, buona per zittire chiunque intralci la traiettoria liscia come vetro del “progresso”.

Ma se gratti appena la superficie, scopri che il NIMBY non è una patologia. È una crepa. E dentro quella crepa si intravede qualcosa di molto meno comodo: la crisi di fiducia tra cittadini e decisori, tra territorio e narrazione.

Il NIMBY come insulto urbanistico

Nel lessico amministrativo contemporaneo, “NIMBY” è diventato sinonimo di arretratezza, egoismo, miopia. Se protesti contro un cantiere, sei NIMBY. Se ti opponi a un’infrastruttura, NIMBY. Se osi chiedere “perché qui?”, NIMBY con aggravante di lesa modernità.

È un’etichetta perfetta perché evita il dibattito. Non serve rispondere alle obiezioni, basta classificare chi le pone. Un po’ come dire: non è il progetto ad avere problemi, sei tu a non capire il futuro.

Il risultato? Il conflitto urbano viene infantilizzato. Da una parte i visionari, dall’altra i “no a tutto”. In mezzo, la realtà, che però non parla più.

La città come campo di estrazione

Dietro l’accusa di NIMBY spesso si nasconde un modello preciso: la città come risorsa da sfruttare. Suolo, aria, spazi pubblici diventano superfici disponibili per operazioni che hanno una loro logica, certo, ma raramente coincidono con quella di chi quei luoghi li vive.

Quando un quartiere si oppone a un intervento, non sta necessariamente dicendo “no al progresso”. Sta dicendo: questo progresso, così com’è, ha un costo. E qualcuno lo paga più di altri.

Rumore, traffico, perdita di verde, aumento dei prezzi, trasformazione sociale. Il NIMBY, in molti casi, è solo il momento in cui quel costo diventa visibile.

Partecipazione o coreografia?

Si parla molto di partecipazione. Tavoli, incontri pubblici, questionari. Una liturgia ormai consolidata. Ma spesso la sensazione è quella di assistere a una rappresentazione già scritta.

Il progetto esiste già. Le decisioni pure. La partecipazione arriva dopo, come una mano di vernice trasparente.

E allora succede qualcosa di prevedibile: le persone smettono di fidarsi. Quando finalmente reagiscono, lo fanno in modo più duro, più netto. Ed ecco che diventano NIMBY.

Non perché rifiutino il cambiamento, ma perché non riconoscono più il processo.

Il paradosso: tutti NIMBY, nessuno NIMBY

C’è un dettaglio curioso: il NIMBY è sempre l’altro.

Chi costruisce non è NIMBY. Chi approva non è NIMBY. Chi investe non è NIMBY. Solo chi subisce lo è.

Eppure, se sposti lo scenario di qualche chilometro, le parti si invertono. Anche il decisore, nel suo quartiere, potrebbe scoprire improvvisamente il valore del “non qui”.

Il NIMBY, allora, non è una categoria sociale. È una posizione situata. Dipende da dove ti trovi quando arriva il progetto.

Dal “non qui” al “come e perché qui”

Ridurre tutto a NIMBY significa perdere un’occasione. Perché dentro quel “no” c’è spesso una domanda molto più interessante: come si decide dove fare cosa? Perché proprio lì? Chi beneficia e chi paga?

Trasformare il conflitto in confronto richiederebbe un salto di qualità: meno retorica del progresso inevitabile, più trasparenza sui trade-off reali.

Significherebbe anche accettare che alcune opposizioni non sono negoziabili. Che esistono limiti, soglie, saturazioni. Che la città non è infinita, anche se la sua narrazione lo è.

Antigene urbano

Se la città è un organismo, il NIMBY è una reazione immunitaria. Non sempre elegante, a volte sproporzionata, ma raramente casuale.

Segnala che qualcosa è percepito come estraneo, imposto, potenzialmente dannoso.

La domanda, allora, non è come eliminare il NIMBY. È capire cosa lo genera.

Perché una città che liquida ogni dissenso come fastidio, prima o poi si ritrova a combattere contro sé stessa. E lì non basta più cambiare etichetta. Bisogna cambiare metodo.