Semplicemento Bologna!

Tra classi che scompaiono e scuole che nascono dal nulla, Bologna riscrive la geografia dell’istruzione trasformando il calo demografico in un elegante esercizio di prestidigitazione urbana

di Hansy Lumen

A Bologna succede una cosa affascinante, quasi poetica, se non fosse reale: i bambini spariscono, ma le scuole continuano a crescere come funghi dopo un temporale urbanistico.

Da una parte, all’Istituto Comprensivo 5 Bologna si raschiano i fondi del barile demografico per giustificare la soppressione di una classe alle scuole medie Testoni. Dall’altra, a poche fermate di autobus e qualche rendering più in là si alza il sipario sulle nuove medie Federzoni, monumento futuribile a una popolazione studentesca che, dati alla mano, esiste soprattutto nelle presentazioni PowerPoint. Benvenuti nella Bologna quantistica: meno iscritti, più edifici. Meno classi, più inaugurazioni. Una città dove la realtà è un’opinione, ma il cemento è una certezza.

Il bambino invisibile

Il calo demografico è diventato il jolly perfetto. Quando serve tagliare, eccolo: “ci sono meno bambini”. Quando invece serve costruire, magia: i bambini riappaiono sotto forma di proiezioni, scenari, fabbisogni futuri, linee tratteggiate su mappe che sembrano videogiochi gestionali.

Il bambino reale, quello che dovrebbe entrare in prima media alle Testoni, viene accompagnato gentilmente verso un’altra scuola. Il bambino teorico, invece, quello della Federzoni nuova di zecca, è già lì che corre nei corridoi luminosi, anche se ancora non è nato.

È una nuova categoria urbanistica: il minore previsionale.

L’architettura dell’assenza

Le nuove Scuole medie Federzoni non sono semplici edifici. Sono dichiarazioni d’intenti. Sono la risposta a una domanda che nessuno ha fatto nel presente ma che qualcuno ha immaginato nel futuro.

Nel frattempo, nelle scuole esistenti, si fa ingegneria di sopravvivenza:

  • classi accorpate
  • organici ridotti
  • territori svuotati pezzo dopo pezzo

È come se la città stesse giocando a Tetris con i suoi studenti: le linee scompaiono, ma il livello continua a salire.

La geografia selettiva

Naturalmente, non tutte le scuole dimagriscono allo stesso modo.

Alcune perdono classi.
Altre guadagnano edifici.

Non è una distribuzione casuale, è una coreografia urbana molto precisa: le scuole dei quartieri più fragili diventano leggere, sempre più leggere, finché non restano quasi simboliche. Quelle nei quadranti “in sviluppo” invece si espandono, si rinnovano, si raccontano.

Il risultato è elegante, quasi invisibile:
non si chiude nulla apertamente, si redistribuisce.
Non si esclude nessuno, si rialloca.

Un lessico gentile per una trasformazione piuttosto brutale.

La città come palcoscenico

Bologna ama definirsi progressista. E in effetti lo è, soprattutto nella capacità di tenere insieme due verità incompatibili senza mai farle scontrare davvero.

  • La scuola è un presidio sociale fondamentale
  • Però una classe in meno “non cambia molto”
  • Il calo demografico è un problema strutturale
  • Però costruiamo nuove scuole
  • I quartieri vanno riequilibrati
  • Però alcuni si svuotano più velocemente di altri

È teatro civico di altissimo livello: ogni attore recita la sua parte, e il pubblico esce con la sensazione che tutto sia inevitabile.

Il capolavoro: perdere senza chiudere

Il vero colpo di genio è questo: non servono più le grandi chiusure traumatiche. Non servono barricate, né titoli di giornale.

Basta togliere una classe.
Poi un’altra.
Poi spostare qualche studente.

E nel giro di pochi anni, una scuola cambia natura senza che nessuno possa indicare il momento preciso in cui è successo.

Nel frattempo, altrove, si taglia il nastro di un edificio nuovo, e la narrazione si sposta lì, luminosa, pulita, incontestabile.

Epilogo (provvisorio)

Forse tra qualche anno le nuove Federzoni saranno piene. Forse no. Forse il calo demografico rallenterà, o forse continuerà.

Nel dubbio, Bologna fa quello che le riesce meglio: costruisce il futuro e riduce il presente.

E se proprio non ci saranno abbastanza studenti, pazienza.
Le aule vuote, in fondo, sono solo bambini che non sono ancora arrivati.

O che hanno già imparato a spostarsi altrove.