Intervista a Paola Bonora
Paola Bonora
E’ geografa e studiosa dei processi territoriali, con un lavoro centrato sulle trasformazioni urbane, il consumo di suolo e le dinamiche di governance che ridefiniscono lo spazio pubblico. Ha insegnato geografia all’Università di Bologna, sviluppando uno sguardo critico sulle politiche urbane contemporanee e sui loro effetti sociali, economici e ambientali. Il suo approccio unisce analisi rigorosa e capacità di lettura politica del territorio: nelle sue ricerche la città non è mai neutra, ma il risultato di scelte, interessi e conflitti spesso invisibili. Corretta quindi per leggere Bologna non come rappresentazione, ma come campo di forze.
Negli ultimi anni l’occupazione di suolo pubblico a Bologna è cresciuta in modo evidente: è una risposta emergenziale che si è cronicizzata o un vero cambio di paradigma urbano?
E’ cambiato il paradigma economico che oggi vede prevalere la rendita, per sua natura diversificante, che trasforma le città in asset in cui investire. Un dispositivo che si appropria anche degli spazi collettivi e li usa come elementi di valorizzazione privata.
Quanto pesa l’economia della somministrazione (dehors, plateatici) nella ridefinizione dello spazio pubblico rispetto ad altri usi collettivi meno redditizi?
Molto in una città che ha puntato sull’attrattività turistica e cerca di adattare gli spazi a questo fine. Ma così finisce per frammentare la città.
Il suolo pubblico è ancora “pubblico” quando viene progressivamente privatizzato per usi commerciali, anche se temporanei?
Dal punto di vista giuridico, se è sotto a un portico è spazio privato di uso pubblico, se è sul selciato esterno è pubblico. Ma non credo vogliate una risposta di questo tipo, in termini sociali viene espropriato, sottratto all’uso collettivo, di cui il cittadino non può fruire se non a pagamento – non a caso in centro sono scomparse le panchine.
Qual è il ruolo delle norme: regolano davvero il fenomeno o finiscono per legittimarlo e consolidarlo?
Sinora lo hanno legittimato e consolidato.
Chi resta escluso da questo nuovo assetto dello spazio pubblico? Pedoni, residenti, soggetti fragili?
Tutti i cittadini, con problemi più acuti per quelli con fragilità a cui questi spazi in molti casi sono interclusi.
Le concessioni di suolo pubblico riflettono davvero il valore economico dello spazio occupato, oppure rappresentano una forma indiretta di trasferimento di ricchezza dal collettivo al privato?
Difficilissimo quantificare il valore monetario di uno spazio pubblico che teoricamente in quanto collettivo, comune, non dovrebbe averlo, cioè essere fuori dal mercato. La concessione si aggancia alle variabili dell’economia urbana: la posizione più o meno centrale, la vicinanza a altre attrattive, la qualità dell’ambiente che lo circonda, chi vi risiede, ecc. Ma rispecchia innanzitutto la sua rappresentazione nell’immaginario sociale, pensiamo al centro storico e ai luoghi “pittoreschi” della città. Anche la bellezza viene requisita, non è più un bene per l’appagamento estetico dei cittadini, diventa un bene di scambio che accresce il patrimonio degli investitori privati. Passeggiare nel mitico quadrilatero oggi è impossibile, infastidente, i bolognesi non ci vanno da tempo. Sono stati espropriati di uno spazio che apparteneva alla comunità, non ne hanno ricevuto vantaggi nè economici né esperienziali, e ne subiscono la mancanza.
Esiste un punto di equilibrio tra vitalità economica e diritto alla città, o siamo già dentro uno sbilanciamento strutturale?
Di diritto alla città ha cominciato a parlare Henri Lefebvre negli anni ’70 e per fortuna è stato ripreso da analisti attuali. Allora si era al tramonto del fordismo e della “città fabbrica”, piena di contraddizioni e conflitti. Sono passati anni luce e molti passaggi intermedi, ma la situazione a mio modo di vedere è peggiorata, le opportunità del secolo scorso ora sono negate. Non si basano più sulla capacità inventiva o l’impegno, ma sulle potenzialità di investimento. Non a caso manca il lavoro per i giovani, le piccole imprese faticano a sopravvivere, le attività commerciali sono sulle montagne russe tra chiusure e riaperture, non c’è stabilità. Il modello economico attuale, il rentier capitalism ossia il capitalismo finanziario, divarica il rapporto tra chi detiene delle proprietà e dunque si avvale di una rendita e delle relative garanzie e chi invece vive del proprio lavoro che, a tutti i livelli, è diventato sempre più precario, insicuro. Il “diritto alla città” è sempre più una chimera.
L’occupazione di suolo è distribuita in modo omogeneo o riflette e amplifica le disuguaglianze tra quartieri?
Crea e amplifica le disuguaglianze. E’ indice di qualificazione, seleziona porzioni di territorio che già presentano elementi di positività o potenzialità e contribuisce alla loro gentrificazione. Teniamo a mente il significato originario di “gentrification” che deriva da “gentry”, nobiltà, il che in termini urbanistici significa valorizzare spazi dotati di una qualche storicità, magari appannata dal tempo e dalla poca cura, e darle smalto, nobilitarla appunto, farne una scenografia (finzionale, la definiva Augé) che giustifichi l’innalzamento dei valori immobiliari. La cui conseguenza diretta è il “displacement”, ossia l’espulsione dei residenti a basso reddito che si spostano nelle aree meno pregiate a costi di vita inferiori.
In che misura l’espansione dei dehors e delle concessioni incide sulla qualità ambientale urbana (permeabilità del suolo, isole di calore, vivibilità)?
Bisogna distinguere, i dehors incidono sul piano della vivibilità, meno sul versante climatico perché sono in aree già strutturate – su cui si dovrebbe in ogni modo intervenire con adattamenti volti alla rinaturalizzazione, che non sono però solo alberelli in vaso ma operazioni più complesse per disperdere il calore o drenare le acque. Ma sul piano urbanistico quando parliamo di concessioni bisogna innanzitutto considerare quelle edilizie, le nuove edificazioni e le operazioni di cambiamento d’uso di grandi complessi immobiliari. Pensiamo agli studentati, o per meglio dire ai cosiddetti studentati, molti dei quali nei loro siti si dichiarano alberghi e offrono ospitalità temporanea ai turisti. Il Social Hub di via Fioravanti ad esempio, l’ex Telecom per intenderci, uno dei primi casi di sgombero e conflitto, si presenta come “Hotel 4 stelle”. Lo stesso per i diversi studentati cresciuti in città, anch’essi offrono ospitalità breve. Non è un caso che gli studenti non trovino alloggi quando quelli che sono etichettati come studentati in realtà svolgono funzioni turistiche. Le loro lamentele e denunce però paradossalmente alimentano la volontà di costruirne di ulteriori, temo destinati alla stessa sorte. Gli studentati sono diventati paravento per grandi operazioni immobiliari sostenute da fondi immobiliari in maggior parte stranieri. Molti di questi grandi edifici sono costruiti dal nuovo, o comunque con una occupazione di suolo ben superiore a quella degli edifici preesistenti – per non parlare delle volumetrie in molti casi mastodontiche, sto pensando all’ex Tre Stelle di via Rimesse, smisurato, sconcertante. Ottimi esempi di “built to rent”, ovvero operazioni finanziarie allestite e gestite da fondi immobiliari con finalità di rendita. Casi in cui consumo di suolo, impermeabilizzazione, assorbimento di calore vanno contro tutte quelle che dovrebbero essere le regole di mitigazione climatica.
Possiamo leggere l’occupazione di suolo pubblico come una forma di urbanistica “dal basso” o è in
realtà una pianificazione implicita guidata dal mercato?
Assolutamente guidata dal mercato, con una pianificazione non implicita ma esplicita, regolata da norme che la autorizzano. A Bologna non si opera fuori dalle norme dal punto di vista formale, ma sono le norme a essere orientate spesso a obiettivi non coerenti con il “diritto alla città” di cui si diceva in precedenza.
C’è una trasformazione culturale in atto nel modo in cui i cittadini percepiscono lo spazio pubblico, da bene comune a superficie disponibile?
La consapevolezza e l’’insoddisfazione dei cittadini è diventata evidente in numerosi casi.
Vede un legame tra l’aumento dell’occupazione commerciale dello spazio e una gestione più “securitaria” degli spazi residui non occupati?
Non in maniera unidirezionale, il discorso è più complesso e coinvolge il modello economico e politico che ci domina, i suoi fattori costitutivi, le sue modalità di funzionamento e governo, con il taglio autoritario che gli è connaturato.
Le scelte sull’uso del suolo rispondono a una visione urbanistica complessiva o emergono come somma di decisioni puntuali e contingenti? Che tipo di città rischia di emergere? E soprattutto: è ancora reversibile?
La regione Emilia-Romagna e Bologna hanno una tradizione pianificatoria che nel secolo scorso ha dato anche buoni risultati. Peccato che a un certo punto il centro-sinistra che da sempre le governa abbia ritenuto superate le logiche dello stato sociale, si sia invaghito del neoliberismo e abbia orientato la pianificazione in questa direzione. Sicché da sistema regolatorio volto al riequilibro territoriale è diventata strumento di valorizzazione che sceglie luoghi emergenti e li promuove. La “rigenerazione”, refrain della nostra epoca, è proprio questo, premiare gli ambiti che forniscono maggiori opportunità sotto il profilo della rendita. Questo è la città di oggi, dominata da grandi interessi speculativi incoraggiati dalle istituzioni al potere. Al momento non vedo forze politiche o culturali che propongano il ribaltamento, o almeno la correzione, di questi indirizzi, però chissà che in futuro qualcosa non cambi e si torni a pensare al bene comune.