Servizi essenziali, vite impossibili
abitare Bologna da lavoratori
C’è una città che funziona. Si muove, si pulisce, si cura, si serve. È puntuale al mattino presto e resistente la sera tardi. Non compare nei rendering, non inaugura cantieri, non taglia nastri. Ma senza, Bologna si fermerebbe nel giro di poche ore.
È la città dei lavoratori essenziali: infermieri, autisti, addetti alle pulizie, rider, commessi, operatori sociali, camerieri. Una costellazione di corpi operativi che tengono in piedi l’infrastruttura quotidiana. E che, sempre più spesso, quella stessa città non possono permettersela.
Il paradosso è semplice, quasi brutale: chi rende possibile la vita urbana non riesce più ad abitarla.
Il mercato come filtro
Negli ultimi anni, il mercato immobiliare bolognese ha smesso di essere uno spazio di accesso ed è diventato un dispositivo di selezione. Gli affitti salgono, si comprimono gli spazi, si moltiplicano le soluzioni temporanee. Stanze a prezzi da monolocale, monolocali a prezzi da lusso.
Per chi ha redditi medio-bassi o contratti instabili, la soglia d’ingresso è semplicemente saltata.
Non è solo una questione di costo assoluto. È una questione di proporzione: quanto del proprio reddito deve essere sacrificato per avere un tetto? Quando l’affitto supera il 50-70% dello stipendio, non è più una spesa. È una condizione di vulnerabilità strutturale.
La città che espelle
Così, lentamente, i lavoratori vengono spinti fuori. Prima nei quartieri periferici, poi nei comuni limitrofi, poi sempre più lontano. La geografia sociale si ridisegna: il lavoro resta in città, la vita viene delocalizzata.
Ma questa distanza ha un costo.
Ore di trasporto ogni giorno. Maggiore dipendenza da sistemi di mobilità già sotto pressione. Fatica accumulata che si traduce in minore qualità della vita, minore tempo libero, maggiore stress.
La città continua a funzionare — ma a un prezzo invisibile, pagato da chi la attraversa ogni giorno per farla esistere.
Servizi pubblici, condizioni private
C’è una contraddizione che si allarga: Bologna investe, pianifica, comunica servizi pubblici sempre più avanzati, ma ignora le condizioni materiali di chi quei servizi li eroga.
Un infermiere che non trova casa.
Un autista che parte da 40 km di distanza.
Un operatore sociale che cambia tre affitti in due anni.
Non sono eccezioni. Sono segnali sistemici.
La qualità di un servizio non dipende solo da risorse e organizzazione, ma anche dalla stabilità di chi lo rende possibile. Se chi lavora vive in condizioni precarie, anche il servizio diventa fragile.
Urbanistica senza abitanti
Nel frattempo, la città si trasforma. Nuovi progetti, nuove funzioni, nuovi investimenti. Ma per chi?
La produzione di spazio urbano sembra sempre più orientata a utenti temporanei: studenti, turisti, visitatori, consumatori. Figure mobili, flessibili, compatibili con un mercato dinamico.
I lavoratori stabili, invece, diventano un problema da gestire.
Non perché non servano — al contrario — ma perché non rientrano più nel modello economico dominante dello spazio urbano.
Una questione politica, non naturale
Tutto questo non è inevitabile. Non è una legge di natura. È il risultato di scelte: politiche abitative deboli, regolazioni insufficienti, incentivi distorti.
Il mercato non è neutro. Se lasciato libero di operare senza correttivi, tende a privilegiare le rendite più alte e gli usi più profittevoli. E l’abitare, soprattutto per le fasce più fragili, perde terreno.
La domanda allora cambia.
Non è più: “perché gli affitti sono alti?”
Ma: “per chi è ancora pensata questa città?”
Chi resta fuori
Quando una città espelle i suoi lavoratori essenziali, non perde solo residenti. Perde equilibrio.
Perde prossimità tra vita e lavoro.
Perde continuità nei servizi.
Perde quella densità sociale che la rende vivibile e non solo funzionante.
E costruisce, pezzo dopo pezzo, una frattura: tra chi abita e chi serve, tra chi può restare e chi deve spostarsi.
Una città che si svuota mentre funziona
Il rischio non è una città che smette di funzionare.
È una città che continua a funzionare perfettamente — ma senza più coincidere con chi la rende possibile.
Una città efficiente, performativa, attraversata.
Ma sempre meno abitata.
E allora la domanda finale non riguarda solo il mercato o le politiche abitative.
Riguarda l’idea stessa di città:
se è ancora un luogo da vivere,
o solo una macchina da far girare.
Giornalista, in IRPI Media dal 2012 dove è attualmente co-direttore, segue in particolare tematiche su immigrazione, criminalità organizzata, crimini finanziari e corruzione. È stato International fellow di The Groundtruth Project. Partecipa a percorsi formativi sul giornalismo d’inchiesta con l’ODG della Lombardia.
Negli ultimi anni, il diritto alla casa nelle città italiane ha smesso di essere una questione sociale per diventare una variabile economica sempre più fuori controllo. L’inchiesta di IRPImedia dentro il progetto Città in Affitto lo racconta con dati difficili da aggirare: salari fermi, affitti in crescita e un divario che rende sempre più impossibile vivere nei luoghi in cui si lavora. Non si tratta solo di studenti o fasce fragili. Infermieri, insegnanti, lavoratori pubblici, cioè le figure che tengono in piedi la quotidianità urbana, sono sempre più spinti ai margini o costretti a destinare oltre la metà del proprio reddito all’alloggio, ben oltre la soglia considerata sostenibile. È dentro questa frattura, tra città che funzionano grazie a chi non può più permettersi di viverci e modelli urbani sempre più orientati alla rendita, che si inserisce la conversazione con Lorenzo Bagnoli, giornalista, codirettore di IRPImedia e coautore col collettivo Gessi White di “Città in Affitto, un requiem per il diritto all’abitare“, 2025 Editori Laterza.
Ho rinunciato alla stabilità abitativa e anche a una certa qualità dello spazio in cui vivo.
Servirebbe una visione pubblica più forte sul tema della casa.
Ho rinunciato all’idea di stabilità, e anche a costruire relazioni durature qui.
Non ho mai pensato di cambiare lavoro, ma di certo ho pensato che non è più una città per chi ha il mio stipendio.
Sì, ho pensato di cambiare città. Alcuni colleghi sono già andati via.
Ho rinunciato alla stabilità. E anche allo spazio: vivo in una stanza dopo anni di lavoro.