Il tubo invisibile:
anatomia di un’infrastruttura che non deve farsi notare
Sotto l’Emilia-Romagna scorre qualcosa che non compare nelle mappe quotidiane, non entra nei dibattiti urbanistici e raramente nelle assemblee pubbliche. Non è una metropolitana, non è una fogna, non è una linea ad alta velocità. È un oleodotto militare. Non nuovo. Non temporaneo. Non marginale. È parte di una rete costruita durante la Guerra Fredda e ancora oggi operativa: una dorsale energetica pensata per alimentare la macchina militare occidentale. Un’infrastruttura progettata per essere invisibile. E, per decenni, riuscita perfettamente nel suo intento.
Geografia di un’assenza
Il tracciato attraversa la regione come una cicatrice ben rimarginata: non si vede, ma struttura il corpo. Parte dalla costa Ligure, entra in Pianura Padana, taglia l’Emilia da ovest a est, sfiora città dense, passa sotto quartieri popolari, aree industriali, infrastrutture già sature, Bologna inclusa (Borgo Panigale). Non c’è segnaletica urbana che lo racconti. Non esiste una percezione diffusa della sua presenza. Eppure impone vincoli: divieti di scavo, limitazioni tecniche, servitù silenziose. È una presenza che agisce per sottrazione: limita senza dichiararsi.
Una tecnologia politica
Un oleodotto non è solo un tubo. È una decisione spaziale che si prolunga nel tempo.
Significa:
- stabilire priorità d’uso del territorio
- definire gerarchie tra funzioni civili e militari
- congelare porzioni di suolo in nome di esigenze strategiche
Nel caso della rete NATO, tutto questo avviene in una dimensione particolare: quella dell’eccezione permanente. Costruito in un’epoca di emergenza geopolitica, il sistema non è mai stato realmente “disattivato” come logica. È rimasto lì, pronto, adattabile, aggiornabile. Un’infrastruttura che non appartiene al passato, ma a una continuità.
Il ritorno del rimosso
Negli ultimi anni qualcosa cambia. Non il tubo, ma lo sguardo sopra di esso. Tre fattori lo riportano in superficie:
- Riconfigurazione militare europea
La guerra in Ucraina riattiva logiche logistiche che si credevano attenuate. Le infrastrutture diventano di nuovo centrali. - Progetti di potenziamento
Interventi tecnici, ampliamenti, aggiornamenti. Non costruzione ex novo, ma intensificazione. - Conflitto territoriale
Comunità locali iniziano a interrogarsi: cosa passa sotto le nostre case? Con quali rischi? Con quale diritto?
È qui che l’invisibile smette di essere neutro.
Sicurezza vs trasparenza
Il paradosso è evidente: un’infrastruttura costruita per garantire sicurezza può generare insicurezza.
Non solo per il rischio materiale (perdite, incidenti), ma per quello politico:
- mancanza di informazione
- difficoltà di accesso ai dati
- opacità decisionale
Quando il territorio non conosce ciò che lo attraversa, perde capacità di autodeterminazione.
E il problema non è solo “cosa può succedere”, ma chi decide cosa può succedere.
Urbanistica senza dibattito
L’oleodotto NATO introduce un elemento anomalo nella pianificazione urbana: è un’infrastruttura strategica che non nasce da processi locali, ma condiziona profondamente il locale.
È l’opposto della retorica partecipativa contemporanea.
Mentre si organizzano percorsi di ascolto per piste ciclabili o arredi urbani, una rete energetica militare attraversa interi territori senza confronto pubblico.
Una doppia velocità della democrazia urbana.
Il paesaggio che non si vede
Se lo si guardasse davvero, questo oleodotto cambierebbe la percezione del territorio.
Non più solo:
- città
- campagne
- infrastrutture civili
Ma un palinsesto stratificato dove scorrono:
- flussi economici
- flussi energetici
- flussi militari
Un paesaggio ibrido, dove la distinzione tra civile e strategico si fa porosa.
Questo oleodotto ha funzionato per decenni come un corpo estraneo non riconosciuto.
Ora inizia a essere visto.
La domanda non è solo tecnica.
È politica, territoriale, culturale:
che tipo di infrastrutture accettiamo sotto i nostri piedi?
chi decide cosa è invisibile e cosa no?
quali spazi restano realmente governabili dai territori?
Perché il problema non è il tubo in sé.
È il modello di mondo che rappresenta:
uno in cui le decisioni più profonde scorrono sotto traccia, mentre in superficie si discute del colore delle panchine.
E forse è proprio da lì che bisogna iniziare a scavare.






è una rete territoriale che unisce attivisti e militanti impegnati nella mobilitazione contro l’Alleanza Atlantica e il coinvolgimento dell’Italia nei conflitti bellici e nell’economia di guerra.
Sappiamo che il massimo pompaggio di carburante è avvenuto nel 1999, all’epoca dei bombardamenti illegali della NATO in Jugoslavia, illegali perché fatti al di fuori delle risoluzioni ONU. Noi crediamo che quella guerra abbia rappresentato l’inizio dell’offensiva USA in Europa, per capitalizzare la fine della Guerra Fredda. Forse all’epoca era più difficile capirne le vere ragioni, ma di quell’offensiva oggi ne paghiamo le conseguenze in Ucraina.
Un recente articolo di Brescia Oggi informa che i lavori della banchina dovrebbero avere inizio proprio quest’anno, dureranno almeno due anni con una spesa prevista di 38 milioni di Euro. Successivamente anche le condotte nel bresciano saranno ammodernate per poter aumentare la quantità di carburante da pompare “per rispondere al crescente fabbisogno degli aerei militari in stato di allerta permanente” dice l’articolo. Quest’inquietante affermazione si riferisce alle attività nella base aerea NATO di Ghedi in seguito alla guerra in Ucraina e in cui sono stoccate anche armi nucleari: attualmente è una delle più importanti basi aeree del Nord Italia insieme ad Aviano. Le condotte che riforniscono Ghedi ed Aviano costituiscono il ramo nord, mentre la condotta che passa per Bologna e rifornisce la base NATO di Cervia-Pisignano è il ramo centro. A Pisignano tra gli anni ’90 e ’10 erano presenti cacciabombardieri impiegati anche in missioni di guerra, come appunto in Jugoslavia. Sappiamo che c’erano state ripetute proteste popolari a causa del fortissimo rumore, della vicinanza dell’aeroporto militare al centro abitato e delle perdite di carburante dall’oleodotto e dal deposito. I cacciabombardieri sono stati poi trasferiti in altre basi e ad essi sono subentrati gli elicotteri, impiegati in missioni di ricerca e soccorso anche in contesti di guerra. Dal 2023 le attività militari riguarderebbero solo operazioni di ricerca e soccorso, attività di addestramento equipaggi e poi supporto alla protezione civile in caso di calamità. Probabilmente oggi sono le basi di Ghedi ed Aviano ad essere nell’ “occhio del ciclone”, tuttavia fa specie imparare che tra le attività promosse quest’anno dal FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano), risulta proprio la visita guidata all’interno della base di Pisignano, “guidata” dagli studenti dell’Istituto Tecnico Aeronautico di Forlì. Le giornate FAI dovrebbero mostrare al pubblico luoghi di interesse culturale e ambientale normalmente non accessibili, ma di particolare fascino e pregio artistico ambientale. Evidentemente ci sfugge quale contributo possa dare a questo scopo una moderna base militare. Non vorremmo che si trattasse dell’ennesimo episodio della nuova retorica delle basi militari “sostenibili” e dell’impiego “sociale” delle forze armate, dopo che si sono tagliate tutte le voci di spesa di tutela e salvaguardia del territorio e gli enti preposti.
Sappiamo che in passato sono state rivolte almeno due interrogazioni parlamentari, una al Governo italiano e una alla Commissione Europea, a seguito di alcuni gravi sversamenti di cherosene accaduti rispettivamente nel 2003 in provincia di La Spezia e nel 2013, in provincia di Treviso. Nel primo caso l’onorevole Elettra Deiana – era il 2004 – chiese informazioni al Governo in merito a prevenzione e gestione del rischio per oleodotto e relativi deposti. Nel secondo caso al deputato Andrea Zanoni, che chiedeva informazioni sui rischi per la salute della popolazione a causa degli sversamenti, la Commissione rispose che “in caso di contaminazione delle falde acquifere ad opera di componenti di combustibile, sarà vietato l’uso di acqua potabile per gli effetti che tali componenti hanno sull’odore e sul gusto dell’acqua”.
In entrambi i casi era ben sottolineato che la direttiva 96/82/CE, relativa al controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose, non è applicabile a stabilimenti, impianti o depositi militari.
Ad oggi non ci sembra proprio che gli abitanti di Bologna risultino adeguatamente informati sulle potenziali problematiche legate all’oleodotto. A dire il vero, come dicevamo, nemmeno della sua presenza! In generale i giornali informano un po’ di più quando accadono incidenti gravi per la collettività, altrimenti ogni tanto spuntano articoli tra l’affascinato e l’elogiativo, come se, in quanto struttura militare NATO, sia di per sé una struttura tecnologica d’avanguardia, una specie di “credito di guerra” di cui “beneficiare”. La Gazzetta di Parma, che ha dedicato più di un articolo sull’argomento, visto che a Parma c’è la sede del Comando NATO POL cui è sottoposta l’infrastruttura, il 3 dicembre ’22 titolava un suo pezzo: “Alla scoperta del NIPS, l’oleodotto che «ci fa volare»”, alludendo al fatto che, in subordine alle necessità militari, col NIPS “possono essere riforniti anche gli aeroporti civili”.
L’oleodotto è diventato operativo nel 1961. Certamente l’estensione della città era minore rispetto ad oggi, tuttavia i piani regolatori dell’epoca già segnalavano una progressiva espansione popolare in atto nella zona di Borgo Panigale. Infatti qui la conduttura scorre nei cortili delle case popolari del villaggio INA, più precisamente tra le case e il giardino ovest della scuola Volta, per altro costruita negli anni ’70 e quindi quando già era presente l’oleodotto. Durante un sopralluogo abbiamo chiesto ad alcuni operai al lavoro in via Biancolelli se erano a conoscenza della presenza in loco dell’oleodotto: ci hanno dato risposta affermativa. Hanno mostrato uno spesso tracciato rosso nello scavo ad indicare l’esatta posizione in cui l’oleodotto tagliava lo scavo (ma più in basso), dicendo che porta carburante all’aeroporto di Bologna.
Abbiamo poi constatato che la conduttura scorre dentro al cortile del supermercato CentroBorgo sul lato est e nella pista di prova della Ducati lungo il suo confine ovest. Abbiamo chiesto ai lavoratori della Ducati che siamo riusciti a contattare se avevano notato i cartelli segnaletici nella pista e se erano a conoscenza della cosa: non ne sapevano nulla.
Seguendo il percorso tracciato dai cartelli siamo arrivati all’aeroporto di Bologna: qui, secondo un resoconto dei contratti pubblici del 2020, sarebbe stato aggiudicato un appalto da 460.000 euro per spostare un tratto del tubo NIPS causa ampliamento di un piazzale dell’aeroporto.
Poi siamo arrivati a Lippo di Calderara, dove il tubo passa nei cortili di varie aziende, anche di notevoli dimensioni, come testimoniano i cartelli, per altro spesso stinti. La tubatura prosegue tagliando letteralmente alcuni parchi cittadini che sorgono tra le case, come il parco Nilde Jotti, e a fianco di condomini popolosi in zona Zanardi e Corticella. Abbiamo trovato un cartello anche nel giardino di una scuola professionale edile!
Da Castenaso il tubo corre parallelamente alla via Emilia: sorprendentemente, nella relazione conclusiva di un dibattito pubblico promosso da RFI (Rete Ferroviaria Italiana), datata 2025, in merito al “quadruplicamento della tratta ferroviaria Bologna – Castel Bolognese – Riolo Terme” (un altro mega progetto di dubbia utilità che andrebbe a sconvolgere il territorio) abbiamo trovato due richieste di informazione riguardo il possibile impatto del progetto sull’oleodotto Nato a Solarolo! Non sappiamo ad oggi la risposta di RFI.
Abbiamo quindi ragionevolmente pensato che case, scuole, fabbriche i cui cortili o terreni sono attraversati dall’oleodotto possano costituire zone “sensibili”. Poi anche uno sversamento in campagna è pericoloso, si può inquinare un terreno agricolo; il liquido, penetrando nel terreno può raggiungere una falda acquifera; è quello che è accaduto a Padernello nel 2013, dove il cherosene è sceso fino a 27 m. di profondità, oppure un fiume, come accaduto nel 2008 a Monticello.
In uno scenario di guerra, poi, depositi e stazioni di pompaggio sarebbero certamente un bersaglio.
È una situazione che richiede chiarimenti. A Volpago (Treviso), nel 2015, una scuola elementare comunale è stata costruita senza fare troppa attenzione alla sua presenza, tanto che ingresso e punto di raccolta risultavano esattamente sopra l’oleodotto! Dopo che i genitori hanno denunciato la situazione, sono stati volti i lavori per la messa in sicurezza e si sono conclusi nel 2019. Nel numero di Dicembre ’19 del periodico del Comune di Volpago si legge: “è stato verificato che la normativa tecnica di edificazione delle scuole prevede che gli edifici non devono essere ubicati in prossimità di attività che comportino gravi rischi di incendio e/o esplosione e la presenza dell’oleodotto non ne avrebbe dovuto permettere nemmeno la realizzazione”. È un precedente che allerta.
Nel documento programmatico per la difesa 2025-2027 si legge: “La rete di oleodotti nazionali costituisce un asset strategico per la resilienza del Paese […] Il programma mira a potenziare l’operatività dei sistemi, incrementando il livello di resilienza nazionale e integrando misure di prevenzione contro le minacce cibernetiche. Il programma ha ricevuto una necessaria integrazione di 21 milioni di Euro dalla legge di bilancio 2025, cui poi vanno aggiunti i finanziamenti relativi al progetto “Basi Blu” che riguarda l’adeguamento dei porti, tra cui La Spezia, agli standard NATO.
Nelle motivazioni il documento riporta: “i conflitti in Ucraina e in Medio-Oriente, l’instabilità cronica in vaste aree dell’Africa e le crescenti tensioni nell’Indo-Pacifico delineano un quadro globale in progressivo deterioramento”, che certo è destinato a procedere se la diplomazia continua ad essere applicata per finta. Basta guardare alle cifre destinate ad “armamento e munizionamento”. E si conclude così: “la Difesa non è solo un costo: è un volano per l’industria, per l’innovazione, per l’occupazione”. Direi che siamo solo all’inizio.
Chiediamo ai cittadini che hanno avuto problemi con l’oleodotto, che hanno registrato perdite nei posti di lavoro o nei propri terreni di contattarci, in modo da avere un quadro più completo nello specifico del territorio di Bologna e provincia. Ci sono altre persone che, in seguito alla nostra attività informativa, si stanno attivando per monitorare la situazione nelle loro provincie. Più in generale vogliamo stabilire più contatti con gli attivisti nelle altre regioni che si occupano nello specifico di denunciare le problematiche della struttura.
Sarebbe importante cercare di formare una rete che osserva, studia e denuncia tutte le modifiche e gli ammodernamenti che saranno effettuati sull’oleodotto e quali dispiegamenti hanno luogo nelle basi rifornite dal NIPS, perché abbiamo visto che la distribuzione di mezzi e soldati cambia nel tempo. Prendiamo la base di Pisignano: l’Adriatico guarda sempre a Est, sia all’Est Europa che al Medio-Oriente. Continueremo a sensibilizzare i residenti, a sollecitare che ciascuno si attivi nei propri ambiti, a scuola, al lavoro, per chiedere lumi sulla struttura e sulla sua pericolosità. Siamo intenzionati a fare pressione sulle istituzioni locali, contando sul fatto che i governi locali sono i più esposti al confronto con la cittadinanza e non possono eluderla impunemente. Tutto questo con l’aiuto di quanti nel frattempo si uniranno per darci una mano.