Intervista a Resistenze Spaziali
Resistenze Spaziali
È sia il nome di una campagna politica e sociale sia di il nome del collettivo che la promuove.
Ne fanno parte diversi gruppi e associazioni: D(i)ritti alla città, Comitato Besta, Extinction Rebellion, Greenpeace Gruppo Locale Bologna, Bolognina Come Stai, Unione Sindacale Italiana (USI-CIT), Cobas Bologna e numerose cittadine e cittadini che partecipano a titolo personale.
Dal 2025 siamo impegnati nella promozione di iniziative finalizzate al recupero degli spazi cittadini, in particolare le ex caserme, secondo il principio per cui gli spazi pubblici devono rimanere di proprietà pubblica, devono essere aperti e destinati prevalentemente a funzioni pubbliche.
Per informazioni: resistenzespaziali@riseup.net
Che cosa rende uno spazio “abbandonato” davvero tale: l’assenza di funzione o la scelta politica di non renderlo accessibile alla cittadinanza?
Il concetto di abbandono è spesso collegato al concetto di vuoto urbano che viene strumentalizzato per avviare progetti di privatizzazione. Lo schema è sempre lo stesso: dopo il termine di una funzione precedente, l’abbandono di una struttura conduce al degrado e apre il tema dell’insicurezza sia percepita che materiale (ad esempio, la necessità di bonifica dei suoli o la presenza di strutture pericolanti). Su questo, dunque, si apre il campo per una domanda di intervento (necessaria, a questo punto, per la cittadinanza stessa) che conduce alla privatizzazione come esito. A ben guardare, nel paradigma neoliberale tale processo non è tanto un fallimento del sistema, quanto il sistema che funziona alla perfezione. L’abbandono non è assenza di politica, ma politica attiva travestita da inerzia; e il vuoto non precede la privatizzazione: la prepara. Chiedersi cosa renda uno spazio abbandonato significa domandarsi chi abbia il diritto di nominare il vuoto urbano, da quale posizione lo faccia e, soprattutto, chi paghi le conseguenze di quella denominazione. Nel caso della ex Caserma Sani, è evidente come nominare quel vuoto sia funzionale a fare rientrare la “rigenerazione” dello spazio nella narrativa del nascente distretto TEK tanto caro a questa amministrazione. Lo spazio non è “abbandonato” perché manca di possibili funzioni: nel percorso di progettazione autogestita abbiamo nominato un’ampia serie di futuri possibili e potenzialità latenti che possono fiorire nella ex Caserma. Piuttosto, lo spazio è dichiarato abbandonato come scelta politica, per renderlo disponibile a trasformazioni che altrimenti non sarebbero socialmente accettabili.
La parola “rigenerazione” viene spesso usata per giustificare abbattimenti e consumo di suolo. Qual è, secondo voi, la differenza tra rigenerare e cancellare un luogo?
Il concetto di “rigenerazione” è ormai talmente nebuloso da nascondere quasi sempre processi di estrema privatizzazione corredati da nuovo consumo di suolo e abbattimenti di alberature. La cancellazione del luogo, dunque, comincia banalmente laddove si percepisca la natura come ostacolo alla valorizzazione e si coli nuovo cemento che sottrae altro suolo alla città e all’ecosistema. Essa è tuttavia un atto epistemologico prima ancora che pratico, poiché implica la distruzione delle stratificazioni che il luogo porta con sé. Si tratta di uno schema visto più volte a Bologna: negare il valore che sta nella complessità di un luogo a favore di un movimento verticale di appropriazione di quanto rimasto per imporre un futuro pensato come “migliore”. La vittima immediata di questo movimento è sempre il verde urbano, al quale si contrappongono costantemente funzioni “più importanti”. Nel caso della ex Caserma, la pretesa di sapere dall’esterno quale sia il futuro migliore possibile, mostra il passaggio da rigenerazione a cancellazione in primo luogo attraverso la distruzione del bosco urbano cresciuto spontaneamente al suo interno. La seconda vittima di questa trasformazione, saranno poi le situazioni di marginalità sociale delle quali occorre sbarazzarsi per contrastare il “degrado”, ma in questo caso il lavoro sporco sarà eseguito dall’aumento degli affitti e dei prezzi nella zona. Una vera rigenerazione richiederebbe di prendersi cura di ciò che è presente valorizzando le stratificazioni di significati attivati da quel luogo: per la ex Sani, significherebbe tanto restaurare gli edifici presenti restituendoli alla loro funzione pubblica in coerenza con la loro forma quanto salvare il parco urbano nato spontaneamente negli anni di abbandono.
Nel caso dell’ex Caserma Sani, come si è passati da una destinazione a parco pubblico prevista dal Piano regolatore a un progetto di rigenerazione a prevalenza privata? Dove si è interrotto quel percorso?
La destinazione originaria a parco pubblico non è mai stata cancellata esplicitamente, ma ha cambiato forma in un processo di ridefinizione degli strumenti urbanistici e degli attori in campo. Inizialmente inserita nel Piano Regolatore degli anni ’80 come futura dotazione di verde pubblico, a partire dagli anni 2010 l’area è entrata nei programmi di “rigenerazione dei patrimoni pubblici” ed è stata trasferita nella disponibilità di Cassa Depositi e Prestiti (CDP), che ne è divenuta soggetto proprietario in ottica di futura messa a valore. Così, nel 2016 CDP, d’intesa con il Comune di Bologna, ha avviato un concorso internazionale per la realizzazione di un progetto che contenesse un mix di funzioni – residenziale, servizi, spazi pubblici e verde – ma con un impianto orientato alla valorizzazione immobiliare e alla partecipazione di operatori privati. Il progetto vincitore, presentato nel 2017, ha consolidato questa impostazione destinando la gran parte dell’area a edilizia residenziale/commerciale e solo una quota residuale a spazi pubblici e verde. In parallelo, il patrimonio arboreo cresciuto nella Caserma è diventato una “interferenza” da rimuovere per realizzare il disegno progettuale. Il punto di “rottura” del percorso originario verso un parco pubblico risiede, dunque, nella transizione da spazio pubblico promesso a terreno di valorizzazione economica del patrimonio immobiliare. Il ruolo decisivo è quello della proprietà pubblica a controllo finanziario di CDP che introduce una razionalità diversa da quella della pianificazione urbanistica tradizionale. Ad oggi, però, il progetto non è ancora entrato nella fase attuativa, poiché manca un soggetto attuatore per realizzare l’intervento: l’area si trova così in sospensione tra un progetto approvato e la sua realizzazione.
Che ruolo gioca Cassa Depositi e Prestiti nella trasformazione degli spazi pubblici e quanto questo modello di “valorizzazione” condiziona le scelte dei Comuni?
A partire dagli anni ’90, una serie di riforme hanno progressivamente ridefinito il rapporto tra Stato, enti locali e patrimonio pubblico: se da un lato i processi di decentramento amministrativo hanno trasferito ai Comuni competenze sempre più ampie senza un corrispondente rafforzamento delle risorse; dall’altro, strumenti come la sdemanializzazione e le politiche di dismissione hanno reso alienabili beni che prima erano vincolati all’uso pubblico. In parallelo, l’introduzione di vincoli di bilancio più stringenti ha trasformato il patrimonio immobiliare in una leva finanziaria: non più infrastruttura materiale della città pubblica, ma riserva di valore da attivare. È in questo quadro che si inserisce Cassa Depositi e Prestiti che, sebbene sia un ente formalmente controllato dallo Stato, opera secondo logiche di mercato e ha un ruolo centrale nei processi di “valorizzazione”. Dialogando con fondi immobiliari attraverso partnership pubblico-private, CDP agisce come intermediario finanziario che orienta le trasformazioni urbane verso operazioni economicamente redditizie. Questa “valorizzazione” subordina le scelte urbanistiche a criteri di rendimento, selezionando gli usi e le funzioni in base alla loro capacità di generare profitto. In questo senso, la capacità decisionale dei Comuni è fortemente condizionata: stretti tra la scarsità di risorse e la necessità di “far quadrare i conti”, gli enti locali aderiscono a un modello in cui il mercato diventa l’unico orizzonte possibile. Il risultato è che la città non è più uno spazio di diritti, ma un asset da mettere a reddito. Lo dimostrano chiaramente i termini che popolano i discorsi urbani: dalle parole della città pubblica — servizi, bisogni, accesso — a quelle della finanza — valorizzazione, attrattività, investimento. Così, intere porzioni di città vengono sottratte alla possibilità di un uso collettivo e immesse nel mercato come opportunità di profitto, mentre diventa sempre più difficile immaginare alternative a questa logica.
Avete avviato un percorso di progettazione autogestita dal basso: in cosa si distingue concretamente dalla partecipazione istituzionale promossa dall’amministrazione?
La partecipazione promossa dall’amministrazione attraverso Fondazione Innovazione Urbana (FIU) coinvolge la cittadinanza in percorsi predefiniti dove l’opportunità esprimere opinioni rispetto ai progetti in esame è ridotta ad interventi secondari ininfluenti rispetto a finalità, impatto e portata degli interventi. Mentre la politica sembra avvicinarsi alla cittadinanza, in realtà non avviene nulla di tutto questo, come sperimentato in varie occasioni, dal Passante autostradale al parco don Bosco: la “partecipazione”, infatti, parte sempre dalla presa d’atto che è l’amministrazione a decidere se e come realizzare un progetto. Così, essa si riduce ad esercizio illusorio, funzionale unicamente alla legittimazione politica attraverso la supposta “voce della cittadinanza”. Per noi, al contrario, partecipare significa influenzare attivamente i processi decisionali attraverso una molteplicità di azioni e metodi, praticando la democrazia oltre i suoi aspetti formali: nulla di più lontano dalle procedure confezionate da FIU grazie ad esperti di tecniche di conduzione di gruppo. Nel caso della ex caserma Sani, ci siamo chieste come gli edifici di quello spazio pubblico, di proprietà dello Stato e quindi dei cittadini, possano essere una risorsa per la città, per il quartiere e per i suoi abitanti, salvaguardando il patrimonio arboreo. Abbiamo cominciato a sensibilizzare e mobilitare cittadine, gruppi e associazioni interessate facendo emergere bisogni, desideri, interessi e avvalendoci delle competenze tecniche di urbanisti, agronomi, architetti, ricercatori sociali… che si sono resi disponibili a collaborare. Abbiamo capovolto la partecipazione come pensata dall’amministrazione comunale: non sono i politici a decidere per poi costruire percorsi limitati ad approvare e confermare il loro operato, ma è la cittadinanza a costruire un una progettualità che una politica attenta dovrebbe poi accogliere, valorizzare e tradurre in decisioni coerenti.
In una città sempre più povera di verde e spazi pubblici, che valore attribuite alla vegetazione spontanea cresciuta negli anni di abbandono, spesso considerata sacrificabile?
Il valore che attribuiamo alla vegetazione spontanea è centrale non solo sul piano ecologico ma anche su quello politico e culturale: non si tratta infatti solo di un “residuo” dell’abbandono, ma di un ecosistema complesso che va tutelato. Dal punto di vista ecologico, la copertura vegetale svolge funzioni fondamentali in un quadrante urbano fortemente carente di verde: contribuisce alla mitigazione delle isole di calore, all’assorbimento di CO₂, alla regolazione delle acque e al miglioramento della qualità dell’aria. In una città sempre più densificata e impermeabilizzata, la presenza di una simile infrastruttura ecologica non è marginale né sostituibile. Quello che è cresciuto nella Sani è il risultato di processi non pianificati, di forme di auto-organizzazione naturale che hanno costruito nel tempo un paesaggio vivo, stratificato, non controllato. È in questo senso una testimonianza di un’idea rivoluzionaria (e resistente) di città non interamente disegnata dall’alto e capace di convivere con i processi naturali. Come indicano anche alcune riflessioni contemporanee sull’urbanistica ecologica, crediamo che la città non dovrebbe essere pensata come negazione della natura, ma come forma di coesistenza con essa. Abbiamo normalizzato la frattura tra città e natura fino a considerarla irreversibile, mentre quel bosco ci dimostra che non deve essere per forza così. E’ una questione di relazione, di percezione e di riconnessione con la natura di cui facciamo parte. Il tema incrocia anche una dimensione strettamente sociale e politica: in un contesto in cui l’accesso al verde non è più un diritto, ma un privilegio, la tutela del bosco urbano della ex Sani è una questione di uguaglianza urbana e giustizia climatica. Nei quartieri più ricchi il verde viene infatti tutelato, mentre altrove può essere cancellato o ignorato senza che questo venga davvero percepito come una perdita.
Di fronte alla repressione e alla delegittimazione delle esperienze autogestite, quale strategia politica e sociale immaginate per difendere questi spazi nel lungo periodo e renderli davvero beni comuni?
A Bologna i recenti processi di trasformazione urbana sembrano convergere nella stessa direzione. Da un lato, l’attacco contro gli spazi sociali ha portato alla chiusura di luoghi importanti per la vita cittadina, per fare posto ad appartamenti per affitti brevi e studentati di lusso; dall’altro, l’aumento generalizzato degli affitti e del valore delle proprietà immobiliari ha reso evidente l’impatto di questi cambiamenti sul diritto alla casa e sulla possibilità stessa di abitare la città. Questi processi sono spesso accompagnati da una risposta repressiva contro qualsiasi tentativo di riappropriarsi di quegli spazi che, dopo gli sgomberi, frequentemente rimangono inutilizzati. Nel caso dell’ex caserma Sani, occupata nel novembre del 2019 dalle militanti e dai militanti di XM24 dopo la chiusura dello storico centro sociale in Bolognina, e sgomberata pochi mesi dopo, riteniamo che rispondere alla repressione istituzionale richieda innanzitutto di costruire consapevolezza attorno al valore pubblico di quello spazio, per tutta la città ma soprattutto per gli abitanti del quartiere in cui si trova. Attraverso l’organizzazione di eventi pubblici e un percorso di progettazione autogestita dal basso, dove abbiamo invitato la cittadinanza a immaginare insieme usi sociali possibili per gli edifici e pensare a come prendersi cura dell’ampio bosco urbano che si estende – anche se nascosto – all’interno della Sani, abbiamo cercato di portare l’attenzione sullo stato di abbandono in cui versano gli spazi pubblici della città, la cui unica forma di rigenerazione legittima nel discorso pubblico sembra essere la valorizzazione immobiliare da parte di soggetti privati. La progettazione autogestita ha rappresentato un tentativo di costruire una narrazione differente con un chiaro obiettivo politico: mostrare che esistono delle alternative alle logiche di rigenerazione imposte dall’alto.