Gli ecosistemi

Bertalia-Lazzaretto: il vuoto che non è vuoto

studio sulla biodiversità urbana e i rischi ambientali della nuova edificazione

C’è una parola che accompagna quasi ogni trasformazione urbana: vuoto. Vuoto da rigenerare. Vuoto da valorizzare. Vuoto da completare.

Eppure nel comparto Bertalia-Lazzaretto, area periurbana di estensione totale pari a 73 ettari di cui 41 edificabili, circa il 30% è già impegnato in opere di urbanizzazione (abitazioni private, edilizia sociale residenziale e studentato UniBo), i circa 2/3 dell’area verde boscata rimasta, dimostrano esattamente il contrario: ciò che sulla mappa appare come spazio disponibile è in realtà un ecosistema vivo, articolato e strategico per l’equilibrio ambientale di Bologna. Il nuovo studio di monitoraggio ambientale e faunistico dedicato all’area racconta una storia diversa da quella abitualmente associata ai processi di sviluppo urbano. Non un terreno residuale in attesa di edificazione, ma una vera infrastruttura ecologica metropolitana. Un corridoio verde che connette il tessuto urbano al sistema del fiume Reno, ai Colli Bolognesi e all’Appennino, garantendo continuità ecologica verso nord e sud, ospitando habitat di rifugio, alimentazione e riproduzione per decine di specie.

La biodiversità che smentisce la narrativa del “degrado”

I monitoraggi documentano la presenza di una biodiversità sorprendente e strutturata:

  • rapaci diurni e notturni come falco pellegrino, poiana, civetta, assiolo e gufo comune
  • specie acquatiche e legate agli ambienti umidi come martin pescatore, aironi, garzette e porciglione
  • numerosi passeriformi e picchi, incluse specie protette
  • mammiferi come capriolo, volpe, istrice, tasso, riccio e scoiattolo
  • anfibi e rettili sensibili alla qualità ambientale e alla continuità idrica

L’aspetto più rilevante non è solo la presenza occasionale di fauna, ma il fatto che l’area funzioni come zona di riproduzione stabile per molte specie. Tradotto: non è solo un corridoio di passaggio. È una casa.

Verde urbano come infrastruttura climatica

In un contesto di crescente crisi climatica, l’area Bertalia-Lazzaretto svolge inoltre funzioni cruciali:

  • mitigazione delle ondate di calore grazie a copertura arborea, ombreggiamento ed evapotraspirazione
  • assorbimento delle acque meteoriche e riduzione del rischio di allagamenti attraverso suoli permeabili grazie agli apparati radicali
  • raffrescamento urbano in un quadrante ad alta pressione edilizia e infrastrutturale

Ridurre o frammentare quest’area significherebbe compromettere non solo habitat naturali ma anche servizi ecosistemici essenziali per la salute urbana.

Il nodo infrastrutturale e la frammentazione degli habitat

La pressione edilizia prevista per il comparto, insieme all’aumento di traffico e antropizzazione, rischia di interrompere una rete ecologica già fragile. Particolarmente critica è via Agucchi, oggi barriera fisica per la fauna e asse viario ad alta intensità.

Lo studio propone interventi concreti:

  • sottopassi e attraversamenti per fauna minore
  • cavalcavia ecologici per mammiferi di maggiori dimensioni
  • tutela integrale delle canalette Ghisiliera e Lame e delle relative sponde naturali

Perché senza continuità ecologica, anche il bosco più ricco diventa una trappola isolata.

Non solo fauna: salute pubblica e qualità della vita

Difendere Bertalia-Lazzaretto non significa opporre natura e città, ma riconoscere che la qualità ambientale è infrastruttura sanitaria.

L’area si trova infatti in prossimità di due poli sensibili:

  • Ospedale Maggiore, uno dei principali hub sanitari regionali
  • Istituto Rosa Luxemburg, con oltre 800 studenti

In un quadrante già altamente urbanizzato, preservare prossimità al verde significa tutelare benessere psicofisico, qualità dell’aria, comfort climatico e accesso quotidiano alla natura.

Una questione anche costituzionale

La tutela dell’area non è solo questione etica o urbanistica.

La Costituzione italiana, con gli articoli 9 e 41, tutela ambiente, biodiversità ed ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni. La legge 157/1992 riconosce inoltre la fauna selvatica come patrimonio indisponibile dello Stato. Intervenire senza adeguate e trasparenti Valutazioni di Impatto Ambientale significherebbe ignorare un quadro normativo che oggi non può più essere considerato accessorio.

La vera domanda

La questione non è semplicemente se costruire o non costruire.

La vera domanda è: quale idea di città considera sacrificabile uno degli ultimi corridoi ecologici urbani ancora funzionanti?

In un’epoca di crisi climatica, perdita di biodiversità e crescente impermeabilizzazione dei suoli, continuare a leggere ogni area verde come riserva fondiaria appare sempre meno una strategia di sviluppo e sempre più un riflesso automatico.

Bertalia-Lazzaretto non è un vuoto urbano.

È uno spazio pienissimo di funzioni ecologiche, climatiche, sociali e sanitarie.

E proprio per questo oggi merita di essere osservato con strumenti diversi dal semplice metro edificatorio. Si parlerà di questo nell’iniziativa promossa dal Comitato Bertalia-Lazzaretto:

PIÙ NATURA, MENO CEMENTO: SALVIAMO LA BIODIVERSITÀ DI BERTALIA-LAZZARETTO

21 Maggio, alle ore 18:30 presso: Casa di quartiere Casa Gialla, Piazza Giovanni da Verrazzano 1-3, Bologna. Per ulteriori informazioni qui.

per approfondimenti: Antonio Iannibelli: Bertalia-Lazzaretto, più natura meno asfalto: l’importanza della biodiversità a Bologna

Foto di Antonio Iannibelli

Licia Podda

Licia Podda, Biologa, partecipa alle attività del comitato Bertalia Lazzaretto e si occupa principalmente di comunicazione e organizzazione di eventi culturali per il coinvolgimento della cittadinanza.

Alla luce dei progetti edilizi previsti, qual è oggi lo scenario più realistico per il futuro del comparto Bertalia-Lazzaretto?
Al momento, oltre alla lottizzazione di edilizia privata su via Terracini e al cantiere dello studentato UniBo che procedono indisturbati, gli operai hanno abbattuto una porzione di bosco e iniziato i saggi sulla stabilità del suolo sulla porzione di comparto sita su via Agucchi, dove è prevista l’edificazione di residenze sociali.
Al momento dei 41 ettari edificabili rimangono ancora 2/3 di verde boscato periurbano fruibile in cui pare siano previste ciclabili, aree giochi, orti urbani, parco urbano, ma della conservazione dell’area boschiva non c’è notizia.
Quali sono, dal vostro punto di vista biologico, i punti di non ritorno oltre i quali l’ecosistema non sarebbe più recuperabile?
Quando la campagna viene abbandonata e la Natura si riprende i suoi spazi, il bosco rinaturalizzato viene percepito come un elemento del territorio che è sfuggito al controllo umano, che deve essere recuperato e trasformato in verde urbano come se fosse un animale domestico da salvare. Invece la Natura è dinamica poiché governata da flussi energetici biologici, di materiali che determinano quello che diventa un ecosistema in grado di ospitare reti trofiche e ricchezza biologica, non antropicamente imitabili. Cercare di trasformare un bosco seppur giovane, che ha soppiantato antiche zone rurali agricole in seguito trasformate in cave estrattive, in un parco cittadino, comprometterebbe la ricchezza ambientale, le nicchie ecologiche e il rischio è una vera consistente perdita di biodiversità, senza contare il rischio effettivo di allagamento, per perdita di permeabilità del suolo data dalla cementificazione.
Le trasformazioni urbanistiche in corso sono compatibili con la conservazione della funzione ecologica dell’area, oppure la mettono strutturalmente in crisi?
Un bosco è caratterizzato da bassi interventi antropici, di conseguenza l’accumulo di biomassa (foglie detriti vegetali, ecc), la biodiversità microbica, fungina e vegetale che lo caratterizza, innesca processi biologici che permettono l’instaurarsi di vita grazie anche al suolo che si arricchisce di sostanze chimiche fisiche e biologiche mutevoli nel tempo.
Tutto questo non può essere in alcun modo paragonato al verde artificiale che caratterizza i parchi cittadini. Questo per dire che non basta piantare alberi per avere un bosco. Ci si chiede perché sostituire con interventi umani ciò che la Natura nel tempo ha preziosamente instaurato grazie ai suoi perfetti meccanismi? Se questo progetto edificatorio e la prevista “riqualificazione” del verde verranno portati a termine, la perdita di questa valenza ecosistemica è garantita.
Avete riscontrato una valutazione reale e aggiornata dell’impatto ambientale rispetto agli sviluppi edilizi previsti?
I dati ambientali riportati nello studio di impatto ambientale che ha portato l’approvazione del progetto del 2017 sono datati 2007. Non ci risulta nessun aggiornamento. Né su inquinamento dell’aria, né sul traffico (al tempo, tra l’altro, non fu valutato l’impatto della tangenziale né delle fabbriche di bitume in zona Noce), nessun censimento del verde è aggiornato ad oggi, né un bilancio della permeabilità del suolo dopo la bonifica e impermeabilizzazione delle ex cave su cui sorge il comparto (tanto per citare qualche esempio). Sono passati quasi 20 anni. È evidente che sia la ricchezza ecologica, che i dati rispetto ad inquinamento dell’aria, traffico veicolare ed aereo siano drasticamente cambiati, pensare di proseguire i lavori su questi parametri è estremamente preoccupante, per non dire folle.
In che misura il disegno urbanistico attuale tiene conto della continuità ecologica con il sistema del Reno e delle aree verdi circostanti?
Dai documenti in nostro possesso: nessuna.
Qual è l’effetto immediato più evidente che i cantieri e le nuove infrastrutture hanno già avuto sulla fauna presente?
Al momento non è valutabile perché non ci sono stati studi scientifici ufficiali per poter quantificare il “danno” ecosistemico già in atto.
È corretto dire che alcune specie presenti nel comparto dipendono direttamente dall’attuale configurazione “semi-naturale” dell’area?
Certamente l’esistenza di aree incolte boschive e poco frequentate può aver contribuito alla ricchezza osservata.
Quanto tempo serve, in media, per ricostruire un ecosistema con la complessità biologica che avete osservato qui?
Non si potrà rigenerare in tempi brevi questo ecosistema, soprattutto se al posto del bosco naturalizzato si procederà all’antropizzazione del verde, con neo impianti di alberi, aiuole, sentieri ghiaiati, giochi da giardino, piste ciclabili, per le motivazione che ho già precedentemente elencato.
La perdita di anche una parte del comparto può innescare un effetto domino sulla biodiversità locale?
Senza dubbio. Gli animali selvatici hanno trovato evidentemente rifugio in questa zona perché lasciata per anni a libero sviluppo, con poche frequentazioni umane, interventi di manutenzione come potature, sfalci, arature e senza aree di cementificazione.
Dal punto di vista scientifico, quali misure minime sarebbero indispensabili per evitare un collasso ecologico dell’area?
Fermare la costruzione ed edificazione e costruire infrastrutture dedicate a favorire il corridoio ecologico esistente tra il comparto Bertalia Lazzaretto e il fiume Reno, oltre la via Agucchi, che risulta già all’oggi una pericolosa barriera per gli animali che attraversandola trovano la morte investiti dalle auto.
Se il comparto venisse completamente urbanizzato, quale sarebbe la perdita ecologica più grave e irreversibile?
Non c’è una perdita ecologica più grave di un’altra. Non esiste una scala di merito quando si perdono ecosistemi naturali. Non esiste nessun re-impianto arboreo che possa supplire ad un bosco naturale.
Qual è, secondo lei, l’errore più frequente nella pianificazione urbana quando si tratta di biodiversità?
Credere che estirpare ecosistemi e reimpiantare “alberelli” possa avere la stessa valenza ecologica ed ambientale, rispetto a lasciare l’area a libera evoluzione.
In sintesi: oggi il destino di quest’area è ancora modificabile o siamo già dentro una traiettoria difficile da invertire?
E’ una domanda che mi colpisce al cuore. Io credo che la traiettoria non sia di facile inversione, ma come cittadina e membro del Comitato Bertalia Lazzaretto ci stiamo adoperando per accumulare dati scientifici che possano indurre a rielaborare uno studio di impatto ambientale attualizzato al fine di fermare la cementificazione per dimostrare che questo progetto è incompatibile con la qualità della vita che riguarda tutti i cittadini di Bologna e non solo quelli che abitano a Pescarola.
Antonio Iannibelli

Fotografo naturalista e divulgatore ambientale, da oltre quarant’anni osserva e documenta il Canis lupus italicus, unendo esperienza sul campo e attività divulgativa in progetti culturali, scientifici e artistici dedicati alla fauna selvatica. Ideatore di eventi (Festa del lupo), autore del libro “Un cuore tra i lupi” e promotore di iniziative per la tutela della biodiversità. Questo il suo blog: antonioiannibelli.it

In che modo la perdita di superficie verde potrebbe alterare irreversibilmente la rete ecologica locale?
Il consumo di suolo, la frammentazione degli habitat e l’abbattimento di alberi e cespugli riducono drasticamente non solo la presenza della fauna selvatica, ma la capacità stessa dell’ecosistema di autorigenerarsi. Nel caso del comparto Bertalia-Lazzaretto, non stiamo parlando di un terreno residuale in attesa di edificazione, ma di una vera e propria infrastruttura ecologica metropolitana.
Quest’area funge da corridoio verde fondamentale che connette il tessuto urbano al sistema del fiume Reno, ai Colli Bolognesi e all’Appennino. Se perdiamo questa superficie verde a causa della pressione edilizia, andiamo a interrompere una rete ecologica già fragile. La conseguenza più drammatica è che, senza continuità ecologica, anche il bosco più ricco diventa una trappola isolata per gli animali.
I monitoraggi che conduciamo dimostrano chiaramente che l’area funziona come zona di riproduzione stabile per moltissime specie, non è un semplice corridoio di passaggio. È la loro casa. Cementificare significa innalzare barriere fisiche insuperabili, impedendo il naturale spostamento degli individui e condannando a una scomparsa irreversibile quella straordinaria biodiversità che oggi resiste in città.
Quali specie animali considera più vulnerabili rispetto alla frammentazione degli habitat?
Tra le specie più vulnerabili ci sono sicuramente gli anfibi e i rettili, come tritoni, rane verdi, rospo smeraldino e rospi comuni. Queste creature, legate indissolubilmente alle zone umide come la Canaletta Ghisiliera, sono lente nei movimenti e l’attraversamento di strade asfaltate si trasforma per loro in una strage certa, da qui l’assoluta urgenza di realizzare rospodotti dedicati.
Altrettanto drammatica è la situazione per i mammiferi: caprioli, tassi, istrici e volpi. Per loro la frammentazione, come quella causata dall’interruzione mortale di via Agucchi, significa non solo il rischio altissimo di incidenti stradali, ma l’isolamento genetico. Senza corridoi ecologici sicuri, come i ponti verdi, le popolazioni rimangono intrappolate in frammenti di verde sempre più piccoli, perdendo l’accesso alle risorse vitali e la possibilità di riprodursi. Muoversi sul territorio è un loro diritto inalienabile per la sopravvivenza all’interno della nostra casa comune.
Quali sono oggi le principali minacce concrete che individua per l’ecosistema del comparto Bertalia-Lazzaretto nei progetti urbanistici in corso?
Le minacce più devastanti e immediate sono, ancora una volta, il consumo di suolo e la frammentazione degli habitat. Rompere l’attuale equilibrio del comparto Bertalia-Lazzaretto significa demolire pezzo dopo pezzo un ecosistema complesso, privandolo per sempre della sua vitale capacità di autosostenersi e rigenerarsi.
I progetti urbanistici in corso prevedono un massiccio insediamento abitativo: questo aumento della pressione umana porterà inevitabilmente alla creazione di una fitta rete di servizi accessori, viabilità e infrastrutture. Il risultato finale sarà la sigillatura definitiva del terreno sotto colate di asfalto e cemento.
Questa impermeabilizzazione permanente non è solo una condanna a morte per la fauna selvatica, che perde i propri rifugi e le risorse primarie, ma rappresenta una minaccia diretta anche per gli stessi cittadini. Sottrarre suolo permeabile significa infatti distruggere l’effetto spugna naturale delle aree boscate, aumentando drasticamente il rischio di allagamenti nei quartieri limitrofi. Distruggere la natura per fare spazio al cemento è un processo violento e irreversibile che colpisce tutti gli abitanti, umani e non, di questa nostra casa comune.
Può spiegare in modo semplice perché questo comparto è così strategico come “corridoio ecologico” tra città, Appennino e pianura?
Il comparto è la cerniera tra il fiume Reno e i parchi urbani. Spezzare questo legame isola la biodiversità e compromette la nostra salute. È un’infrastruttura viva sacrificata per gli interessi economici di pochi grandi proprietari. Considero questa scelta un abuso delle istituzioni verso l’ambiente e la collettività: si distrugge il bene comune per l’arricchimento dei soliti noti, ignorando il diritto dei cittadini a una città sana e vivibile.
Qual è il ruolo specifico della vegetazione nella mitigazione delle isole di calore urbane in quest’area?
La vegetazione e il suolo vivo sono condizionatori naturali: abbassano le temperature tramite l’ombreggiamento e l’evapotraspirazione, contrastando le isole di calore. Un bosco non produce solo ossigeno e assorbe piogge, ma garantisce quel benessere psicofisico che il cemento nega. Vedere alberi anziché muri rigenera il corpo e la mente. Difendere Bertalia-Lazzaretto significa scegliere la salute dei cittadini e il rispetto per la nostra casa comune, contro la calura soffocante dell’asfalto.
In che modo il suolo permeabile contribuisce concretamente alla prevenzione degli allagamenti nella zona?
Il suolo permeabile e la vegetazione agiscono come una gigantesca spugna. Trattengono enormi quantità d’acqua e, anche quando il terreno è saturo, radici e piante rallentano lo scorrimento superficiale. Questo permette alla pioggia di defluire verso il fiume gradualmente, senza trasformarsi in un’onda distruttiva in grado di trascinare automobili, beni e detriti.
Al contrario, sigillare la terra con asfalto e cemento crea delle vere e proprie piste di accelerazione. L’acqua non viene assorbita, acquista una velocità devastante e convoglia rapidamente i rifiuti nelle tubature di scarico. Queste si intasano in fretta, non reggono la pressione ed esplodono, allagando strade e case. È una dinamica drammatica che in città abbiamo già subìto troppe volte, basti pensare ai disastri causati recentemente dal canale Ravone. Cementificare ancora è un rischio che non possiamo più permetterci.
Cosa rende questo ambiente non solo un’area di passaggio, ma anche un sito di riproduzione stabile per molte specie?
Il comparto Bertalia-Lazzaretto è un ecosistema autorigenerante, capace di mantenersi vivo grazie alla fauna selvatica che, muovendosi tra l’area e il fiume, favorisce l’impollinazione e la dispersione naturale dei semi. Questa dinamica circolare garantisce risorse alimentari in ogni stagione, comprese le fasi più delicate come la riproduzione primaverile.
La varietà vegetale è il pilastro di questa stabilità: i grandi alberi come farnie, olmi, aceri e ciliegi selvatici offrono nutrimento abbondante, mentre la boscaglia intricata e i canneti forniscono rifugi sicuri contro i predatori. Un ruolo fondamentale è svolto dalla presenza costante di acqua attraverso la Canaletta Ghisiliera. Infine, i grandi alberi maturi sono veri e propri condomini della natura: le loro cavità ospitano stabilmente picchi, rapaci notturni, pipistrelli e scoiattoli. Non è solo un luogo di transito, ma una casa sicura dove la vita nasce e si protegge: un equilibrio prezioso che abbiamo il dovere di non spezzare.
Che tipo di soluzioni propone per ridurre l’impatto del traffico e garantire la continuità degli spostamenti della fauna?
Le soluzioni (come indicate nella relazione) sono chiare e inderogabili: zero consumo di suolo e creazione di veri corridoi ecologici. Per superare la barriera mortale del traffico servono cavalcavia verdi per la fauna maggiore e rospodotti sotterranei per quella minore. È inoltre vitale riattivare il percorso naturale della canaletta Lame. Solo così garantiremo la continuità degli spostamenti, azzerando gli incidenti stradali e restituendo agli animali il diritto di muoversi sicuri all’interno della Rete Natura come indicato dalle leggi europee.
Quali evidenze emergono dai monitoraggi sulla biodiversità che contraddicono l’idea di un’area “degradata”?
Chi definisce l’area “degradata” ignora la realtà: la drammatica strage quotidiana di fauna su via Agucchi dimostra esattamente il contrario, ovvero che l’ecosistema è vivo e in continuo movimento. Per difendere questa ricchezza dobbiamo risolvere due criticità vitali: ripristinare il flusso naturale della canaletta Lame, risorsa idrica e corridoio indispensabile per la fauna minore, e realizzare attraversamenti ecologici sicuri per azzerare gli incidenti e ricollegare la rete naturale.
Perché la presenza dei corsi d’acqua come la Ghisiliera e la Lame è considerata così cruciale per l’intero ecosistema?
I corsi d’acqua, come la Ghisiliera e la Lame, sono le vene pulsanti di questo ecosistema. L’acqua non è solo una risorsa vitale primaria per la sopravvivenza di tutti gli animali, ma costituisce il corridoio ecologico fondamentale per i loro spostamenti. Questi canali sono l’essenza stessa della biodiversità locale, garantendo l’habitat perfetto per rettili, anfibi e uccelli acquatici. Inoltre, sono indispensabili per alimentare le falde sotterranee, mantenendo vivo il suolo.
Quali sarebbero le conseguenze ecologiche della cementificazione degli argini e dell’intubamento dei canali?
Cementificare gli argini o intubare i canali significherebbe recidere le vene vitali di questo territorio, interrompendo in modo violento il loro flusso naturale. È un’azione che decreterebbe la negazione della vita nell’intero comparto. L’intubamento distrugge irreparabilmente i preziosi micro-habitat umidi, essenziali per la riproduzione di anfibi e insetti, e cancella le sponde naturali che fungono da corridoi ecologici per innumerevoli specie.
Invece di proteggere il territorio, si condanna a morte la biodiversità locale. Si tratta di un’azione devastante che va nell’esatta direzione opposta a quanto ci impone la nostra Costituzione, la quale sancisce la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi. Distruggere una rete idrica viva in nome del cemento non è solo un disastro ecologico, ma un vero e proprio atto anticostituzionale che nega il diritto alla vita a chi abita la nostra stessa casa.
Qual è, secondo lei, il legame più diretto tra la tutela di questo ecosistema e la qualità della vita dei cittadini di Bologna?
La qualità della vita a Bologna, e in particolare per chi risiede nei pressi del comparto Bertalia-Lazzaretto, è già pesantemente compromessa da una pressione antropica senza precedenti. L’espansione costante dell’aeroporto con l’aumento dei voli, le emissioni industriali, l’impatto del People Mover e i numerosi cantieri in atto stanno saturando il territorio, aumentando drasticamente l’inquinamento atmosferico e acustico.
In questo scenario, la tutela integrale di questa area naturale non è un lusso, ma una necessità vitale. Questo polmone verde funge da barriera naturale contro il rumore e da filtro essenziale per l’aria che respiriamo. Offre una fondamentale via di fuga per i giovani e gli anziani — i soggetti più esposti — che qui possono rigenerare il corpo e lo spirito a contatto con la natura. La vegetazione mitiga le temperature torride estive e regala la possibilità di immergersi in un bosco sotto casa in ogni stagione, contrastando attivamente anche gli effetti del cambiamento climatico.
Molecole correlate