Le persone

Remigration

l’eufemismo che prova a trasformare le persone in spedizione

di Antìgene

C’è una parola che negli ultimi anni ha iniziato a circolare con la grazia di un eufemismo ben stirato: remigration. Sembra quasi un concetto tecnico, neutro, da ufficio logistico dell’identità nazionale. In realtà è una di quelle idee che, quando la si sgrana un po’, rivela ingranaggi molto meno puliti e molto più rumorosi. La promessa è semplice: “rimandare indietro” chi non appartiene. La narrazione la veste da sistema ordinato, efficiente, quasi amministrativo. Una sorta di grande servizio di ritorno merci applicato alle persone. Ma le società non sono magazzini, e le persone non sono pacchi con indirizzi sbagliati.

Il trucco linguistico: quando la politica si traveste da spedizione

La prima cosa che colpisce è il linguaggio. “Remigration” evita volutamente parole più crude come espulsione, deportazione, allontanamento forzato. È una parola che tenta di lucidare un gesto politico molto pesante, trasformandolo in una procedura quasi naturale, come se fosse un aggiornamento software della società. Ma dietro la patina lessicale, la sostanza non cambia: si parla di spostamenti forzati su base identitaria, non di politiche migratorie complesse o di gestione amministrativa ordinaria. E qui si apre il primo cortocircuito: semplificare fenomeni umani complessi in categorie rigide non è mai solo un errore tecnico. È già una scelta politica.

L’idea del “ritorno naturale” che non regge la prova del mondo reale

L’idea implicita è che esista un ordine naturale delle cose: chi “non è di qui” dovrebbe tornare “di là”. Ma il mondo contemporaneo non funziona così da almeno un secolo e mezzo.

Le società europee sono sistemi stratificati, attraversati da migrazioni storiche continue: lavoro, guerre, colonialismo, studio, economia globale, famiglie miste, seconde e terze generazioni. Il “ritorno” diventa quindi una costruzione artificiale che ignora deliberatamente la realtà sociale già esistente. In altre parole: non si sta riportando indietro qualcosa che si è semplicemente “spostato”. Si sta cercando di ridefinire chi ha diritto di appartenere.

Il problema nascosto: la cittadinanza come condizione revocabile

Il cuore politico della remigration non è la migrazione. È la fragilità della cittadinanza.

Se una società accetta l’idea che gruppi di persone possano essere “restituiti” in blocco a un altrove definito per origine, si apre una porta pericolosa: quella in cui l’appartenenza non è più stabile, ma condizionata. Oggi riguarda “gli altri”. Domani la categoria degli “altri” può cambiare forma, allargarsi, restringersi, essere riscritta. La storia europea non è priva di esempi di questo tipo di elasticità forzata dell’identità.

L’effetto reale: non ordine, ma instabilità

Paradossalmente, ciò che viene venduto come “soluzione ordinata” tende a produrre il contrario.

Le politiche di espulsione di massa o generalizzate non risolvono le tensioni sociali: le spostano, le radicalizzano, le rendono strutturali. Creano zone grigie di irregolarità, alimentano economie informali, aumentano precarietà e paura diffusa. E la paura, quando diventa infrastruttura politica, non costruisce ordine. Costruisce solo un clima.

La retorica della semplicità contro la complessità reale

Il fascino della remigration sta tutto qui: nella promessa di una società semplificata. Confini netti, categorie chiare, problemi “risolti” con una leva amministrativa. Ma la realtà urbana contemporanea, da Bologna a Parigi, da Berlino a Madrid, è fatta di interdipendenze: lavorative, culturali, familiari, economiche. Strappare pezzi da questo tessuto non produce chiarezza. Produce lacerazioni.

E le lacerazioni sociali non si archiviano con una procedura.

Una chiusura senza magia

La remigration si presenta come soluzione. Ma somiglia più a una narrazione che tenta di rimuovere la complessità invece di affrontarla. Le società moderne non sono sistemi chiusi da “ripulire”. Sono organismi aperti, pieni di attriti, adattamenti, contraddizioni. E proprio per questo difficili da governare con scorciatoie concettuali.

Ogni volta che una di queste scorciatoie diventa popolare, vale la pena ricordare una cosa semplice: la complessità non scompare perché la si rinomina.

Si sposta. E torna, quasi sempre, più rumorosa di prima.

Intervista a Marzia Casolari
Marzia Casolari

Lavora dal 2001 nell’ambito dell’immigrazione, dell’inclusione sociale e del diritto all’abitare. Dal 2001 al 2004 è stata responsabile dell’ufficio di Bologna del CIDIS, organismo nazionale attivo nei servizi per le persone migranti, coordinando progetti europei dedicati al contrasto delle discriminazioni in ambito sanitario, ai corsi di lingua, all’assistenza legale e al supporto per i permessi di soggiorno. Nel 2004 ha fondato un’associazione impegnata nell’orientamento abitativo e lavorativo delle persone migranti, sviluppando percorsi di accompagnamento sociale, ricerca casa e inserimento lavorativo. Attualmente è presidente dell’associazione Xenia da cui coordina attività e progettualità legate all’accesso alla casa e all’housing sociale.

In un’epoca in cui le migrazioni vengono spesso raccontate come flussi unidirezionali, il tema dei ritorni resta meno visibile ma centrale. Le politiche europee parlano sempre più di rimpatri, rientri assistiti e “migrazione circolare”, mentre nei territori queste dinamiche si intrecciano con storie individuali, reti transnazionali e scelte forzate o opportunistiche. Ne parliamo con Marzia Casolari, presidente dell’associazione Xenia, impegnata nell’orientamento abitativo e lavorativo delle persone migranti.


Può raccontarci il tuo percorso professionale?
Lavoro nel campo dell’immigrazione dal 2001. Tra il 2001 e il 2004 ho lavorato per CIDIS, un organismo con sedi a Milano e Perugia. Ero responsabile dell’ufficio di Bologna e mi occupavo della gestione e del coordinamento di servizi rivolti alle persone migranti.
Che tipo di attività svolgevi concretamente in quel periodo?
Seguivo una serie di servizi molto pratici: supporto legale, orientamento amministrativo e accompagnamento nei percorsi di regolarizzazione.
In parallelo ho coordinato tre progetti europei, occupandomi anche della scrittura e progettazione. Erano progetti focalizzati su:
contrasto alla discriminazione in ambito sanitario
corsi di lingua per stranieri
assistenza legale
supporto per il rilascio e soprattutto il rinnovo dei permessi di soggiorno
Come è cambiato il tuo lavoro dopo quell’esperienza?
Nel 2004 il rapporto con CIDIS si è interrotto e da lì ho fondato un’associazione. L’idea era continuare a lavorare sugli stessi temi ma con maggiore autonomia progettuale.
Qual era la missione iniziale della tua associazione?
Abbiamo sviluppato attività di:
ricerca abitativa
orientamento nella ricerca della casa
accompagnamento sociale
supporto nell’inserimento lavorativo
Com’è cambiato il contesto negli anni?
Dal 2004 a oggi le difficoltà nell’accesso alla casa sono aumentate moltissimo. Parallelamente si è intensificata la discriminazione, che oggi è molto più diffusa e strutturale rispetto al passato.
Qual è oggi il tuo ruolo nell’associazione?
Sono presidente dell’associazione e coordino le attività generali.
In molti casi seguo anche direttamente i singoli progetti, perché negli anni abbiamo avuto un turnover molto alto e questo ha reso necessario un maggiore coinvolgimento gestionale da parte mia.
Quali sono oggi le attività principali dell’associazione?
Le attività restano concentrate su due assi fondamentali:
accesso al lavoro
accesso alla casa
Sono due ambiti strettamente collegati, soprattutto per le persone migranti o in condizioni di fragilità sociale.
Avete avviato collaborazioni recenti?
Sì. Recentemente siamo diventati homes4all Lab, collaborando con una realtà non profit di Torino, homes4all. Si tratta di un progetto che sviluppa modelli innovativi nel campo dell’housing e dell’accesso all’abitare.
In cosa consiste il nuovo progetto sull’accesso all’affitto?
Stiamo lavorando a un percorso di accesso all’affitto completamente autofinanziato. È un progetto in fase di avvio che dovrebbe partire nei prossimi mesi. L’obiettivo è costruire strumenti più efficaci per facilitare l’ingresso nel mercato privato della casa, soprattutto per chi oggi ne è escluso.
Come descriveresti l’evoluzione del mercato della casa negli ultimi anni?
È diventato progressivamente più difficile. Non solo per ragioni economiche, ma anche per un irrigidimento generale delle condizioni di accesso.
Questo ha reso la casa un bene sempre più selettivo, con effetti molto forti sulle persone migranti e sui gruppi più vulnerabili.
Qual è la tua valutazione delle politiche di “remigrazione”?
Le considero estremamente problematiche. Esiste già in Italia il dispositivo del rimpatrio assistito, che è già di per sé discutibile, ma almeno ha una struttura normativa definita. La proposta di “remigrazione” introduce invece elementi ancora più critici, soprattutto per il ruolo che assegnerebbe agli avvocati.
Perché il coinvolgimento degli avvocati è così problematico?
Incentivare un avvocato a convincere il cliente a tornare al suo paese è come incentivare i medici a convincere i propri clienti a praticare l’eutanasia, se questa fosse legale in Italia, come lo è in diversi paesi europei. Così come questo contrasterebbe con il giuramento di Ippocrate, invitare gli avvocati a convincere i propri clienti a lasciare l’Italia contrasta con il codice deontologico che li obbliga a tutelare l’interesse del cliente e non a spingere il cliente ad agire contro il suo interesse. Tutte le rappresentanze degli avvocati hanno respinto questa proposta.
Il rimpatrio assistito esiste già: come funziona nella pratica?
Sì, esiste da molti anni, anche con finanziamenti europei.
Prevede:
pagamento del viaggio
un piccolo contributo economico (poche migliaia di euro)
L’idea teorica è che queste risorse possano aiutare la persona a reinserirsi nel Paese d’origine, ad esempio avviando una piccola attività o sostenendo temporaneamente l’abitazione.
Questo modello funziona davvero?
In realtà molto poco. Le somme sono spesso insufficienti e i contesti economici nei Paesi di origine rendono difficile qualsiasi reale reintegrazione. Per questo le adesioni sono sempre state limitate.
Vuoi aggiungere qualcosa sul quadro generale delle migrazioni oggi?
È un tema complesso e in continua trasformazione. Ci sono molti aspetti da analizzare: flussi, normative, condizioni sociali, e soprattutto le dinamiche di discriminazione che oggi hanno un impatto molto più forte rispetto al passato.
Su questi temi ci sarebbe molto da approfondire, perché sono centrali nelle trasformazioni sociali contemporanee.