La città

La guerra delle pagine Facebook

Dietro il provvedimento disciplinare a Danny Labriola si intravede una domanda più grande: esiste ancora spazio per un ecologismo indipendente nella Bologna del centrosinistra permanente?

di Antìgene

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella richiesta di procedimento disciplinare circolata dentro Europa Verde nei confronti di Danny Labriola (Vd. pdf alla fine). Non sembra un documento politico. Sembra un verbale notarile redatto da un condominio in guerra per il controllo della sala riunioni.

“Violazione”.
“Contiguità”.
“Procedimento”.
“Danneggiamento”.
“Commissariamento”.

Parole fredde, burocratiche, da apparato amministrativo che si scopre improvvisamente allergico al dissenso quando il dissenso smette di essere ornamentale e diventa reale.

Il problema non è la disciplina. Il problema è l’autonomia

La colpa sostanziale attribuita a Labriola non è aver rubato fondi, costruito clientele o favorito interessi privati. Il capo d’imputazione reale è un altro: aver tentato di costruire uno spazio politico autonomo. In una città dove ogni forza progressista viene lentamente assorbita nella gravità permanente del sistema PD-amministrazione-fondazioni-cooperative, l’idea stessa di una lista realmente indipendente produce il panico.

Perché Bologna tollera il dissenso solo quando resta folkloristico.
Appena prova a organizzarsi, diventa un problema di ordine pubblico interno.

La richiesta di procedimento disciplinare contro Labriola assomiglia allora meno a una questione etica e molto più a una pratica di sterilizzazione politica preventiva.

La liturgia del centrosinistra bolognese

Il testo è quasi commovente nella sua ossessione procedurale. Facebook, simboli, pagine, associazioni comunali, assemblee parallele, utilizzo del logo, riconoscimenti formali: l’intera politica sembra ridotta ad una battaglia catastale.

Intanto fuori dalle sedi:

  • Bologna esplode sotto la pressione immobiliare,
  • gli affitti divorano salari,
  • la città perde residenti popolari,
  • i cantieri trasformano interi quartieri in camere a polvere,
  • il verde urbano evapora,
  • il trasporto pubblico collassa tra retorica smart e servizio degradato.

Ma dentro una parte della sinistra verde il problema prioritario diventa: chi controlla la pagina Facebook.

È la miniaturizzazione terminale della politica contemporanea.
Il Titanic urbano inclinato di trenta gradi mentre nella sala comando si discute della password dell’account social.

“State danneggiando il partito”

Questa formula ritorna continuamente.

Ma qui emerge la domanda decisiva: che cos’è oggi il danno per un partito ecologista?

Perché il paradosso bolognese è gigantesco: come possono coesistere i principi base dell’ambientalismo con la giunta attuale?

Mentre:

  • aumentano le isole di calore,
  • spariscono alberi maturi,
  • avanzano processi di gentrificazione,
  • cresce la dipendenza da grandi operazioni immobiliari,
  • il modello “green” cittadino assume la forma del marketing urbano.

In questo contesto, il conflitto attorno a Labriola è uno scontro tra due idee incompatibili di ecologismo, resta da capire come sia possibile coniugare quella che sposa anche lo sviluppo e la rigenerazione urbana.

Il vero terrore: una lista fuori controllo

Il passaggio più sincero del documento è probabilmente quello finale, quando si parla del “rischio” che un dirigente possa promuovere una lista alternativa. Eccolo il cuore della questione.

Non l’etica.
Non lo statuto.
Non Facebook.

Il vero problema è la possibilità che nasca qualcosa non completamente integrato nel meccanismo politico bolognese. Perché una lista autonoma, soprattutto in una città esausta ma ancora piena di energia sociale compressa, potrebbe intercettare una fascia crescente di delusione:
ambientalisti radicali, precari urbani, attivisti anti-speculazione, pezzi di movimenti civici, elettori stanchi della gestione manageriale del progressismo. Ed è qui che il documento cambia forma. Da pratica disciplinare diventa documento di paura.

La città laboratorio del dissenso sterilizzato

Bologna ama raccontarsi come capitale del pluralismo progressista. Ma ogni tanto il sipario si apre e si vede la macchina vera: una città dove il dissenso è accettato finché resta estetico e performativo. Quando invece tenta di produrre organizzazione politica autonoma, parte immediatamente il riflesso immunitario dell’apparato. In una fase in cui la comunicazione politica non si limita più a raccontare le decisioni, ma contribuisce a definirle, il confine tra informazione, posizionamento e conflitto appare sempre più sottile. Le dinamiche interne, quando si spostano sui canali pubblici e digitali, non restano semplicemente visibili: si trasformano, si amplificano e talvolta cambiano natura. Resta allora una domanda di fondo, forse la più difficile da sciogliere: nei partiti contemporanei la comunicazione è ancora uno strumento al servizio della politica, o è diventata uno dei luoghi principali in cui la politica stessa si decide e si consuma?

Davide Celli

Davide Celli (Bologna, 18 gennaio 1967), è un attore, fumettista e politico italiano. Scoperto da Roberto Faenza, esordisce giovanissimo al cinema e diventa noto con film come Una gita scolastica (1983) e Festa di laurea (1985) diretti dai fratelli Avati,è impegnato da anni nei movimenti ecologisti, ha aderito ai Verdi, è stato consigliere comunale a Bologna (2004-2009) e nel 2021 si è candidato alle elezioni comunali nella lista Europa Verde.

Alcuni osservatori parlano di una “strategia mediatica parallela” rispetto agli organismi ufficiali del partito. Ritieni che questa definizione sia corretta o forzata?
La ritengo corretta. Eccezion fatta per un paio di testate, la narrazione che riguarda il percorso dei Verdi è stato volutamente distorto facendo passare un’invasione come una più che lecita esplosione di democrazia. Anzi, si è andati ben oltre sostenendo che il gruppo di Imola era formato da iscritti farlocchi. Erano così farlocchi che buona parte di loro si sono candidati in una lista civica, oltre al fatto che sono attivisti storici attivi nell’imolese da anni, cone Nicoletta Folli, Valeria Salvini o la Giannelli. A Imola avevamo messo in piedi un bel gruppo, ma faceva capo ai Verdi ribelli, quindi è stato annientato e ora lo usano cone una clava contro Labriola. Ma di questo nessun giornale ha parlato.
Le piattaforme social della Federazione sono state utilizzate, secondo la lettera, anche per contestare posizioni interne. Questo ha contribuito a chiarire il dissenso o a polarizzarlo?
Se ci fosse stata una minoranza interna, sì, si sarebbe potuto dire che le piattaforme sono state usate contro una parte di iscritti non in linea con il dettato assembleare che è sempre stato praticamente unanime. Mi ricorda un po’ la storia che suona così: c’erano 50 ragioni per cui i cannoni non hanno sparato a Marrakech. La prima ragione è che non c’erano cannoni. Ha senso parlare delle altre?
In che modo, secondo te, il dissenso interno viene tradotto nei media: come pluralismo politico o come elemento di delegittimazione?
Il dissenso non è stato preso minimamente in considerazione, l’hanno degradato e ridotto ad un fatto di cronaca. Solo un paio di tv locali e un giornale hanno spiegato le ragioni dei Verdi ribelli. Non tutto è perduto.
È possibile che, nel conflitto interno, alcune narrazioni abbiano amplificato selettivamente alcuni episodi per rafforzare una posizione politica?
La cosa paradossale è che i nuovi Verdi, quelli che entreranno in maggioranza, tacciono. Si ha quasi l’impressione che tacendo vogliano approfittare dell’indipendenza politica che io e Labriola abbiamo creato. Alla fin fine, alla gente comune interessano poco le beghe interne. Per cui, quando una buona parte degli elettori vota ragiona per massimi sistemi, come dire che tira una croce su AVS pensando a Celli e Labriola incatenati ad un albero del Don Bosco non sapendo che io me ne sono andato e Danny è finito sotto processo. Voti noi, ed eleggi loro, il giochetto è questo. Non è un caso se si sono riuniti ieri e nessuno ha parlato del grande tunnel che sarà costruito sotto San Luca. A loro va bene? A proposito, ai Verdi ribelli sarà anche mancato uno sguardo sul mondo, ma ai nuovi Verdi manca uno sguardo sul giardinetto dietro casa dove hanno bastonato la gente che si opponeva all’ennesima cementificazione.
Dove finisce la legittima comunicazione politica e dove inizia, se esiste, una forma di manipolazione mediatica?
La politica è spettacolo, ormai è inutile tracciare un confine. Fossi in Danny me ne andrei in giro con una palla al piede vestito con un pigiama a righe.
Quanto il racconto mediatico ha influenzato la percezione del conflitto nei territori?
Dipende da quale racconto. Ci sono due racconti. Il racconto di chi vuole consumare suolo dicendo che ci salveremo dall’apocalisse climatica perchè il nuovo cemento ecologico traspira, e chi si incatena agli alberi perché alla fin fine pensa che bisogna ragionare prima di consumare. I primi appartengono alla corrente degli ecologisti evangelici: credi in noi come si crede in Dio. Il loro agire è quindi un dogma programmatico. I secondi sono ecologisti conservatori, sbarrano la strada alle predazioni ambientali, alberi e suolo in primis.
Secondo te, il conflitto sarebbe stato lo stesso senza la dimensione social e mediatica? I media locali e le piattaforme digitali hanno amplificato o distorto la natura del confronto politico?
Che che se ne dica, i social avranno tanti difetti, ma ti permettono di raccontare la tua verità così da far scegliere agli utenti quale sia quella più aderente ai fatti e quale narrazione è falsa o propagandistica. Ed è questo che non sopportano, il seguito che i Verdi sono riusciti ad avere. Quando sono arrivato, la pagina di Europa Verde era deserta con interazioni ridicole. Ora, invece, vanno tutti regolarmente a leggere cosa pensano i Verdi quando si annuncia l’ennesima “rigenerazione”. A Bologna i verdi fanno i Verdi, per questo hanno deciso di dare il ben servito a Labriola.
In una situazione di conflitto interno, chi ha la responsabilità di evitare che la comunicazione diventi uno strumento di delegittimazione reciproca?
Chi detiene il simbolo dovrebbe evitare ogni forma di delegittimazione, ma il problema è proprio questo. Il simbolo dovrebbe essere dell’assemblea che per prima ha espresso i dirigenti e poi una linea politica che deve avere una minima durata temporale e non gode del principio di indeterminabilità di Heisemberg. Invece accade il contrario, o ti adegui alle richieste del partito dominante, il PD e alle sue scelte cementificatorie, o ti fanno saltare inventandosi un altro gruppo filogovernativo. Insomma, la politica dei Verdi funziona come nella giornata della marmotta, ogni giorno si ricomincia da capo, arrivati a sera la trattativa col Pd si chiude dicendo che i temi dei Verdi sono stati accolti. Il giorno dopo, anziché mettere in pratica le richieste, la discussione riparte da zero mentre il simbolo passa da una mano all’altra.
Ritieni che il partito disponga di strumenti adeguati per distinguere tra critica politica e costruzione di campagne mediatiche interne?
Bisognerebbe chiedersi prima cos’è il partito. Un tempo era una federazione di liste civiche dove ogni realtà locale era autonoma, adesso è ancora una federazione, ma solo fino a quando Roma non ti incrimina e ti sostituisce con un commissario.
Se dovessi tornare indietro, cambieresti qualcosa nel modo in cui la comunicazione è stata gestita durante questa fase?
Si, bisognava andare via subito non appena è diventato chiaro che ci avrebbero tolto il simbolo e a quel punto si ammainava la bandiera di Europa Verde e se ne issava un’altra, ma i Verdi sono voluti restare fino a farsi cacciare via. A quel punto i Verdi governativi avrebbero dovuto emettere un gemito e si sarebbe incominciato a capire cosa pensano del Muba, del verde urbano e del consumo di suolo.
Alla luce delle accuse di “danno d’immagine” contenute nella lettera, pensi che oggi nei partiti la comunicazione interna sia diventata essa stessa un campo di battaglia politico più decisivo delle decisioni programmatiche?
Il danno di immagine l’hanno fatto a me quando l’Assessore di AVS in Regione ha votato un finanziamento di quasi un milione di euro ai cacciatori destinato allo sterminio di specie fossorie, tassi, volpi, istrici. Per non parlare delle recenti affermazioni pubbliche del Presidente regionale che vuole tassare chi possiede un cane o un gatto perché sono fonti di inquinamento. C’è una ragione se, malgrado l’immenso dispiacere, me ne sono andato dai Verdi. I Verdi non sono più verdi, tacciono su tutto, dighe, consumo di suolo, crescita dei voli intercontinentali, caccia senza regole. I Verdi sono cambiati, ma non si sa cosa sono diventati, il sospetto è che continueranno a far credere agli elettori di essere ancora verdi.
Danny Labriola

Danny Labriola è esponente politico e attivista ambientale con ruoli di rilievo per Europa Verde in Bologna. Ha ricoperto la carica di co-portavoce di Europa Verde a Bologna, distinguendosi per proposte incisive sul tema della crisi climatica, dell’ambiente urbano e della partecipazione civica. Si è spesso trovato in posizione critica rispetto all’amministrazione comunale di Bologna, soprattutto per questioni ambientali: progetti urbanistici che prefigurano consumo di suolo, la tutela del verde, la gestione del traffico, le scuole e temi come l’inquinamento acustico legato all’aeroporto Marconi.

Ti viene contestato di aver promosso una linea politica autonoma dentro il partito. Tu come descriveresti invece il tuo ruolo in questa fase: dissenso, pluralismo interno o semplice dibattito politico?
Le contestazioni dovrebbero creare imbarazzo in chi le ha immaginate e poi messe nero su bianco. Ma ormai il senso della vergogna è in via di estinzione. Non voglio perdere tempo a difendermi da accuse ridicole. Mi limito a ribadire che la linea politica è frutto di congressi, assemblee, mozioni approvate all’unanimità. Sono stato eletto co-portavoce nel 2021 e confermato nel 2025. Le scelte sono state condivise all’interno dell’esecutivo provinciale e negli incontri con gli iscritti. Faccio fatica a riconoscermi in dinamiche di ribellione o dissenso perché non stato io a tradire o sconfessare percorsi e decisioni democratiche assunte da una comunità che in questi anni ha fatto un lavoro incredibile.
La frase in cui parlavi di “un’alternativa da costruire” è stata interpretata come una scelta di rottura. In che senso la intendevi davvero in quel momento?
Alternativa è sempre stata intesa come possibilità di offrire ai bolognesi una visione diversa di città e un programma ecologista per il 2027. L’idea di proporre un’alternativa nasce dalla decisione assunta al congresso provinciale dei Verdi di Bologna dell’aprile 2025. Eravamo tutti d’accordo sull’idea di non poter riproporre alleanze con PD e Coalizione Civica.
Sul piano della comunicazione social ti viene contestato un uso molto diretto e pubblico del conflitto interno. Per te quella comunicazione era un modo per rendere trasparente il dibattito o per dare voce a una parte che si sentiva poco rappresentata?
Ribadisco che il conflitto non è scaturito da miei o nostri comportamenti scorretti o ribelli. La scorsa estate siamo stati sconfessati sulla stampa e siamo stati definiti massimalisti. Per quale motivo? Per aver fatto i Verdi con coerenza e per aver lottato sul territorio insieme ai cittadini? Io credo profondamente in comunità politiche dalle pareti di vetro. Ci vuole massima trasparenza e onestà davanti alle persone che ogni giorno ci guardano, ci giudicano e sperano che esista una politica diversa da quella che ha portato i non votanti a essere il “partito” più grande.
Alcuni episodi vengono letti come tentativi di delegittimazione. Tu li consideri invece forme di critica politica legittima dentro un partito plurale?
Senza critica e senza differenze, il confronto politico diventa omologazione. Non può esistere un pensiero unico che escluda ogni voce dissonante. Eppure, continuo a pensare che io non abbia espresso dissenso né promosso rivolte. Ho creduto, forse ingenuamente, che un gruppo locale avesse l’autonomia di decidere percorsi e alleanze, come previsto dal nostro Statuto. Perché è chi vive ogni giorno sul territorio a metterci faccia e impegno. A Parma alle ultime elezioni il gruppo locale decise di presentarsi in alternativa al PD. Come mai oggi a Bologna non è consentito?
Anche la dimensione territoriale del conflitto viene sottolineata molto. Quanto pensi che il livello locale abbia amplificato una dinamica che, in realtà, nasceva da questioni politiche più generali?
Le dinamiche nazionali sono decisive. E quando parlo di casa dalle pareti di vetro, vorrei che si dicesse apertamente che la linea politica la decide la Federazione nazionale e che deve valere per tutti. Anche per chi si trova in contesti complicati come Bologna, in cui non è possibile presentare AVS nel centrosinistra. Rinunciare al federalismo sarebbe una ferita per la storia dei Verdi.
Il tema della lista alternativa è centrale nel provvedimento. Tu come lo inquadri politicamente: come rottura, come pressione interna o come possibilità di rappresentare una sensibilità diversa dentro la stessa area politica?
Su questo voglio essere chiaro: si parla di lista alternativa non per un capriccio, ma proprio perché viene meno l’autonomia locale di Europa Verde e ci viene negata la possibilità di presentare un programma e un candidato sindaco dei Verdi.
Guardando alla comunicazione complessiva di questa fase, pensi che il conflitto sia stato raccontato in modo equilibrato oppure che abbia prevalso una lettura più unilaterale?
Il conflitto nasce dalla volontà di alcuni di non rispettare il lavoro e le decisioni dei Verdi di Bologna. Oggi vengo messo sotto processo per aver osato criticare il governo della città e per aver messo in discussione alleanze che ormai sembrano obbligatorie a ogni livello, persino a prescindere dall’operato di Sindaci e amministrazioni. A ogni tornata elettorale si riparte da zero, come è accaduto a Imola, senza alcuna valutazione di ciò che è stato fatto durante il mandato e accontentandosi di qualche facile promessa.
Oggi, con il procedimento disciplinare in corso, come valuti la scelta di aver portato il confronto anche sul piano pubblico e comunicativo?
Il confronto deve uscire dalle segrete stanze quando è in gioco la democrazia e la libertà di pensiero. Davvero si pensa di contrastare la destra con procedimenti disciplinari e commissariamenti?
La gestione di un partito non è una banale questione interna. In Parlamento ci sono persone che si candidano a governare l’Italia e bisogna partire dalle proprie comunità politiche per dimostrare di credere nelle differenze e nella ricchezza che portano.
Se dovessi sintetizzare il senso politico di tutta questa vicenda, cosa diresti che stavi cercando di difendere o costruire dentro il partito?
Il senso politico è limpido e lampante: abbiamo cercato tutti insieme di dare forma e sostanza a un lavoro durato oltre quattro anni. Pensavamo di poter ricevere il sostegno di tutto il partito, perché chiunque viva a Bologna sa quanto questi anni siano stati complicati e impegnativi per una forza ecologista come la nostra. Il sostegno non è arrivato. È arrivato invece un conflitto surreale, fatto di accuse e processi. Mi dispiace, perché abbiamo perso un’occasione d’oro per fare di Bologna un laboratorio per una politica diversa: meno arrogante e più attenta ai bisogni delle persone.

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