La città

Bologna tra partecipazione e trasformazioni urbane

Quando gli strumenti della cittadinanza attiva si confrontano con le grandi decisioni sulla città

di Antìgene

Negli ultimi anni Bologna è diventata uno dei casi più osservati nel dibattito nazionale sulla partecipazione urbana. Laboratori di quartiere, bilanci partecipativi, patti di collaborazione e processi di rigenerazione territoriale hanno costruito l’immagine di una città capace di innovare le forme della governance locale e di sperimentare nuovi strumenti di relazione tra istituzioni e cittadini. Ma è davvero così? Cosa accade quando le infrastruttura partecipative si confrontano con processi di trasformazione così profondi da essere distanti se non contrari agli interessi della cittadinanza che li subisce.

Quanto incidono realmente i processi partecipativi sulle grandi scelte che ridefiniscono la città contemporanea: mercato abitativo, turismo, welfare territoriale, sviluppo immobiliare, transizione ecologica? Nel suo lavoro di ricerca, Susanna Coppolecchia analizza proprio questa tensione: da un lato la crescita di pratiche di cittadinanza attiva e di welfare di prossimità, dall’altro la difficoltà di tradurre queste esperienze in una reale capacità di condizionare i processi di sviluppo urbano.

Il tema della partecipazione viene così intrecciato a quello del welfare territoriale, della precarizzazione del lavoro sociale e della crescente difficoltà di costruire mediazioni stabili tra amministrazione e comunità locali.

Ne emerge il ritratto di una città attraversata da una contraddizione profonda: mentre cresce la quantità di strumenti partecipativi disponibili, resta aperta la domanda sulla loro reale capacità trasformativa rispetto alle grandi direttrici economiche e urbanistiche che stanno ridefinendo la geografia fisica e sociale di Bologna.

Abbiamo cercato di capire con Susanna se la partecipazione urbana rappresenti oggi un reale rafforzamento della democrazia locale o rischi, in alcuni casi, di trasformarsi in una forma di consultazione limitata dentro processi già definiti in altre sedi.

Qui potete leggere l’articolo completo da cui è scaturito il confronto con Antigene. https://www.welforum.it/la-citta-contesa/

Intervista a Susanna Coppolecchia
Susanna Coppolecchia

E’ pedagogista e ricercatrice indipendente nell’ambito delle Scienze dell’Educazione. Ha conseguito il dottorato in Scienze Pedagogiche presso Università di Bologna con una tesi dedicata ai fondamenti pedagogici dell’economia sociale e solidale e ai modelli di welfare di comunità. La sua attività di ricerca si concentra sui rapporti tra innovazione sociale, partecipazione democratica, apprendimento collettivo, economia cooperativa e sviluppo territoriale. Ha pubblicato contributi sui processi partecipativi nelle governance locali, sul welfare territoriale e sulle dimensioni educative dell’economia sociale, collaborando anche con riviste e progetti legati alla pedagogia critica e alla cittadinanza attiva.

Bologna viene spesso presentata come un modello avanzato di partecipazione urbana. Dal tuo punto di vista, quali sono gli elementi realmente innovativi di questa esperienza?
L’elemento più interessante dell’esperienza bolognese non è tanto la moltiplicazione degli strumenti partecipativi, quanto il tentativo di riconoscere che la conoscenza della città non appartiene esclusivamente alle istituzioni o agli esperti. Laboratori di quartiere, patti di collaborazione e percorsi di coprogettazione hanno rappresentato un tentativo importante di valorizzare i saperi che emergono dall’esperienza quotidiana degli abitanti, delle associazioni e delle reti territoriali.
La vera innovazione, però, non consiste semplicemente nel coinvolgere più persone. Consiste nel costruire luoghi nei quali conoscenze diverse possano dialogare e generare apprendimento collettivo. È una sfida che riguarda il modo stesso in cui concepiamo il governo della città.
Il limite emerge quando questi processi restano confinati a singoli progetti o a specifici quartieri. Le grandi questioni urbane – abitare, welfare, attrattività, mobilità, sviluppo economico – continuano spesso a essere affrontate separatamente. La partecipazione può diventare realmente trasformativa soltanto se riesce a entrare dentro questi processi sistemici e non soltanto nei loro effetti locali.
Nel tuo lavoro emerge però una forte tensione tra partecipazione e trasformazioni economiche della città. Quando hai iniziato a percepire questa contraddizione?
Più che una contraddizione, parlerei di una tensione strutturale che emerge quando si osservano le trasformazioni urbane nella loro complessità. Negli anni ho maturato la convinzione che fenomeni come il turismo, il mercato immobiliare, l’università, il welfare e le trasformazioni del lavoro non possano essere letti separatamente.
La partecipazione produce spazi di ascolto e confronto importanti, ma spesso le dinamiche che orientano realmente lo sviluppo urbano si collocano su piani differenti e sono influenzate da logiche economiche molto più ampie. È qui che emerge una difficoltà di governance. Le istituzioni locali si trovano sempre più spesso a operare dentro vincoli esterni che ne riducono la capacità di orientare i processi.
La questione non è stabilire se la partecipazione funzioni o meno. La domanda è se esista oggi una capacità pubblica di tenere insieme fenomeni interdipendenti e di costruire una visione condivisa della città. È una sfida culturale prima ancora che amministrativa.
Negli ultimi anni Bologna ha rafforzato la propria attrattività universitaria, culturale e turistica. Quanto questo processo ha inciso sul mercato abitativo e sulla composizione sociale della città?
L’attrattività è spesso raccontata come un indicatore di successo urbano, e in parte lo è. Bologna continua ad attrarre studenti, lavoratori qualificati, investimenti e flussi turistici. Il problema nasce quando questi fenomeni vengono considerati separatamente dagli effetti che producono sul tessuto sociale.
L’aumento del costo dell’abitare non è soltanto una questione immobiliare. Ha conseguenze sul welfare, sul lavoro educativo e sociale, sulla permanenza delle giovani generazioni e sulla capacità stessa della città di mantenere la propria diversità sociale. Quando un educatore, un operatore culturale o un giovane lavoratore non riescono più a vivere nella città in cui lavorano, non siamo di fronte a un problema settoriale ma a una trasformazione dell’intero ecosistema urbano.
Qui emerge una certa miopia delle politiche urbane contemporanee: si valorizzano gli effetti positivi dell’attrattività senza interrogarsi abbastanza sulle interdipendenze che essa produce. Una città sostenibile non è semplicemente una città che cresce, ma una città capace di mantenere un equilibrio tra sviluppo economico e giustizia sociale.
Nel testo colleghi il tema della partecipazione a quello del welfare territoriale. Perché questi due aspetti oggi non possono più essere separati?
Perché entrambi riguardano la capacità di una comunità di leggere sé stessa e di rispondere collettivamente ai propri bisogni. Per molto tempo il welfare è stato pensato soprattutto come erogazione di servizi, mentre la partecipazione veniva collocata in uno spazio separato. Oggi questa distinzione non regge più.
Le fragilità sociali, le trasformazioni del lavoro, le difficoltà abitative, la solitudine e le nuove povertà sono fenomeni intrecciati che non possono essere affrontati attraverso interventi settoriali. Le reti territoriali intercettano quotidianamente queste connessioni e producono una conoscenza preziosa che nessun sistema tecnico può generare da solo.
Per questo il welfare non riguarda soltanto le prestazioni, ma anche la costruzione di relazioni, fiducia e capacità collettive di affrontare la complessità. La partecipazione diventa una componente essenziale del welfare stesso: non un’aggiunta, ma una condizione necessaria per comprendere e governare i cambiamenti sociali.
Una parte importante del welfare bolognese passa attraverso cooperative sociali, appalti e progettualità temporanee. Quali effetti produce sul modello generale di politiche sociali?
Il modello emiliano ha storicamente costruito una forte integrazione tra istituzioni pubbliche e terzo settore. Questo ha prodotto una grande capacità di prossimità e una diffusione territoriale dei servizi che rappresentano ancora oggi una risorsa importante.
Tuttavia negli ultimi anni si è rafforzata una logica progettuale che tende a frammentare gli interventi. Molte organizzazioni lavorano attraverso bandi, finanziamenti temporanei e progettualità a scadenza. Questo produce innovazione, ma spesso rende più difficile costruire continuità e visioni di lungo periodo.
Il rischio è che anche il welfare finisca per essere governato attraverso una successione di progetti anziché attraverso una strategia complessiva. In questo scenario gli operatori diventano sempre più connettori di frammenti, mentre manca una regia capace di mettere a sistema le conoscenze e le pratiche prodotte nei territori.
La questione non è aumentare il numero dei servizi, ma rafforzare la capacità di governare le relazioni tra i diversi attori che li producono.
Nel caso dell’area Gor’kij e delle esperienze nate attorno a Serendippo descrivi forme molto concrete di prossimità sociale e costruzione comunitaria. Cosa raccontano queste esperienze sulla capacità dei quartieri di produrre welfare dal basso?
Raccontano soprattutto che i territori non sono semplicemente luoghi nei quali si concentrano problemi, ma contesti nei quali si producono risorse sociali, culturali ed educative spesso invisibili alle letture più istituzionali.
Esperienze come quelle sviluppate attorno a Serendippo mostrano che il welfare può nascere da relazioni di prossimità, dalla capacità di costruire fiducia, appartenenza e occasioni di incontro tra persone diverse. In questi contesti si producono competenze collettive, si intercettano fragilità e si costruiscono risposte che difficilmente potrebbero essere progettate dall’alto. Ciò che mi interessa maggiormente non è il singolo progetto, ma la capacità di questi contesti di generare apprendimento comunitario. Il problema emerge quando questa ricchezza rimane confinata localmente e non riesce a dialogare con i processi decisionali più ampi.
La sfida è trasformare queste esperienze in patrimonio comune della città, evitando che restino isole di innovazione separate dal resto del sistema urbano.
Allo stesso tempo sottolinei come molte di queste realtà restino isolate o dipendenti dall’iniziativa di singole associazioni. È qui che emerge il limite della partecipazione frammentata?
Credo che questo sia uno dei nodi più rilevanti. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita di moltissime esperienze territoriali capaci di produrre innovazione sociale, legami comunitari e forme di welfare di prossimità. Il problema non riguarda la qualità di queste esperienze, ma la loro capacità di incidere sui processi complessivi della città.
Spesso ogni realtà sviluppa risposte efficaci ai problemi che incontra, ma manca una governance capace di valorizzare le peculiarità delle singole iniziative, mettere in relazione queste conoscenze e trasformarle in orientamenti condivisi per le politiche pubbliche.
La partecipazione rischia così di diventare una costellazione di iniziative scollegate. È una forma di frammentazione che riflette una frammentazione più generale della società e delle istituzioni.
Per affrontare problemi interdipendenti servono infatti reti capaci di apprendere insieme, non semplicemente soggetti che collaborano occasionalmente attorno a un progetto.
Uno dei casi più emblematici che analizzi è quello del Pilastro e del parco Don Bosco. Cosa ci insegna quel conflitto sul rapporto tra ascolto istituzionale e decisione finale?
Quel conflitto mostra che la partecipazione non può essere ridotta a una procedura. Molti abitanti non contestavano soltanto una specifica scelta urbanistica, ma esprimevano il bisogno di essere riconosciuti come soggetti portatori di una conoscenza del territorio.
Quando le persone percepiscono che gli spazi di confronto non incidono realmente sulle decisioni, si produce una frattura di fiducia che riguarda il rapporto tra cittadini e istituzioni molto più del singolo progetto.
Il caso del Don Bosco evidenzia anche un’altra questione: i conflitti urbani non riguardano quasi mai un solo tema. Dietro la difesa del verde emergono questioni legate alla qualità della vita, alla percezione dei cambiamenti urbani, alla distribuzione del potere decisionale e al riconoscimento delle comunità locali.
Pensiamo, ad esempio, alla gestione degli alberi malati, all’introduzione di nuovi sistemi di raccolta differenziata o ai progetti per le comunità energetiche: quando il coinvolgimento è reale, il conflitto può trasformarsi in uno spazio di apprendimento reciproco e di corresponsabilità. Quando invece la partecipazione è percepita come puramente formale, cresce la distanza tra istituzioni e cittadini e si indebolisce la fiducia necessaria per affrontare le grandi trasformazioni ambientali.
Per questo il conflitto non dovrebbe essere considerato un fallimento della partecipazione. Può diventare una preziosa occasione di apprendimento collettivo, a condizione che le istituzioni siano disposte a leggerlo come una risorsa e non soltanto come un ostacolo.
Nel dibattito pubblico la partecipazione viene spesso associata automaticamente alla sostenibilità. Ma nel tuo testo emerge anche il rischio di una transizione ecologica percepita come distante dai bisogni quotidiani degli abitanti. Quanto pesa questo elemento nei conflitti urbani contemporanei?
Pesa molto, perché la transizione ecologica non è soltanto una questione ambientale. È un processo che ridefinisce il modo in cui le persone abitano la città, si muovono, lavorano e costruiscono relazioni. Quando viene affrontata come un problema esclusivamente tecnico rischia di produrre nuove disuguaglianze e nuove forme di distanza tra istituzioni e cittadini.
In molti territori i conflitti non nascono necessariamente da un rifiuto delle politiche ambientali, ma dalla difficoltà di comprenderne gli effetti concreti e di partecipare alla costruzione delle scelte. Temi come la gestione del verde urbano, le comunità energetiche, la mobilità sostenibile o la raccolta differenziata mostrano come la sostenibilità richieda processi di coinvolgimento capaci di costruire fiducia e corresponsabilità, non soltanto soluzioni tecniche. La transizione ecologica diventa realmente sostenibile quando riesce a tenere insieme qualità ambientale, bisogni quotidiani e giustizia sociale.
Spesso il dibattito pubblico separa questioni che nella realtà sono strettamente intrecciate. La qualità ambientale, l’accesso ai servizi, il costo dell’abitare, la mobilità e il benessere delle persone fanno parte dello stesso sistema. Se si interviene su un elemento senza considerare gli altri, il rischio è generare conflitti che vengono letti come opposizioni alla sostenibilità quando in realtà esprimono bisogni di riconoscimento e giustizia sociale.
Il caso della Bolognina mostra invece il rapporto tra rigenerazione urbana e trasformazione del tessuto sociale. Pensi che Bologna stia vivendo processi di gentrificazione simili a quelli delle grandi città europee?
Credo che Bologna stia vivendo processi che presentano molte analogie con quanto osservato in altre città europee, pur mantenendo caratteristiche specifiche. Il punto non è stabilire se esista o meno una gentrificazione in senso stretto, ma comprendere come alcune trasformazioni stiano modificando gli equilibri sociali costruiti nel tempo.
Quartieri come la Bolognina sono stati luoghi di sperimentazione sociale, culturale e comunitaria. La loro ricchezza derivava proprio dalla pluralità di soggetti, pratiche e appartenenze che convivevano nello stesso spazio urbano. Oggi la pressione immobiliare, l’aumento dei valori fondiari e alcune forme di rigenerazione rischiano di alterare questi equilibri.
Il problema non riguarda soltanto chi resta e chi se ne va. Riguarda la capacità della città di preservare la propria biodiversità sociale. Una città che perde la pluralità delle sue comunità perde anche una parte della propria capacità di innovare, apprendere e produrre coesione sociale.
Più che discutere se Bologna sia o meno una città gentrificata, dovremmo interrogarci su quali condizioni permettano di mantenere accessibile e abitabile una città che continua ad attrarre persone, investimenti e opportunità. Anche in questo caso il tema centrale non è un singolo fenomeno, ma l’equilibrio complessivo dell’ecosistema urbano.
Affermi che molte esperienze territoriali producono una vera “conoscenza sociale” della città. Cosa significa concretamente?
Quando parlo di conoscenza sociale mi riferisco a un sapere che nasce dall’esperienza vissuta e dalla prossimità ai territori. Non tutta la conoscenza utile a comprendere una città viene prodotta dalle università, dagli uffici tecnici o dai sistemi statistici. Una parte fondamentale emerge dal lavoro quotidiano di educatori, operatori sociali, associazioni, cooperative, gruppi informali e cittadini attivi.
Questi soggetti intercettano spesso prima di altri le trasformazioni che attraversano la città: nuove fragilità, cambiamenti nelle relazioni sociali, difficoltà abitative, ma anche risorse, capacità di auto-organizzazione e forme di solidarietà. È una conoscenza situata, costruita attraverso l’ascolto e la presenza nei contesti di vita.
Il problema è che questa conoscenza rimane frequentemente dispersa. Viene utilizzata per affrontare problemi locali ma raramente entra in modo strutturale nei processi decisionali. La sfida consiste allora nel costruire istituzioni capaci di apprendere dai territori e di trasformare questa conoscenza diffusa in una risorsa pubblica per orientare le politiche urbane.
In questo senso la conoscenza sociale non rappresenta soltanto una fonte informativa aggiuntiva, ma una componente essenziale della capacità amministrativa. Un’amministrazione democratica non può infatti limitarsi a operare sulla base di dati tecnici o procedure formalizzate, ma deve essere in grado di riconoscere, raccogliere e tradurre le conoscenze prodotte dai territori in orientamenti per l’azione pubblica. La qualità delle politiche dipende sempre più dalla capacità delle istituzioni di apprendere dalle comunità con cui operano.
Oggi le amministrazioni pubbliche sembrano spesso attrezzate sul piano tecnico ma meno su quello relazionale. Quali competenze mancano maggiormente nella gestione dei processi partecipativi?
Più che una mancanza di strumenti, vedo una difficoltà nel governare la complessità delle relazioni. Le amministrazioni contemporanee dispongono di competenze tecniche sempre più avanzate, ma si confrontano con problemi che non sono mai soltanto tecnici. Le sfide urbane coinvolgono interessi differenti, conflitti, aspettative, identità territoriali e rappresentazioni diverse della città.
Per questo servono competenze che definirei pedagogiche e relazionali: capacità di ascolto, mediazione, facilitazione, costruzione di fiducia e gestione dei conflitti. Ma soprattutto serve la capacità di leggere le connessioni tra fenomeni apparentemente distinti.
Più in generale, emerge la necessità di ripensare la stessa idea di capacità amministrativa. Essa non coincide soltanto con competenze tecniche o procedurali, ma con la capacità di operare dentro sistemi complessi di aspettative, interpretare bisogni collettivi, mediare tra interessi differenti e costruire soluzioni condivise. Le amministrazioni contemporanee sono chiamate a svolgere una funzione di intermediazione tra istituzioni, attori economici e cittadini, sviluppando competenze relazionali che diventano sempre più centrali per la qualità dell’azione pubblica.
Le sfide poste dalla transizione ecologica rendono questa esigenza ancora più evidente. Sempre più spesso gli enti locali si trovano a gestire decisioni che intrecciano aspetti tecnici, ambientali e sociali: dalla gestione degli spazi verdi alle politiche energetiche, fino ai progetti di economia circolare. In questi contesti non basta possedere competenze specialistiche; diventa fondamentale saper costruire processi di ascolto, tradurre informazioni complesse in forme comprensibili e creare condizioni di apprendimento reciproco tra istituzioni, cittadini e attori territoriali.
Oggi il vero tema non è soltanto favorire la partecipazione dei cittadini, ma costruire amministrazioni capaci di apprendere. Organizzazioni che non si limitino a gestire procedure, ma che sappiano interpretare i territori, mettere in relazione saperi diversi e costruire visioni condivise. È una trasformazione culturale profonda che riguarda il significato stesso dell’azione pubblica.
Secondo te Bologna riesce davvero a trasformare il conflitto urbano in occasione di apprendimento collettivo oppure prevale ancora una logica di separazione tra istituzioni e attivazione dal basso?
Bologna possiede un patrimonio importante di esperienze partecipative e di attivazione civica. Tuttavia credo che esista ancora una certa difficoltà nel riconoscere il conflitto come una forma di conoscenza.
Spesso il dissenso viene interpretato come un problema da contenere o da gestire. Eppure i conflitti urbani rendono visibili proprio quelle interdipendenze che tendiamo a non vedere: tra ambiente e abitare, tra sviluppo economico e coesione sociale, tra trasformazioni urbane e qualità della vita.
Quando il conflitto viene letto soltanto come opposizione, si rafforza la distanza tra istituzioni e cittadinanza attiva. Quando invece viene riconosciuto come occasione di apprendimento, diventa possibile comprendere meglio la complessità dei fenomeni e costruire decisioni più consapevoli.
Da questo punto di vista il conflitto può essere interpretato come una forma di responsiveness democratica. Esso rende visibili bisogni, aspettative e domande sociali che spesso non trovano altri canali di espressione. Un’amministrazione aperta non considera queste dinamiche come un ostacolo alla decisione, ma come una risorsa conoscitiva utile a migliorare la qualità delle politiche e a rafforzare il rapporto tra istituzioni e società.
Da questo punto di vista credo che Bologna abbia ancora davanti una sfida importante: passare da una cultura della consultazione a una cultura della co-costruzione delle decisioni e dell’apprendimento reciproco.
In questi anni si è parlato molto di innovazione sociale. Ma esiste il rischio che la partecipazione venga utilizzata anche come forma di compensazione simbolica rispetto alla riduzione del welfare pubblico?
Sì, è un rischio concreto. La partecipazione, l’attivazione civica e l’innovazione sociale rappresentano risorse fondamentali, ma non possono diventare strumenti attraverso cui si trasferiscono alle comunità responsabilità che restano pubbliche.
Negli ultimi anni molte reti territoriali hanno costruito risposte straordinarie a bisogni emergenti, spesso supplendo a carenze istituzionali. Tuttavia sarebbe un errore interpretare questa capacità di attivazione come una sostituzione del welfare pubblico.
Il punto non è scegliere tra partecipazione e istituzioni. Al contrario, occorre riconoscere che si tratta di dimensioni complementari. La partecipazione produce conoscenza, relazioni e capacità collettive; le istituzioni hanno il compito di garantire diritti, continuità, redistribuzione e visione strategica.
Quando questa integrazione non si realizza, la partecipazione rischia di trasformarsi in una risposta simbolica a problemi che richiederebbero invece interventi strutturali e una maggiore capacità pubblica di governo.
Qual è oggi, secondo te, la principale sfida che attraversa Bologna?
Credo che la sfida più importante sia costruire una capacità di governo adeguata alla complessità delle trasformazioni contemporanee. Bologna continua a essere una città ricca di energie sociali, competenze diffuse, associazionismo e innovazione civica. Il problema non è la mancanza di risorse, ma la difficoltà di metterle realmente in relazione.
Abitare, welfare, lavoro, attrattività, turismo, transizione ecologica e partecipazione vengono spesso affrontati come ambiti separati, mentre nella realtà sono profondamente interdipendenti. Ogni intervento produce effetti che si propagano sull’intero sistema urbano.
Negli ultimi anni Bologna ha costruito molti strumenti, molti tavoli e molte progettualità. Ciò che continua a mancare è una capacità condivisa di leggere la città come un ecosistema complesso e di trasformare questa lettura in una visione politica di lungo periodo.
In questa prospettiva diventa decisivo rafforzare la capacità delle istituzioni pubbliche di svolgere una funzione di intermediazione tra politica, economia e società. Le amministrazioni non possono limitarsi a gestire procedure o a rispondere alle emergenze, ma devono essere in grado di anticipare problemi, coordinare attori differenti e costruire connessioni tra conoscenza territoriale e decisione pubblica. La qualità della governance dipenderà sempre più dalla capacità di integrare competenze tecniche, conoscenze sociali e visioni strategiche orientate al futuro.
Anche le istituzioni locali appaiono sempre più condizionate da dinamiche economiche e di mercato che ne riducono la capacità di orientare i processi. Si produce così una frammentazione nella quale ciascun attore vede soltanto una parte del problema.
La vera sfida è culturale prima ancora che amministrativa.
Anche le politiche della transizione ecologica mostrano con chiarezza questa necessità di integrazione. Energia, mobilità, gestione dei rifiuti, qualità dello spazio pubblico e inclusione sociale non possono più essere affrontati come ambiti separati. La capacità di governare queste interdipendenze rappresenta oggi una delle principali sfide per le amministrazioni locali e per la qualità stessa della democrazia urbana.
Significa imparare a governare le interdipendenze, costruire connessioni stabili tra conoscenza territoriale e decisione pubblica, e riconoscere che nessun soggetto, da solo, è in grado di affrontare la complessità urbana contemporanea. La qualità della democrazia locale dipenderà sempre più dalla capacità di apprendere collettivamente e di costruire visioni condivise del futuro della città.