Bologna a due velocità
la mappa del disagio che la città attrattiva non racconta.
Il 14 maggio 2026, nel corso del seminario “Analisi statistica del disagio socio-economico nella città di Bologna”, è stata presentata un’analisi realizzata da ISTAT in collaborazione con l’Ufficio Statistica del Comune di Bologna basata sull’IDISE, l’Indice di Disagio Socio-Economico. https://www.istat.it/evento-territoriale/analisi-statistica-del-disagio-socio-economico-nella-citta-di-bologna-strumenti-e-opportunita-per-la-policy-locale/
L’IDISE è un indicatore costruito attraverso nove variabili che misurano reddito, occupazione, precarietà lavorativa, livelli di istruzione, presenza di NEET, dispersione scolastica, anziani soli e altre condizioni di vulnerabilità sociale.
I risultati delineano una città che procede con velocità diverse. Le maggiori fragilità si concentrano in aree che raramente occupano il centro della comunicazione istituzionale sulla “città attrattiva”, ma che emergono con forza nelle statistiche: Pilastro, Navile, Bolognina, Barca, Mulino del Gomito e altri quartieri periferici o semiperiferici.
Il quadro che ne emerge è quello di una città in cui la rigenerazione urbana e la crescita del valore immobiliare convivono con sacche persistenti di esclusione sociale. Le criticità principali riguardano l’aumento degli anziani soli, la povertà economica, la precarietà occupazionale, la dispersione scolastica, i bassi livelli di istruzione e la presenza di nuclei familiari privi di occupati. A queste si aggiungono profonde disuguaglianze territoriali che continuano a segnare la geografia urbana.
L’indice elaborato da ISTAT assomiglia a una TAC della città reale dove alcuni quartieri accumulano investimenti, valorizzazione immobiliare e opportunità, mentre altri continuano ad accumulare vulnerabilità sociali. La fotografia statistica suggerisce inoltre che le emergenze più rilevanti non coincidono con i temi che polarizzano il dibattito pubblico. Più che il traffico, il decoro o la sicurezza percepita, i dati evidenziano fenomeni come la solitudine, la precarietà, la povertà educativa e l’invecchiamento senza adeguate reti di supporto.
In questo senso, l’analisi non introduce necessariamente elementi inediti ma mette nero su bianco ciò che la retorica della “città modello” tende spesso a relegare sullo sfondo: l’esistenza di una Bologna divisa, nella quale gli effetti di oltre vent’anni di sviluppo urbano orientato alla valorizzazione immobiliare e alla rendita non si distribuiscono esattamente in modo uniforme. La domanda finale è semplice: quale delle due città stiamo osservando o vivendo? Quella celebrata nei racconti della competitività urbana oppure quella che emerge dalle mappe del disagio socio-economico? L’analisi dell’ISTAT non risponde a questa domanda ma rende molto più difficile eluderla.