La città

Bologna

la pentola a pressione

di Antìgene

La domanda che sfugge è: perché a Bologna gli scontri sembrano diventare sempre più prevedibili? Su questa domanda il dibattito pubblico è inesistente. Nel giro di quarantotto ore la discussione si è trasformata nell’ennesimo derby: polizia contro manifestanti, governo contro opposizione, ordine contro disordine. Ognuno ha trovato il proprio fotogramma preferito. Chi le bottiglie. Chi i lacrimogeni. Chi Fakir. Chi gli agenti feriti. Tutti elementi reali, ma nessuno sufficiente a spiegare cosa sia successo. L’orribile morte di Abderrahim Fakir ha prodotto un’enorme domanda di verità. Migliaia di persone sono scese in piazza per questo. Poi gli scontri e come al solito la cronaca si è fermata lì. Ma proviamo a spostare lo sguardo qualche metro più indietro.

Una città progettata per l’attrito

Da anni Bologna affronta ogni conflitto come un problema di ordine pubblico. Emergenza abitativa? Ordine pubblico. Contestazione ambientale? Ordine pubblico. Manifestazioni contro la guerra? Ordine pubblico. Disagio sociale? Ordine pubblico. Quartieri attraversati da profonde fragilità? Zone Rosse. Mentre gli spazi pubblici continuano a ridursi e finire nel gioco della cooptazione dove il requisito per l’assegnazione è l’appartenenza e la fedeltà e non la competenza. Quando ogni conflitto viene tradotto in una questione di sicurezza, rimane soltanto la gestione delle conseguenze.

Una città sempre meno attraversabile

Esiste poi un elemento quasi completamente assente nel racconto mediatico. Bologna oggi è una città profondamente trasformata. Il centro storico è attraversato da restringimenti, deviazioni, transenne, piazze riconfigurate e percorsi obbligati. Piazza Roosevelt, dove si sono concentrati gli scontri, si trova a ridosso della Questura, in uno spazio che offre pochissimi margini di decompressione. Ignorare come lo spazio urbano condizioni le dinamiche collettive significa rinunciare a comprendere ciò che accade. L’urbanistica non è uno sfondo. È parte dell’evento.

La liturgia narrativa dello scontro

Dopo ogni scontro si apre sempre lo stesso dibattito: Servivano più agenti? Servivano meno agenti? Servivano più manganelli? Servivano meno lacrimogeni? Quasi nessuno si chiede invece se quello scontro fosse evitabile molto prima. Era opportuno concentrare migliaia di persone in quel punto? Esistevano percorsi alternativi? Esistevano interlocuzioni preventive con tutte le componenti della protesta? Esistevano spazi urbani capaci di assorbire una manifestazione di quelle dimensioni senza trasformarla in un imbuto? La prevenzione diventa la grande assente del dibattito.

Il paradosso bolognese

Bologna continua a raccontarsi come capitale della partecipazione. Eppure, proprio mentre moltiplica tavoli, consulte e processi partecipativi, aumentano i conflitti che finiscono direttamente nelle mani delle forze dell’ordine. Non è necessariamente un caso. Quando gli spazi di conflitto politico si restringono, il conflitto non scompare. Cambia solo forma e linguaggio.

Le domande che mancano

Le immagini degli scontri sono destinate a occupare le prime pagine. Ma una città democratica dovrebbe riuscire a discutere anche di ciò che avviene prima della prima bottiglia lanciata e prima del primo lacrimogeno. Perché una manifestazione annunciata è arrivata a quel punto? Quali decisioni urbanistiche, organizzative e politiche hanno contribuito a creare le condizioni dell’escalation? Perché l’amministrazione della città sembra ormai incapace di gestire un conflitto senza trasformarlo in un problema di ordine pubblico? Sono domande più scomode. Ed è forse proprio per questo che quasi nessuno le pone. Continueremo a farlo.