Giovani a Bologna: programmi per loro o per gli adulti?
A Bologna, città famosa per le sue università e il fermento culturale, i giovani sembrano spesso lasciati in secondo piano quando si tratta di progettare la loro vita quotidiana. Dalle biblioteche ai centri sportivi, dagli spazi ricreativi ai festival, la gestione delle attività rivolte alle nuove generazioni è quasi sempre in mano agli adulti: assessori, dirigenti, enti e associazioni. Il risultato è un’agenda di iniziative che, più che rispondere ai bisogni reali dei ragazzi, rispecchia logiche consociative e interessi istituzionali.
L’impressione è che le attività siano pensate per soddisfare criteri di rappresentanza, consenso o finanziamenti piuttosto che per creare spazi di espressione autentica. Laboratori, corsi e progetti spesso replicano modelli vecchi, imposti dall’alto, senza un reale ascolto delle nuove generazioni. I giovani bolognesi, così, diventano fruitori passivi di proposte calibrate sugli interessi degli adulti: un meccanismo di inclusione apparente che rischia di annullare la loro capacità di auto-organizzarsi e incidere sulla città.
Una riflessione più ampia richiede di guardare alla storia recente. Negli anni ’70 e ’80 Bologna era teatro di un vivace protagonismo giovanile: dai collettivi universitari agli spazi autogestiti, le nuove generazioni erano capaci di costruire comunità e di incidere sulla città. La partecipazione era spesso conflittuale, ma aveva un impatto concreto su luoghi, politiche culturali e sociali. Negli anni ’90 e 2000, con la crescente burocratizzazione e la professionalizzazione dei servizi culturali, il protagonismo giovanile si è progressivamente ridotto a ruoli più controllati e mediati da adulti, con spazi e iniziative sempre più progettati “per” i giovani e non “con” i giovani.
Oggi, in una città dove la partecipazione è spesso sinonimo di “partecipazione controllata”, le differenze tra generazioni emergono con chiarezza. I ragazzi di oggi vivono in un contesto digitale, con spazi urbani ridotti e un mercato culturale sempre più centralizzato, ma le istituzioni continuano a offrire programmi modellati sul passato, senza aggiornare gli strumenti di ascolto e coinvolgimento. La distanza tra ciò che i giovani chiedono e ciò che ricevono sembra crescere, mentre la narrativa ufficiale celebra partecipazione e innovazione che spesso restano slogan.
Bologna rischia di perdere l’opportunità di rigenerare il tessuto giovanile proprio perché le scelte sulle attività per ragazzi sono decise altrove. Riconnettere le generazioni richiederebbe spazi reali di partecipazione, processi decisionali condivisi e progetti co-costruiti. Non basta inserire un laboratorio o un festival nel programma annuale: servono percorsi capaci di mettere i giovani al centro, come protagonisti attivi della città e non come destinatari passivi di iniziative pensate da altri.
Negli ultimi anni, un’altra questione ha evidenziato il distacco tra le politiche giovanili e la realtà vissuta dai ragazzi: la violenza tra giovani. A Bologna, come in molte altre città italiane, crescono i casi di aggressioni nei luoghi di ritrovo, nelle scuole e persino nelle piazze. Molti esperti sottolineano che questi episodi non sono semplicemente il frutto di comportamenti “devianti”, ma emergono in contesti di scarsa integrazione sociale, mancanza di spazi sicuri e opportunità reali di partecipazione. La città offre programmi e laboratori, ma raramente affronta le cause profonde della conflittualità giovanile: isolamento, esclusione, difficoltà economiche e difficoltà di relazione con le istituzioni. Senza un vero ascolto e una progettazione partecipata, la gestione della violenza resta reattiva, centrata su repressione e controlli, più che su prevenzione e supporto, e finisce per alimentare ulteriormente la distanza tra giovani e istituzioni. La storia insegna che quando i giovani hanno la possibilità di organizzarsi, di avere voce e autonomia, la città cambia davvero. Ignorarli significa consolidare un modello di gestione adulto-centrico, che rischia di sbiadire la vitalità e l’innovazione generazionale. Bologna, città di cultura e innovazione, è chiamata a ripensare il proprio rapporto con le nuove generazioni, se vuole continuare a essere un luogo dove crescere e partecipare davvero.