Gli ecosistemi

La rigenerazione spontanea del Bosco Ospizio

quando un bosco spontaneo diventa un ostacolo da rimuovere

di Antìgene

BOSCO OSPIZIO

A Reggio Emilia un ecosistema spontaneo nato sulle rovine di un’area dismessa è diventato il campo di battaglia tra due idee di città. Da una parte un progetto di rigenerazione urbana con supermercato, servizi e nuove piantumazioni. Dall’altra cittadini che chiedono di lasciare in piedi il bosco che già esiste.

C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questa storia. Un’area abbandonata. La natura che torna a occupare lo spazio. Gli alberi che crescono senza un progetto. Gli animali che ritrovano il loro habitat. Un ecosistema che si forma lentamente, senza inaugurazioni, conferenze stampa e rendering. Poi arriva la città. E improvvisamente quel bosco diventa una area da rigenerare.

Il Bosco Ospizio si trova a Reggio Emilia, nell’area dell’ex casa di riposo di Ospizio, lungo la via Emilia. L’area, circa 45.000 metri quadrati, apparteneva in origine all’USL (Unità Sanitaria Locale) e ospitava una vecchia casa di riposo per anziani. Dopo la demolizione della struttura, l’area fu venduta a privati e in seguito acquistata da Conad Centro Nord nel 2015 attraverso un’asta pubblica. Nel frattempo la vegetazione aveva riconquistato progressivamente gli spazi dell’ex complesso, formando un’area boschiva spontanea con alberi maturi, arbusti, zone umide e biodiversità. Ed è qui che comincia la storia.

LA NATURA AVEVA FATTO IL SUO PROGETTO

Il problema del Bosco Ospizio, in fondo, è che nessuno lo aveva progettato. Non c’era un architetto. Non c’era un masterplan. Non c’era un rendering con persone sorridenti che passeggiano sotto alberi appena piantati. C’erano invece alberi cresciuti nel tempo.

Secondo le informazioni diffuse dall’Assemblea Permanente e riportate dalla stampa, nell’area sono presenti centinaia di alberi maturi e un ecosistema sviluppatosi spontaneamente negli anni. Per i sostenitori della salvaguardia del bosco, il valore dell’area non può essere misurato semplicemente contando gli alberi che verranno abbattuti e quelli che verranno successivamente piantati.

È una differenza fondamentale. Perché un albero di quarant’anni e un alberello appena piantato sono entrambi alberi soltanto se li guardiamo con un foglio Excel.

Dal punto di vista ecologico, invece, non sono la stessa cosa.

Un bosco maturo produce ombra, assorbe acqua, accumula carbonio, ospita organismi, crea microclimi e costruisce nel tempo una rete biologica che non può essere trasferita semplicemente da una parte all’altra della città.

LA RIGENERAZIONE ARRIVA CON IL SUPERMERCATO

Il progetto PRU-IP6 Ospizio prevede un intervento articolato: un nuovo punto vendita Conad, strutture destinate a terziario e servizi pubblici, tra cui biblioteca, Polo territoriale e Casa della Comunità, oltre alle opere di urbanizzazione. L’area interessata dal progetto è di circa 45.000 metri quadrati.

Ed è proprio qui che il linguaggio diventa interessante.

Perché il progetto viene definito rigenerazione urbana. Una parola bellissima. Rigenerare significa riportare in vita qualcosa. Ma nel caso del Bosco Ospizio la domanda che pongono i cittadini è piuttosto semplice: cosa stiamo rigenerando?

Un’area morta? Un territorio degradato? Un luogo inutilizzato? Oppure un ecosistema che, nel frattempo, è tornato vivo?

L’Assemblea Permanente contesta proprio questa contraddizione: definire rigenerazione un intervento che comporta la cancellazione di una parte consistente dell’ecosistema spontaneo esistente.

IL NUMERO MAGICO DEGLI ALBERI

La risposta al problema ambientale è arrivata anche attraverso i numeri.

Nel nuovo progetto il Comune ha annunciato un aumento significativo delle alberature complessive: secondo quanto riportato dalla stampa, il piano prevede 1.572 nuovi alberi, insieme alla conservazione di una parte del verde esistente e ad altre misure ambientali. Il progetto è stato modificato rispetto alla versione precedente, con la salvaguardia di 56 alberi in più rispetto alle previsioni iniziali. Ed ecco comparire una delle formule più affascinanti dell’urbanistica contemporanea: se abbattiamo cento alberi e ne piantiamo mille, abbiamo migliorato il bosco.

Il problema è che un bosco non è una collezione di tronchi.

Le nuove piantumazioni non possono compensare nel breve e medio periodo le funzioni ecologiche degli alberi adulti: secondo il presidente dell’associazione, potrebbero servire 20-30 anni perché i nuovi esemplari raggiungano una biomassa capace di svolgere un lavoro ecosistemico comparabile.

Vent’anni. Trenta. Il tempo, curiosamente, è una delle poche cose che un progetto urbanistico non riesce a mettere in un rendering.

IL PRIMO BLOCCO

La protesta non è nata ieri.

Il 25 febbraio 2025 nove cittadini bloccarono i lavori preliminari di sfalcio nell’area. L’azione diede inizio a una serie di mobilitazioni dell’Assemblea Permanente Bosco Ospizio. I nove furono successivamente denunciati, secondo quanto riportato dalle cronache, per violenza privata, invasione aggravata e danneggiamento.

Nei mesi successivi ci furono altri blocchi dei lavori e interventi delle forze dell’ordine. Nell’aprile 2025, durante una nuova protesta, alcuni attivisti furono identificati dalla polizia.

La mobilitazione ha assunto progressivamente la forma di una assemblea permanente, con presidi, iniziative pubbliche, azioni di protesta, proposte alternative e campagne di sensibilizzazione.

Nel gennaio 2025 l’Assemblea aveva persino proposto un Piano B, chiedendo di collocare i servizi pubblici previsti dal progetto in un’altra area, evitando così di mettere in contrapposizione la necessità di nuovi servizi con la conservazione del bosco.

È forse questo il punto più interessante della vertenza. Non è necessariamente una battaglia contro la biblioteca. Non è una battaglia contro la Casa della Comunità. Non è una battaglia contro i servizi pubblici. È una domanda urbanistica: perché per costruire una cosa utile dobbiamo necessariamente distruggerne un’altra che è già utile?

IL PERMESSO È ARRIVATO

Il 13 febbraio 2026 il Comune di Reggio Emilia ha rilasciato i permessi di costruire relativi al progetto. Tre titoli edilizi: opere di urbanizzazione, struttura destinata a terziario e servizi, struttura commerciale Conad. Il sindaco Marco Massari ha presentato il progetto come un intervento migliorato anche sotto il profilo ambientale. I lavori erano indicati in partenza non prima di luglio. Per l’Assemblea, invece, il rilascio dei permessi ha segnato l’inizio di una nuova fase della mobilitazione. La posizione è netta: “Un bosco si difende finché c’è un albero in piedi”.

E ADESSO C’È IL PRESIDIO

È qui che la storia arriva al presente.

A luglio 2026 il progetto è entrato nella fase in cui il cantiere può concretamente partire. E la mobilitazione non si è esaurita con il rilascio dei permessi. Anzi. La vertenza continua attraverso il presidio e le iniziative dell’Assemblea Permanente Bosco Ospizio, mentre la cittadinanza continua a mobilitarsi contro l’abbattimento dell’area boschiva. Un articolo pubblicato il 27 luglio racconta proprio la prosecuzione della mobilitazione mentre incombe l’avvio del cantiere.

Il presidio ha quindi un significato che va oltre la singola area verde. È diventato una specie di ultimo punto interrogativo piantato nel terreno.

La domanda è:

se una città riconosce di avere bisogno di più verde, perché quando incontra del verde vero deve prima distruggerlo e poi ricostruirlo?

IL BOSCO COME INFRASTRUTTURA

Forse la questione più importante della vicenda Bosco Ospizio è proprio questa. Siamo abituati a considerare infrastrutture le strade, i parcheggi, gli edifici, le reti tecnologiche. Molto meno spesso consideriamo infrastrutture gli alberi. Eppure un bosco urbano svolge funzioni concrete.

Riduce il calore. Trattiene acqua. Filtra parte degli inquinanti. Offre habitat. Produce ombra. Accumula carbonio. Riduce il rumore. Costruisce biodiversità.

E soprattutto fa tutto questo senza chiedere un biglietto d’ingresso.

Un supermercato produce valore economico. Una biblioteca produce valore culturale. Una Casa della Comunità produce valore sociale. Un bosco produce contemporaneamente valore ambientale, climatico, sociale e sanitario. Il problema è che soltanto alcuni di questi valori finiscono facilmente dentro un bilancio economico.

Ed è qui che nasce la vera contraddizione.

LA CITTÀ CHE RIGENERA TUTTO TRANNE LA NATURA

La storia del Bosco Ospizio non riguarda soltanto Reggio Emilia. Riguarda un modello di trasformazione urbana che abbiamo imparato a riconoscere anche altrove. Prima si prende un’area. Poi si definisce il suo potenziale. Poi si produce un progetto. Poi si calcola quanta superficie può essere trasformata. Poi si costruisce. E alla fine si cerca di compensare ciò che è stato perso. È una curiosa forma di ecologia retroattiva: prima consumiamo il territorio, poi compensiamo il consumo.

Prima eliminiamo il bosco. Poi piantiamo gli alberi. Prima impermeabilizziamo. Poi promettiamo il verde. Prima cancelliamo un ecosistema. Poi calcoliamo quanti nuovi alberi serviranno per raccontare che non lo abbiamo cancellato davvero. Ma la natura non funziona con il principio del pareggio di bilancio.

IL PRESIDIO È ANCHE UNA DOMANDA

Per questo il presidio del Bosco Ospizio merita attenzione. Non perché ogni protesta abbia automaticamente ragione. Non perché ogni progetto edilizio sia automaticamente sbagliato. E nemmeno perché ogni albero debba diventare intoccabile. Ma perché qualcuno sta ponendo una domanda che la pianificazione urbana tende spesso a evitare: quanto vale ciò che esiste già?

Non quanto vale sul mercato. Non quanto vale come area edificabile. Non quanto costa sostituirlo.

Ma quanto vale prima di essere trasformato. Forse è questa la misura che manca. Perché una città può costruire una biblioteca. Può costruire un supermercato. Può costruire una Casa della Comunità. Può piantare mille alberi. Ma c’è una cosa che non può costruire in pochi anni: il tempo che un bosco ha impiegato per diventare un bosco. E mentre le ruspe aspettano il loro turno, al Bosco Ospizio rimane un presidio. Persone che stanno lì. Alberi che sono ancora lì. E una domanda che continua a non essere demolita. Forse il vero problema non è decidere se una città debba cambiare. È decidere se, per cambiare deve per forza cancellare ciò che aveva già imparato a vivere.

Intervista all’Assemblea Permanente Bosco Ospizio
Assemblea Bosco Ospizio

L’Assemblea Bosco Ospizio è un’organizzazione di tutela ambientale e un assemblea di permanente di associazioni e cittadini nata nel 2024 a difesa del Bosco Ospizio, un bosco urbano a rischio abbattimento lungo la via Emilia.

Partiamo dall’inizio: che cos’è oggi il Bosco Ospizio e come si è formato questo ecosistema spontaneo? Quali caratteristiche lo rendono, secondo voi, diverso da un semplice spazio verde abbandonato?
Il Bosco Ospizio è un ecosistema spontaneo formatosi in oltre 20 anni laddove l’intervento umano si è per lungo tempo fermato. Dopo la demolizione dell’ ex casa di riposo, la natura si è riappropriata di quest’area dell’ex quartiere San Lazzaro/Ospizio, creando una boscaglia matura e complessa, ricca di biodiversità animale e vegetale. Le vecchie fondamenta sono diventate la casa di un piccolo ecosistema acquatico. Possiamo parlare di un vero processo di riappropriazione della natura laddove l’accesso all’uomo è stato interdetto.
Perché non si può parlare di un “semplice spazio verde abbandonato”?
Chiamarlo “spazio verde abbandonato” è un’espressione retorica utilizzata da chi vuole svalutarne il valore ecologico e giustificare la colata di cemento. A differenza di un parco urbano artificiale, che richiede irrigazione costante, pesticidi e manutenzione, un bosco si autoregola e sopravvive senza risorse pubbliche. L’errata definizione ha fatto sì che in molti non ne riconoscessero la natura di vero “bosco”, come se uno spazio potesse essere considerato “verde” solo se funzionale all’uomo, utilizzabile, attraversato e anche addomesticato. Il processo di invisibilizzazione tentato da Conad con la pannellizzazione di tutto il perimetro è servito proprio a nascondere cosa fosse veramente. La nostra partecipazione all’edizione 2026 della Mostra di Fotografia Europea lo scorso maggio, intitolata Ostinato Radicare, voleva appunto portare a conoscenza, mostrare, recuperare almeno visivamente cosa stava succedendo dietro quella cortina di compensato. Il Bosco Ospizio è ora un ecosistema, cioè di un suolo permeabile che assorbe le piogge piovane intense, abbassa le temperature estive, limita l’effetto isola di calore e filtra le polveri sottili della Pianura Padana. Ed è un presidio di biodiversità, rifugio per fauna selvatica, insetti impollinatori e specie vegetali introvabili nei prati all’inglese: abbiamo trovato presenza di caprioli, di ricci, dell’assiolo.
Perché avete deciso di costituire un’Assemblea Permanente e di organizzare un presidio? Qual è stato il momento in cui avete capito che non sarebbe bastata una normale interlocuzione con le istituzioni?
Abbiamo costituito l’Assemblea Permanente per superare la logica della delega e creare uno spazio orizzontale, aperto a cittadine e cittadini, dove decidere collettivamente le forme di tutela del territorio. Abbiamo iniziato con visite all’area, e formazione multidisciplinare con esperti, perché volevamo davvero capire cosa stava per cambiare.
Abbiamo anche usato i mezzi stessi della democrazia partecipata creata dal Comune, un Consiglio Comunale Aperto su iniziativa popolare, ma ci siamo resi conto che erano svuotati dalla portata di cambiamento di cui invece si facevano portatori. Solo per esempio, la firma dei permessi a costruire è stata apposta due sere prima l’effettivo Consiglio Comunale Aperto: un modo per dirci e per dire “qui comandano altri poteri”.
Il momento della svolta è arrivato quando ci siamo resi conto che i cosiddetti “percorsi partecipativi” istituzionali erano puri formalismi: le decisioni urbanistiche fondamentali erano già state prese e approvate a porte chiuse. Quando sono apparse le prime recinzioni e le prime segnature sugli alberi, abbiamo capito che il tempo delle sole osservazioni scritte era finito e serviva una presenza fisica sul posto.
Qual è esattamente il progetto previsto per l’area? E quali sono, secondo voi, le principali conseguenze della sua realizzazione sul bosco e sul territorio circostante?
Il progetto previsto sull’area prevede la cementificazione di un’ampia porzione del bosco per la realizzazione di nuovi volumi edilizi per lo più commerciali ad opera di Conad Centro Nord: un ipermercato e altri fabbricati destinati a servizi socio-sanitari come la Casa della Comunità, una biblioteca di quartiere, parcheggi e viabilità accessoria. Va poi sottolineato che la Casa della Salute non è al momento nemmeno riportata nei permessi a costruire dei primi tre anni e non sono stati stanziati i fondi per la sua gestione nel bilancio dell’Ausl. Noi non siamo contro questi servizi, anzi, ma va detto che vi sono diverse alternative tra cui lo spazio del ex San Lazzaro già edificato e cementificato. I servizi sono stati l’alibi per giustificare il progetto: questi spazi poi saranno dati in affitto all’amministrazione pubblica, non certo donati!
Uno degli argomenti utilizzati a favore del progetto è che porterà nuovi alberi e nuovo verde. Perché, secondo voi, piantare nuovi alberi non può essere considerato una compensazione equivalente alla conservazione del bosco esistente?
La narrazione per cui “tagliamo un albero vecchio ma ne piantiamo due giovani” è stata più volte criticata in varia letteratura accademica e definita come forma di greenwashing. Il progetto è insostenibile per diversi motivi, per primo i tempi della natura: un alberello appena piantato impiega dai 30 ai 50 anni per raggiungere la capacità di assorbimento di CO2​, ombreggiamento e stoccaggio idrico, di un albero adulto maturo. Inoltre si perde un ecosistema in cui diverse specie reciprocamente si nutrono. Il suolo non è intercambiabile: un bosco spontaneo sviluppa una rete sotterranea (micorrize, microfauna, humus) formatasi in decenni. Scavare e cementificare distrugge il suolo stesso, non solo le piante in superficie. Esiste infine il tasso di mortalità che per i nuovi impianti artificiali è spesso elevatissimo a causa delle siccità estive, della mancanza di cure successive e dell’essere circondati dal cemento. E di non aver sufficiente spazio per apparato radicale.
Il progetto comprende anche servizi pubblici, come una biblioteca e la Casa della Comunità. Come si può difendere il bosco senza apparire contrari alla realizzazione di servizi di cui la città ha bisogno?
Non siamo assolutamente contrari alle Case della Comunità, alle biblioteche o ai servizi socio-sanitari. Riteniamo che la salute pubblica e la cultura siano fondamentali e lo siano per questo quartiere così delicato. Ma mettere in contrapposizione “progresso” e natura è una contraddizione in termini, sono infatti le categorie sociali più fragili quelle più direttamente colpite dal surriscaldamento globale e dalle bolle di calore estivo, chi in estate non si può muovere o non può permettersi la casa al mare o in montagna. Va anche detto che l’attività dell’Assemblea si è mossa per includere e contattare esperti indipendenti, soluzioni alternative e far riconoscere l’area come “bosco”. La salute dei cittadini passa anche dalla qualità dell’aria, dal verde profondo e dalla tutela del clima. Distruggere un bosco per costruire un centro di salute è una contraddizione logica e urbanistica.
Avete proposto alternative al progetto o una diversa localizzazione degli interventi? Se sì, quali sono le vostre proposte e perché ritenete che siano concretamente praticabili?
L’Assemblea ha sempre affiancato alla protesta proposte tecniche e concrete basate sulla politica del Consumo di Suolo Zero. Tra queste il riutilizzo dell’edificato esistente, Reggio Emilia e il quartiere Ospizio/San Lazzaro sono ricchi di immobili pubblici dismessi, capannoni inutilizzati ed ex strutture sanitarie che possono essere recuperate e rifunzionalizzate, e lo spostamento delle cubature come realizzare la Casa della Comunità e la biblioteca su aree già impermeabilizzate. Che in questa area ci si sia spinti troppo oltre con l’antropizzazione e cementificazione lo dimostra l’attenzione che la stessa Amministrazione Comunale riserva oggi ad attività di decementificazione, creazione di foreste urbane, sfalci ridotti, solo che queste azioni arrivano tardi, ad opere già ultimate o comunque con una traiettoria di reale efficacia sul lungo termine, mentre la crisi climatica è ORA.
Qual è stato il rapporto con il Comune di Reggio Emilia durante questa vicenda? Avete avuto la possibilità di incidere realmente sulle decisioni oppure avete avuto la sensazione che le scelte fondamentali fossero già state prese?
Il rapporto con l’Amministrazione Comunale è stato caratterizzato da un forte muro di gomma. Non c’è mai stata la volontà politica di mettere in discussione il progetto originario o di esplorare opzioni a consumo di suolo zero. Ci siamo trovati di fronte a un’Amministrazione che ha trattato la partecipazione cittadina come una formalità burocratica, vedasi il caso del Consiglio Comunale Aperto di cui abbiamo detto, confermando la sensazione che gli accordi coi soggetti attuatori e le decisioni strategiche fossero blindati fin dall’inizio. La Pubblica Amministrazione demanda al soggetto privato l’edificazione di supposti servizi alla comunità a margine dell’ennesimo ipermercato, e riesce poi a ignorare i tentativi partecipativi legittimi di quella stessa comunità: la nostra mozione popolare, sostenuta da 2.347 firme alla fine del 2024, è stata svuotata da una sola firma dell’Amministrazione apposta sul progetto pochi giorni prima del voto in quel Consiglio Comunale Aperto indetto proprio per poter ridiscutere quel progetto assieme. Prima il silenzio, poi l’atto compiuto, infine l’invito a un dialogo che ormai non può più cambiare niente. Già dopo la distruzione del Bosco di Baragalla, sempre ad opera di una Grande Distribuzione Organizzata, si prometteva che gli stessi errori non si sarebbero più ripetuti, che si sarebbe aperto un utile dialogo con gli attivisti, costruttori di sensibilità, poi depotenziati, disinnescati, nella modificazione della realtà. Per l’Amministrazione, un’ipotetica città del futuro da costruirsi assieme, a nome della quale dovremmo abbandonare ogni presidio e far entrare le ruspe, è sempre spostata oltre un progetto, sempre rimandata dopo un ulteriore bosco distrutto. Ma il prossimo non sarà il Bosco Ospizio.
Nel corso della mobilitazione ci sono stati blocchi dei lavori, denunce e interventi delle forze dell’ordine. Come avete vissuto questa escalation e quali sono i limiti che l’Assemblea si pone nelle proprie forme di protesta?
Per noi la disobbedienza civile nonviolenta è uno strumento legittimo di tutela di un Bene Comune che viene distrutto per sempre, iniziata con chi quasi un anno e mezzo fa si è seduto davanti alle ruspe e continuata con campagne di sensibilizzazione, boicottaggio, eventi di disseminazione scientifica.
Come l’abbiamo vissuta? Con preoccupazione per la criminalizzazione di chi difende l’ambiente, ma anche con la determinazione di chi sa di essere dalla parte della ragione climatica e scientifica. L’Assemblea si basa sulla nonviolenza verso le persone. Le nostre forme di azione diretta, corpi a protezione degli alberi, presidi permanenti, blocchi pacifici, puntano a fermare le macchine, non a cercare lo scontro.
Il presidio continua mentre l’intervento si avvicina alla fase di cantiere. Che cosa state cercando di ottenere concretamente oggi? Fermare il progetto, modificarlo, rinviarlo o aprire una nuova trattativa?
Oggi il presidio permanente è attivo e vive del contributo di tutt*, chi porta il proprio corpo per fermare le ruspe, chi si occupa di sensibilizzare, chi di organizzare eventi di cura e sostegno come la distribuzione di cibo per esempio. Potremmo dire che quello che cerchiamo di ottenere è per prima cosa bloccare i tagli e i cantieri imminenti e aprire uno spazio aperto, libero e continuo che veda la partecipazione della cittadinanza, di sensibilizzazione sulla storia dell’area ma anche di ascolto continuo delle esigenze di chi quegli spazi li abita. Ottenere poi il rilocalizzamento degli interventi edilizi su aree già antropizzate o da rigenerare. Non ultimo, tutelare, vincolandola, l’intera area del Bosco Ospizio come vero bosco.
C’è un aspetto della vostra protesta che secondo voi non è stato sufficientemente raccontato dai media o dal dibattito pubblico? Quale?
Diciamo che solo ultimamente siamo riusciti ad ottenere visibilità, dopo due anni di assemblea permanente, eventi, attività, richieste e petizioni. Cosa è stato ignorato? Soprattutto la ricchezza della comunità: Il presidio è diventato un laboratorio sociale aperto, un luogo di socialità intergenerazionale, formazione ecologica, laboratori per bambine e bambini e mutuo soccorso. Ed mancata la comunicazione del rigore scientifico: la nostra battaglia è supportata da perizie botaniche, ecologiche e urbanistiche redatte da esperti e docenti universitari. Siamo invece stati descritti come fanatici ambientalisti che “si sono svegliati tardi”.
Il Bosco Ospizio può diventare un caso emblematico di un problema più generale: una città può considerare un bosco spontaneo un’infrastruttura urbana con un valore proprio, oppure tende inevitabilmente a considerarlo una superficie disponibile per altri usi? Voi quale risposta avete trovato?

Questa vicenda risponde in modo chiaro alla domanda sulla visione della città del futuro. La visione istituzionale prevede “rigenerazione” e “verde” come arredo urbano: le aree verdi solo se antropizzate, con opere blande di mitigazione ma solo a lungo termine. La visione dell’Assemblea è invece quella di un bosco spontaneo come “Infrastruttura Climatica e Sociale Indispensabile” di importanza primaria: garantisce la sopravvivenza climatica dei quartieri e dimostra che la vera rigenerazione urbana significa proteggere ciò che la natura ha già ripristinato. La città di domani in un mondo che brucia è solo ed esclusivamente la città del presente, e solo così ci si prospetta un futuro. Il confronto, noi, lo abbiamo chiesto per due anni e mezzo di studi, dati, assemblee pubbliche, migliaia di firme, ricorsi. Mai una vera apertura, finché non ci siamo trovati a mettere i corpi davanti alle ruspe. Il tavolo lo abbiamo già aperto, ed è qui: è il presidio permanente, ogni mattina alle 6.30, ogni notte in tenda, ogni giorno immaginato insieme per costruire un vivere comunitario che metta in primo piano la cura e il benessere delle persone.
Quali saranno le prossime iniziative?
La mobilitazione non si ferma e si articola su più livelli: un presidio permanente h24 e il monitoraggio costante dell’area per impedire l’ingresso dei mezzi d’opera. Poi cortei e manifestazioni cittadine per coinvolgere la cittadinanza attiva e il mondo della scuola e dell’università. Ci sono anche azioni legali e ricorsi: verifiche su vincoli ambientali, regolarità delle procedure e impatto sulle specie protette. Stiamo creando una rete nazionale, una connessione con altre lotte territoriali contro il consumo di suolo e la devastazione ambientale in Italia, dalla difesa dei boschi urbani alle lotte contro le grandi opere inutili.