La rigenerazione spontanea del Bosco Ospizio
quando un bosco spontaneo diventa un ostacolo da rimuovere
BOSCO OSPIZIO
A Reggio Emilia un ecosistema spontaneo nato sulle rovine di un’area dismessa è diventato il campo di battaglia tra due idee di città. Da una parte un progetto di rigenerazione urbana con supermercato, servizi e nuove piantumazioni. Dall’altra cittadini che chiedono di lasciare in piedi il bosco che già esiste.
C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questa storia. Un’area abbandonata. La natura che torna a occupare lo spazio. Gli alberi che crescono senza un progetto. Gli animali che ritrovano il loro habitat. Un ecosistema che si forma lentamente, senza inaugurazioni, conferenze stampa e rendering. Poi arriva la città. E improvvisamente quel bosco diventa una area da rigenerare.
Il Bosco Ospizio si trova a Reggio Emilia, nell’area dell’ex casa di riposo di Ospizio, lungo la via Emilia. L’area, circa 45.000 metri quadrati, apparteneva in origine all’USL (Unità Sanitaria Locale) e ospitava una vecchia casa di riposo per anziani. Dopo la demolizione della struttura, l’area fu venduta a privati e in seguito acquistata da Conad Centro Nord nel 2015 attraverso un’asta pubblica. Nel frattempo la vegetazione aveva riconquistato progressivamente gli spazi dell’ex complesso, formando un’area boschiva spontanea con alberi maturi, arbusti, zone umide e biodiversità. Ed è qui che comincia la storia.
LA NATURA AVEVA FATTO IL SUO PROGETTO
Il problema del Bosco Ospizio, in fondo, è che nessuno lo aveva progettato. Non c’era un architetto. Non c’era un masterplan. Non c’era un rendering con persone sorridenti che passeggiano sotto alberi appena piantati. C’erano invece alberi cresciuti nel tempo.
Secondo le informazioni diffuse dall’Assemblea Permanente e riportate dalla stampa, nell’area sono presenti centinaia di alberi maturi e un ecosistema sviluppatosi spontaneamente negli anni. Per i sostenitori della salvaguardia del bosco, il valore dell’area non può essere misurato semplicemente contando gli alberi che verranno abbattuti e quelli che verranno successivamente piantati.
È una differenza fondamentale. Perché un albero di quarant’anni e un alberello appena piantato sono entrambi alberi soltanto se li guardiamo con un foglio Excel.
Dal punto di vista ecologico, invece, non sono la stessa cosa.
Un bosco maturo produce ombra, assorbe acqua, accumula carbonio, ospita organismi, crea microclimi e costruisce nel tempo una rete biologica che non può essere trasferita semplicemente da una parte all’altra della città.
LA RIGENERAZIONE ARRIVA CON IL SUPERMERCATO
Il progetto PRU-IP6 Ospizio prevede un intervento articolato: un nuovo punto vendita Conad, strutture destinate a terziario e servizi pubblici, tra cui biblioteca, Polo territoriale e Casa della Comunità, oltre alle opere di urbanizzazione. L’area interessata dal progetto è di circa 45.000 metri quadrati.
Ed è proprio qui che il linguaggio diventa interessante.
Perché il progetto viene definito rigenerazione urbana. Una parola bellissima. Rigenerare significa riportare in vita qualcosa. Ma nel caso del Bosco Ospizio la domanda che pongono i cittadini è piuttosto semplice: cosa stiamo rigenerando?
Un’area morta? Un territorio degradato? Un luogo inutilizzato? Oppure un ecosistema che, nel frattempo, è tornato vivo?
L’Assemblea Permanente contesta proprio questa contraddizione: definire rigenerazione un intervento che comporta la cancellazione di una parte consistente dell’ecosistema spontaneo esistente.
IL NUMERO MAGICO DEGLI ALBERI
La risposta al problema ambientale è arrivata anche attraverso i numeri.
Nel nuovo progetto il Comune ha annunciato un aumento significativo delle alberature complessive: secondo quanto riportato dalla stampa, il piano prevede 1.572 nuovi alberi, insieme alla conservazione di una parte del verde esistente e ad altre misure ambientali. Il progetto è stato modificato rispetto alla versione precedente, con la salvaguardia di 56 alberi in più rispetto alle previsioni iniziali. Ed ecco comparire una delle formule più affascinanti dell’urbanistica contemporanea: se abbattiamo cento alberi e ne piantiamo mille, abbiamo migliorato il bosco.
Il problema è che un bosco non è una collezione di tronchi.
Le nuove piantumazioni non possono compensare nel breve e medio periodo le funzioni ecologiche degli alberi adulti: secondo il presidente dell’associazione, potrebbero servire 20-30 anni perché i nuovi esemplari raggiungano una biomassa capace di svolgere un lavoro ecosistemico comparabile.
Vent’anni. Trenta. Il tempo, curiosamente, è una delle poche cose che un progetto urbanistico non riesce a mettere in un rendering.
IL PRIMO BLOCCO
La protesta non è nata ieri.
Il 25 febbraio 2025 nove cittadini bloccarono i lavori preliminari di sfalcio nell’area. L’azione diede inizio a una serie di mobilitazioni dell’Assemblea Permanente Bosco Ospizio. I nove furono successivamente denunciati, secondo quanto riportato dalle cronache, per violenza privata, invasione aggravata e danneggiamento.
Nei mesi successivi ci furono altri blocchi dei lavori e interventi delle forze dell’ordine. Nell’aprile 2025, durante una nuova protesta, alcuni attivisti furono identificati dalla polizia.
La mobilitazione ha assunto progressivamente la forma di una assemblea permanente, con presidi, iniziative pubbliche, azioni di protesta, proposte alternative e campagne di sensibilizzazione.
Nel gennaio 2025 l’Assemblea aveva persino proposto un Piano B, chiedendo di collocare i servizi pubblici previsti dal progetto in un’altra area, evitando così di mettere in contrapposizione la necessità di nuovi servizi con la conservazione del bosco.
È forse questo il punto più interessante della vertenza. Non è necessariamente una battaglia contro la biblioteca. Non è una battaglia contro la Casa della Comunità. Non è una battaglia contro i servizi pubblici. È una domanda urbanistica: perché per costruire una cosa utile dobbiamo necessariamente distruggerne un’altra che è già utile?
IL PERMESSO È ARRIVATO
Il 13 febbraio 2026 il Comune di Reggio Emilia ha rilasciato i permessi di costruire relativi al progetto. Tre titoli edilizi: opere di urbanizzazione, struttura destinata a terziario e servizi, struttura commerciale Conad. Il sindaco Marco Massari ha presentato il progetto come un intervento migliorato anche sotto il profilo ambientale. I lavori erano indicati in partenza non prima di luglio. Per l’Assemblea, invece, il rilascio dei permessi ha segnato l’inizio di una nuova fase della mobilitazione. La posizione è netta: “Un bosco si difende finché c’è un albero in piedi”.
E ADESSO C’È IL PRESIDIO
È qui che la storia arriva al presente.
A luglio 2026 il progetto è entrato nella fase in cui il cantiere può concretamente partire. E la mobilitazione non si è esaurita con il rilascio dei permessi. Anzi. La vertenza continua attraverso il presidio e le iniziative dell’Assemblea Permanente Bosco Ospizio, mentre la cittadinanza continua a mobilitarsi contro l’abbattimento dell’area boschiva. Un articolo pubblicato il 27 luglio racconta proprio la prosecuzione della mobilitazione mentre incombe l’avvio del cantiere.
Il presidio ha quindi un significato che va oltre la singola area verde. È diventato una specie di ultimo punto interrogativo piantato nel terreno.
La domanda è:
se una città riconosce di avere bisogno di più verde, perché quando incontra del verde vero deve prima distruggerlo e poi ricostruirlo?
IL BOSCO COME INFRASTRUTTURA
Forse la questione più importante della vicenda Bosco Ospizio è proprio questa. Siamo abituati a considerare infrastrutture le strade, i parcheggi, gli edifici, le reti tecnologiche. Molto meno spesso consideriamo infrastrutture gli alberi. Eppure un bosco urbano svolge funzioni concrete.
Riduce il calore. Trattiene acqua. Filtra parte degli inquinanti. Offre habitat. Produce ombra. Accumula carbonio. Riduce il rumore. Costruisce biodiversità.
E soprattutto fa tutto questo senza chiedere un biglietto d’ingresso.
Un supermercato produce valore economico. Una biblioteca produce valore culturale. Una Casa della Comunità produce valore sociale. Un bosco produce contemporaneamente valore ambientale, climatico, sociale e sanitario. Il problema è che soltanto alcuni di questi valori finiscono facilmente dentro un bilancio economico.
Ed è qui che nasce la vera contraddizione.
LA CITTÀ CHE RIGENERA TUTTO TRANNE LA NATURA
La storia del Bosco Ospizio non riguarda soltanto Reggio Emilia. Riguarda un modello di trasformazione urbana che abbiamo imparato a riconoscere anche altrove. Prima si prende un’area. Poi si definisce il suo potenziale. Poi si produce un progetto. Poi si calcola quanta superficie può essere trasformata. Poi si costruisce. E alla fine si cerca di compensare ciò che è stato perso. È una curiosa forma di ecologia retroattiva: prima consumiamo il territorio, poi compensiamo il consumo.
Prima eliminiamo il bosco. Poi piantiamo gli alberi. Prima impermeabilizziamo. Poi promettiamo il verde. Prima cancelliamo un ecosistema. Poi calcoliamo quanti nuovi alberi serviranno per raccontare che non lo abbiamo cancellato davvero. Ma la natura non funziona con il principio del pareggio di bilancio.
IL PRESIDIO È ANCHE UNA DOMANDA
Per questo il presidio del Bosco Ospizio merita attenzione. Non perché ogni protesta abbia automaticamente ragione. Non perché ogni progetto edilizio sia automaticamente sbagliato. E nemmeno perché ogni albero debba diventare intoccabile. Ma perché qualcuno sta ponendo una domanda che la pianificazione urbana tende spesso a evitare: quanto vale ciò che esiste già?
Non quanto vale sul mercato. Non quanto vale come area edificabile. Non quanto costa sostituirlo.
Ma quanto vale prima di essere trasformato. Forse è questa la misura che manca. Perché una città può costruire una biblioteca. Può costruire un supermercato. Può costruire una Casa della Comunità. Può piantare mille alberi. Ma c’è una cosa che non può costruire in pochi anni: il tempo che un bosco ha impiegato per diventare un bosco. E mentre le ruspe aspettano il loro turno, al Bosco Ospizio rimane un presidio. Persone che stanno lì. Alberi che sono ancora lì. E una domanda che continua a non essere demolita. Forse il vero problema non è decidere se una città debba cambiare. È decidere se, per cambiare deve per forza cancellare ciò che aveva già imparato a vivere.





L’Assemblea Bosco Ospizio è un’organizzazione di tutela ambientale e un assemblea di permanente di associazioni e cittadini nata nel 2024 a difesa del Bosco Ospizio, un bosco urbano a rischio abbattimento lungo la via Emilia.
Abbiamo anche usato i mezzi stessi della democrazia partecipata creata dal Comune, un Consiglio Comunale Aperto su iniziativa popolare, ma ci siamo resi conto che erano svuotati dalla portata di cambiamento di cui invece si facevano portatori. Solo per esempio, la firma dei permessi a costruire è stata apposta due sere prima l’effettivo Consiglio Comunale Aperto: un modo per dirci e per dire “qui comandano altri poteri”.
Il momento della svolta è arrivato quando ci siamo resi conto che i cosiddetti “percorsi partecipativi” istituzionali erano puri formalismi: le decisioni urbanistiche fondamentali erano già state prese e approvate a porte chiuse. Quando sono apparse le prime recinzioni e le prime segnature sugli alberi, abbiamo capito che il tempo delle sole osservazioni scritte era finito e serviva una presenza fisica sul posto.
Come l’abbiamo vissuta? Con preoccupazione per la criminalizzazione di chi difende l’ambiente, ma anche con la determinazione di chi sa di essere dalla parte della ragione climatica e scientifica. L’Assemblea si basa sulla nonviolenza verso le persone. Le nostre forme di azione diretta, corpi a protezione degli alberi, presidi permanenti, blocchi pacifici, puntano a fermare le macchine, non a cercare lo scontro.