La città

Grand Tour Italia, e il conto che arriva dopo.

E il Comune prova a non essere mai stato lì

di Antìgene

Adesso che i numeri sono diventati difficili da nascondere, comincia la fase più interessante della storia di FICO. Il nuovo nome è Grand Tour Italia, ma il copione non sembra cambiato: bilanci in rosso, previsioni disattese, riconversioni, nuovi progetti e nuove promesse. Il bilancio 2025 registra altri 6,2 milioni di euro di perdita, dopo i 4,8 milioni del 2024 e i 3 milioni del 2023. In tre anni il rosso supera i 14 milioni. Per sostenere la società, la famiglia Farinetti ha immesso 15,7 milioni tra il 2024 e il primo semestre 2026. Non è quindi corretto parlare, almeno formalmente, di fallimento o chiusura definitiva. Ma è difficile non parlare del fallimento di un modello imprenditoriale e politico. Ed è qui che comincia la parte che riguarda Bologna.

Il Comune non era alla cassa, era al tavolo

Oggi l’amministrazione sembra avere una certa fretta di scrollarsi di dosso Farinetti, come se Grand Tour Italia fosse una vicenda esclusivamente privata, nata e cresciuta dentro i bilanci della famiglia proprietaria. Non è mai stato così. Quando nasce FICO, il Comune non si limita a concedere un’autorizzazione. Il progetto viene costruito attraverso il sistema pubblico del CAAB, società a maggioranza comunale, mettendo a disposizione un patrimonio immobiliare che all’epoca veniva valutato intorno ai 50 milioni di euro. Nel 2013 Regione, Provincia, Comune e CAAB sottoscrivono inoltre un protocollo istituzionale per l’attuazione di FICO nell’ambito del polo funzionale del CAAB.

FICO nasce dunque dentro una strategia pubblica di sviluppo urbano ed economico, non come una normale iniziativa privata alla quale il Comune assiste dalla finestra. E questo cambia la domanda da porre oggi.

Se un imprenditore apre un ristorante e perde sei milioni, il problema riguarda principalmente lui. Se invece un’amministrazione mette a disposizione patrimonio pubblico, società partecipate, pianificazione, infrastrutture e consenso istituzionale per accompagnare una grande operazione privata, allora la domanda non può essere soltanto: quanto ci ha perso Farinetti? Deve essere anche: quanto è costata alla città questa scommessa?

La memoria selettiva

Quando FICO veniva presentato, il progetto era pubblico anche nel racconto politico. Era la grande vetrina dell’eccellenza alimentare italiana, un attrattore internazionale, una macchina turistica e un investimento strategico per Bologna. Oggi, quando i bilanci raccontano una storia molto diversa, sembra invece emergere una nuova distinzione: Farinetti è Farinetti e il Comune è il Comune. Amministrativamente comprensibile. Politicamente molto meno. Perché il Comune non ha soltanto accompagnato FICO: ha contribuito a costruire le condizioni perché FICO potesse esistere. E quando FICO è diventato Grand Tour Italia, la città è stata nuovamente chiamata a credere nel rilancio.

E perfino il tram doveva arrivare al CAAB

C’è poi un dettaglio che rende ancora più difficile raccontare oggi Grand Tour Italia come una vicenda esclusivamente privata: la Linea Rossa è stata progettata fino alla zona del CAAB, servendo il quadrante nel quale si trova FICO. Nei documenti del percorso partecipativo del Comune compare anche la richiesta di un «prolungamento linea fino a FICO». Nel 2025 Palazzo d’Accursio ha deciso di portare comunque avanti i 2,3 chilometri fino al CAAB, con un investimento di 39 milioni di euro di risorse statali.

Non significa che il tram sia stato costruito per Farinetti: sarebbe una semplificazione scorretta. La Linea Rossa risponde a una strategia di mobilità più ampia e serve un intero quadrante della città. Ma è altrettanto difficile sostenere che FICO non abbia avuto alcun peso nella strategia infrastrutturale sviluppata attorno a quell’area.

E il cerchio si chiude quando oggi l’amministratore delegato di Grand Tour Italia indica proprio la mancanza del tram e dello stadio temporaneo tra i fattori che rendono la situazione «sempre più complicata». Per anni il progetto ha beneficiato di una grande cornice pubblica: patrimonio, pianificazione, infrastrutture e aspettative di sviluppo. Oggi, quando Grand Tour Italia accumula perdite, sembra invece diventare improvvisamente un problema privato.

E adesso arriva il conto politico

La sequenza è ormai difficile da ignorare. FICO viene presentato come una rivoluzione. Non funziona. Viene riconvertito in Grand Tour Italia. Si cercano nuovi investimenti e nuovi partner. Si invoca il tram. Si immagina lo stadio temporaneo. Si cambia ancora il format. E quando anche questa versione comincia a scricchiolare, il Comune rischia di poter dire: adesso è un problema di Farinetti. No.

Il problema finanziario immediato è certamente di Farinetti. Ma la vicenda politica è anche della città. Perché il punto non è stabilire se Farinetti sia un bravo o un cattivo imprenditore. Ha investito personalmente milioni nell’ultimo tentativo di rilancio. Sono soldi privati e il rischio d’impresa resta suo. Il punto è un altro: perché il rischio privato è stato accompagnato così a lungo da un sistema pubblico che oggi sembra voler prendere le distanze proprio quando arrivano le conseguenze?

E la questione immobiliare resta sullo sfondo

C’è infine un’altra domanda che non dovrebbe essere rimossa. L’infrastruttura di FICO è inserita nel Fondo PAI, gestito da Prelios SGR, con circa 100 milioni di euro investiti nell’operazione. Quando già si discuteva del futuro di FICO, il presidente di CAAB aveva posto una domanda semplice: cosa sarebbe successo a quell’enorme investimento se Grand Tour Italia non avesse funzionato?

Su questo era intervenuta anche Report, sollevando l’ipotesi di un possibile sviluppo immobiliare dell’area. Il Comune aveva respinto l’idea di una nuova operazione speculativa e aveva sostenuto che non esistesse una variante urbanistica finalizzata a quel progetto.

Bene. Ma allora la domanda resta: se l’operazione immobiliare non è la soluzione, quale sarà la destinazione futura di questo enorme patrimonio costruito attorno a FICO?

Perché la città non può continuare indefinitamente a produrre nuove versioni dello stesso progetto.

FICO era la rivoluzione. Grand Tour Italia doveva essere il rilancio. Ora si parla di riduzione degli spazi, divertimento, go-kart, parco avventura, paintball e sale giochi. Più che una visione strategica, comincia ad assomigliare a una lunga ricerca di una formula che finalmente funzioni.

Il problema non è Farinetti. È il metodo

La vicenda FICO racconta qualcosa che va oltre Oscar Farinetti. Racconta un modello nel quale il pubblico individua un grande nome privato, costruisce attorno al progetto una cornice istituzionale, mette a disposizione patrimonio e strumenti pubblici, lo inserisce nella narrazione dello sviluppo della città e poi, quando il progetto non funziona, rischia di considerarlo improvvisamente un fatto altrui. Ma il pubblico non può essere presente soltanto quando bisogna inaugurare. Deve esserlo anche quando bisogna rendicontare. Quanto patrimonio pubblico è stato messo a disposizione? Quanto è costato a CAAB? Quali risorse sono state investite direttamente o indirettamente dalle società partecipate? Quali infrastrutture sono state realizzate o programmate anche in relazione a quell’operazione? Quali previsioni si sono rivelate sbagliate?

E soprattutto: chi ha beneficiato e chi ha pagato quando quelle previsioni si sono rivelate sbagliate? Questa sarebbe una vera operazione di trasparenza. Molto più seria dell’ennesima inaugurazione con il nastro. Perché se oggi Grand Tour Italia perde milioni, il conto finanziario immediato appartiene alla famiglia Farinetti. Ma la storia di FICO appartiene anche a Bologna.

E prima di chiudere il capitolo con un elegante «sono affari privati», sarebbe il caso di aprire tutti i cassetti. Perché il vero fallimento di FICO non sarebbe soltanto aver perso milioni. Sarebbe averli persi senza che nessuno abbia ancora spiegato con precisione quanto è costata questa grande scommessa alla città che l’ha resa possibile.