La città

Dove vanno i soldi spesi dal tuo Comune?

Fino a poco tempo fa, per sapere quanto spende il proprio Comune bisognava frugare in decine di portali diversi, scaricare file che pochi sanno aprire, mettere in fila i numeri a mano.

Oggi basta un sito. Si scrive il nome della città e compare quanto è stato pagato, per cosa, con accanto la fonte ufficiale. Da gennaio ad agosto i Comuni italiani hanno pagato 72,94 miliardi di euro, poco più di milleduecento a testa. L’informazione è lì, con la data e il portale da cui arriva.

Il sito si chiama “Dove vanno i nostri soldi?“. È stato realizzato da due sviluppatori indipendenti, Francesco Giannicola e Domenico Gagliardi che, in nome della trasparenza, hanno deciso di lasciare il codice aperto.

La piattaforma non produce numeri ex novo ma raccoglie quelli che le amministrazioni già pubblicano e che di solito restano sparsi e poco raggiungibili e leggibili.

Sono gli Open Data, i dati pubblici aperti: informazioni che appartengono a tutti e che chiunque può riusare, a patto di citare la fonte. La cassa dei Comuni, i pagamenti dei ministeri, i contratti d’appalto, le pensioni di invalidità, i redditi dichiarati, i fondi europei e del Pnrr. Tutto ricomposto per rispondere a una domanda sola.

Dove vanno i soldi?

Dei 72,94 miliardi, poco più della metà, il 55,6 per cento, se ne va in spesa corrente, cioè nel funzionamento di ogni giorno: stipendi, servizi, manutenzioni. Quasi un quarto, il 23 per cento, in opere.

Il sito insegna anche a diffidare delle medie. In cima alla classifica della spesa per abitante non ci sono le grandi città, ma paesi minuscoli. Calascio, nell’Aquilano, centoventicinque abitanti, oltre settantacinquemila euro a testa. Dove i residenti sono così pochi, basta una sola opera per far salire la media alle stelle.

C’è poi un secondo avvertimento, sempre degli autori. Il totale di ogni Comune somma i pagamenti dell’ente che ha lì la propria sede, non tutta la spesa pubblica nel territorio. E la spesa per abitante si calcola sui residenti, senza contare turisti e pendolari: in una località che d’estate si riempie, la cifra a testa sembra più alta di quanto sia.

Per questo il confronto più solido è quello fra regioni, dove questi effetti si diluiscono. La Valle d’Aosta paga 2.177 euro per abitante, il Trentino-Alto Adige 1.978, la Calabria 1.688.

Qui sta il valore di strumenti come questo. Prima non esistevano. Oggi esistono perché lo Stato ha aperto i suoi archivi, e perché qualcuno si è preso la briga di metterli in ordine. Servono al cittadino che vuole capire, e servono, o dovrebbero servire, a chi fa informazione.

Un cronista che sente un amministratore parlare di un record di investimenti non è più costretto a ricopiare il comunicato. Apre il sito, cerca la voce, guarda se quel numero cresce davvero o cala, e verifica prima di scrivere. È la differenza tra copiare e incollare e leggere e controllare.

La piattaforma si collega a un altro strumento, il Cruscotto Italia, costruito dentro l’AgID, Agenzia per l’Italia Digitale, da Francesco Piersoft Paolicelli, che tiene i conti di ogni singolo Comune. I due siti dialogano attraverso un ponte tecnico, lo standard chiamato MCP, che permette anche a un programma, o a un assistente artificiale, di leggere quei dati e passare dall’uno all’altro.

Il valore si tocca con un esempio. Dallo stesso totale nazionale si scende fino al singolo Comune, e si possono mettere fianco a fianco città lontane ma della stessa taglia.

Prendiamo tre centri attorno ai 97mila abitanti, uno al Sud, uno al Centro, uno al Nord. Da gennaio ad agosto Andria, in Puglia, ha pagato 827 euro per abitante; Arezzo, in Toscana, 1.003; Udine, in Friuli, 1.729. Stessa popolazione, importi diversi.

Non è una classifica di buoni e cattivi, è un punto di partenza. Sono pagamenti di cassa contati fino ad agosto. Un Comune che ha già saldato una grossa fattura appare più in alto di uno che la pagherà in autunno, e questo a metà anno pesa più delle differenze reali.

La cifra si vede subito; capire da dove nasce vuol dire aprire le voci e guardare cosa è stato pagato. Un confronto così, prima, richiedeva giorni di lavoro. Ora è una schermata.

Uno strumento come questo va maneggiato con approccio critico, come suggeriscono gli stessi autori. Un dato che salta all’occhio serve a capire dove guardare meglio, non a dare giudizi affrettati.

Una spesa molto più alta della media, un fornitore che ricorre spesso, un appalto fuori misura sono informazioni da verificare, non risposte. Il controllo vero spetta agli enti preposti e al lavoro di chi fa inchiesta. Lo strumento mostra dove cercare; il resto è mestiere.

Aprire la pagina, scrivere il nome del proprio Comune, leggere quanto ha speso e per cosa, con la fonte a un clic. Per anni quei numeri ci sono stati ma restavano fuori portata, e sui giornali arrivavano filtrati dai comunicati di chi li aveva prodotti.

Oggi la trasparenza della politica passa dagli open data e da piattaforme come queste. Altrove si chiama accountability, cioè il dover rendere conto agli elettori del proprio operato.

Pino Bruno giovedì 27 agosto 2026

Intervista a Domenico Gagliardi e Francesco Giannicola
Francesco Giannicola

ha 20 anni e studia Informatica e Intelligenza Artificiale. Si occupa di sviluppo software e open source e, negli ultimi anni, ha lavorato a diversi progetti in ambiti differenti. Con Domenico Gagliardi è contributor e co-founder del sito opendata DoveVannoINostriSoldi.

Domenico Gagliardi

è un imprenditore e investitore. Si occupa di costruzione e crescita di aziende e prodotti digitali, con un focus su operations and growth. Negli ultimi anni ha co-fondato e fatto crescere diverse realtà nel settore dell’AI, tra cui Softgen AI, poi venduta. Attualmente è contributor e launcher di DoveVannoINostriSoldi con Francesco Giannicola, e fondatore di Italian Builders.

Da dove nasce l’idea di “Dove vanno i nostri soldi?” Quale problema concreto volevate risolvere?
Circa una settimana fa mi è arrivato questo tweet: https://x.com/brivael/status/2089674117767147646. In Francia qualcuno aveva messo online una piattaforma per leggere la spesa pubblica senza dover essere un addetto ai lavori. Il problema non era “i dati non esistono”. Esistono, sono pubblici, e in teoria chiunque può recuperarli. Il punto è che stanno sparsi su decine di portali diversi, con formati, periodi e definizioni che non si parlano. Se vuoi capire dove vanno i soldi di un Comune, oggi devi già sapere dove cercare. Noi abbiamo messo quelle fonti nello stesso posto, con fonte e data attaccate a ogni numero. Abbiamo deciso di farne una versione italiana, e la prima è andata online in 24 ore.
Avete reso leggibili dati che già esistevano. Qual è stata la difficoltà maggiore: recuperarli, uniformarli o renderli comprensibili?
Le tre cose sono tutte difficili. Recuperarli è un lavoro sporco: file, snapshot, identificativi che non coincidono. Uniformarli è il rischio vero, perché se mescoli cassa, competenza e fondi europei ottieni un numero che sembra pulito e invece è sbagliato.

La difficoltà che resta, e che sentiamo tutti i giorni, è la terza. Rendere quei numeri leggibili a chi non fa questo di mestiere. I dati sono tantissimi, e c’è un corto circuito: per rendere interessante una pagina ti servono più fonti, ma ogni fonte in più aggiunge anche confusione. La spesa pubblica, da sola, non è fatta per essere capita in tre minuti. Quello resta il lavoro.
Quanto è realmente completa la fotografia della spesa di un Comune che emerge dalla vostra piattaforma? Quali sono i principali dati che ancora mancano?
È una fotografia utile.
Su una scheda comunale oggi vedi soprattutto i pagamenti di cassa SIOPE, spezzati nei titoli di primo livello (funzionamento, investimenti, debiti, partite di giro, e così via), il pro capite, il confronto con Comuni simili, l’andamento su più anni, l’IRPEF MEF dove le celle non sono oscurate, OpenCivitas 2022 (spesa storica contro spesa standard, solo Regioni a statuto ordinario) e i progetti PNRR asili e prima infanzia, con CUP e finanziamento, non con i pagamenti ReGiS.
Manca ancora parecchio, e conviene dirlo. Non scendiamo nelle sottocategorie SIOPE. Non c’è una ricerca live ANAC per CIG o fornitore di quel Comune: lo snapshot 2025 è nazionale e aggregato. Non c’è tutto il PNRR. Non sommiamo SIOPE, IRPEF, CPT, costi previsti e debito, perché sono contabilità diverse. Non entra la sanità, che non è spesa comunale. Non entra, in modo pulito, quello che passa da società partecipate o da altri enti. Se l’anno è in corso, i pagamenti sono parziali: va letto così.
Qual è, secondo voi, il primo dato che un cittadino dovrebbe guardare quando cerca il proprio Comune?
Prima di qualsiasi classifica, se l’anno è completo o no. Un totale 2026 confrontato con un 2024 chiuso è già un errore.
Poi guarderei per cosa ha pagato, non solo quanto. Titolo 1 e Titolo 2 dicono cose diverse: uno è il funzionamento quotidiano, l’altro è sugli investimenti. Un Comune che “spende tanto” perché sta costruendo una scuola non è la stessa storia di uno che ha i costi correnti fuori scala rispetto ai pari.
Il pro capite arriva dopo, e solo contro Comuni davvero simili. Il numero isolato, da solo, non dice quasi niente.
La spesa pro capite è molto intuitiva, ma può essere fuorviante. Quali sono gli errori più frequenti nell’interpretazione dei dati?
Prendere un Comune turistico, di montagna o capoluogo e confrontarlo con il vicino di pianura. I residenti ISTAT non sono le persone che usano i servizi.
Confrontare un anno parziale con un anno chiuso. Trattare un investimento una tantum come se fosse la spesa di ogni anno. Sommare IRPEF e pagamenti e chiamare il risultato “saldo del Comune”. Usare OpenCivitas, che è il 2022 e solo statuto ordinario, come se fosse il bilancio di quest’anno. Leggere “sopra la mediana” come “spreco”.
Il pro capite serve a non restare schiacciati dal totale.
Quando una spesa molto superiore alla media diventa un campanello d’allarme? È possibile individuare automaticamente anomalie o pattern ricorrenti?
Sopra la media, da sola, no. Diventa un motivo per approfondire quando lo scostamento resiste al confronto con i pari, non si spiega con un investimento visibile, e lo ritrovi andando alla fonte.
In automatico facciamo già uno screening: su OpenCivitas segniamo i Comuni la cui differenza per abitante tra spesa storica e spesa standard sta fuori da una soglia regionale. In “Cosa controllare” ci sono anche concentrazioni vicine alle soglie di gara, a livello nazionale. Sono segnali
Se qualcuno vuole un bottone “trova gli sprechi del mio Comune”, oggi non ce l’abbiamo.
È possibile utilizzare la piattaforma per individuare fornitori che ricevono pagamenti molto frequenti o importi particolarmente elevati da uno stesso Comune?
Dalla scheda del Comune, oggi, no. Non c’è la classifica “i primi fornitori di questo ente” con pagamenti frequenti o importi alti.
ANAC lo teniamo come snapshot mensile verificato, non come ricerca live per CIG o ragione sociale. Nel catalogo dati ci sono pezzi di affidamenti e aggiudicatari, ma il join che servirebbe per dire “questo Comune ha dato il 60% a un solo operatore, nel periodo X” non è ancora una vista pubblica per ente. È una cosa che vogliamo fare, con copertura dichiarata.
Quanto è possibile scendere dal dato aggregato fino alla singola spesa, al singolo affidamento o al singolo fornitore, e ricostruire la storia di un progetto?
A metà strada, e a seconda della fonte.
SIOPE ti porta al titolo contabile, non alla fattura. Sul PNRR asili arrivi al CUP, al titolo del progetto, allo stato di avanzamento e al finanziamento noto: non al pagamento ReGiS e non a tutta la filiera. Qualche affidamento lo vedi nel catalogo integrato. Ricostruire “questo cantiere, da delibera a saldo, con ogni fornitore” interamente da qui, no. Per quello restano BDNCP, OpenBDAP, il sito del Comune.
Qual è la differenza tra trasparenza e accountability? Pubblicare i dati significa davvero rendere conto ai cittadini?
No. Trasparenza è rendere visibile un fatto pubblico, con fonte e data. Accountability è qualcuno che deve rispondere di quel fatto, con un mandato, un contraddittorio e, se serve, una conseguenza.
Mettere online un CSV o una dashboard non è rendere conto. Aiuta chi vuole controllare, e toglie l’alibi “i dati non si trovano”. Poi serve un giornalista, un consigliere di opposizione, un cittadino, un giudice contabile. Il dato da solo non fa il processo, e noi non vogliamo sostituirlo.
Un amministratore potrebbe obiettare che un dato isolato può essere facilmente strumentalizzato politicamente. Come si dovrebbe evitare questo rischio?
Non si evita del tutto. Si riduce il danno.
Il numero deve arrivare con periodo, fonte, perimetro e, se c’è un confronto, con chi stai confrontando. Non si mischiano contabilità. Non si fanno classifiche da un indicatore solo. Non si scrive “spreco” o “corruzione” se la fonte non dice quella cosa.
Chi vuole strumentalizzare lo farà lo stesso. La differenza è se gli lasci un numero nudo o se gli lasci anche il caveat attaccato. Noi stiamo dalla seconda parte. Se un amministratore ha una correzione o una fonte più aggiornata, deve poterla segnalare.
Se foste giornalisti e doveste indagare sulla spesa di un Comune partendo esclusivamente dalla vostra piattaforma, quali sarebbero le prime tre cose che cerchereste?
Uno: l’anno è chiuso? Quanto pesano funzionamento, investimenti e restituzione dei debiti.
Due: quel Comune rispetto ai pari, e, se è statuto ordinario, spesa storica contro spesa standard OpenCivitas.
Tre: se ci sono progetti PNRR asili, li apro uno per uno (CUP, avanzamento, finanziamento). Poi esco dal sito e vado su ANAC e sul bilancio. La piattaforma ti dice dove guardare.
Il collegamento con il Cruscotto Italia e l’MCP apre una prospettiva interessante: quanto siamo vicini a poter chiedere a un’intelligenza artificiale “trova le spese più anomale del mio Comune” e ottenere una risposta verificabile?
Siamo più vicini a poter chiedere che a poter fidarci della risposta.
Abbiamo un MCP pubblico, sola lettura: un assistente può interrogare i dataset e ricevere numero, fonte, periodo e caveat. Cruscotto Italia è un servizio AgID a parte, complementare: non lo inoltriamo e non lo trattiamo come dato nostro.
L’assistente sul sito, oggi, è deterministico. Non è un LLM, ma ci stiamo lavorando adesso. Le anomalie OpenCivitas si possono già interrogare come screening, con i limiti scritti sopra.
La frase “trova le spese più anomale del mio Comune” in linguaggio naturale, con una risposta verificabile riga per riga, non è lo stato attuale, ma ci stiamo arrivando.
Quali rischi introduce l’AI nell’interpretazione degli open data? Potrebbe trasformare un’anomalia statistica in un’accusa senza che nessuno abbia verificato il contesto?
Sì. Il rischio concreto è proprio quello: un outlier statistico che diventa un’accusa, senza che nessuno sia andato a vedere se quell’anno c’era stato un evento particolare.
Un modello è bravo a produrre una frase sicura, quindi bisogna sempre bilanciare questo con la verifica.
Applicando il vostro strumento a Bologna, quali sarebbero le prime domande che vorreste porre ai dati? E quali numeri vi piacerebbe poter confrontare con altre città?
Bologna è in Emilia-Romagna, quindi OpenCivitas 2022 c’è. È un capoluogo grande: il confronto giusto non è con un Comune da 8.000 abitanti.
Chiederei: l’anno SIOPE è completo? Quanto pesa il funzionamento rispetto agli investimenti? Dov’è rispetto ad altri capoluoghi di fascia simile, Firenze, Padova, Verona, non rispetto “all’Italia”. Cosa dice lo scostamento 2022 tra spesa storica e standard, e cosa non può dire sul 2025. Quanti progetti asili PNRR risultano, con che CUP e che avanzamento. L’IRPEF comunale la terrei sullo sfondo, senza farne un saldo inesistente.
Numeri che mi piacerebbe poter confrontare meglio, e oggi si fanno solo a metà: costo dei servizi a parità di livello, non solo cassa; quota di spesa che esce dalle partecipate; fornitori ricorrenti.
Avete costruito uno strumento per vedere dove vanno i soldi. Qual è la domanda che ancora nessuno sta facendo a quei soldi?
Non “dove sono finiti”. Quella, piano piano, si può ricostruire.
La domanda che manca è: cosa hanno comprato, nella vita di chi abita lì, e cosa non compare perché non passa dal bilancio del Comune. La scuola la vedi. L’appalto lo puoi cercare. Il pezzo che sta in una partecipata, in un’ASL, in una partita di giro o in un fondo europeo contato due volte, quasi nessuno lo chiede. Ed è lì che il totale “del Comune” diventa una storia incompleta.
Quale è quanto è stato il vostro impegno personale nel mettere a punto l’open data in tempo e risorse?
Stiamo investendo un enorme quantità di tempo per questo progetto, oltre che supportarlo economicamente con fondi nostri, abbiamo aperto delle donazioni, che chiuderemo comunque in settimana poiché abbiamo raccolto abbastanza per andare avanti 3/4 mesi senza pensieri riguardo costi vivi per il mantenimento.