III. Il diritto di non costruire
Siamo partiti da una contraddizione semplice: un progetto edilizio può essere molto attento all’ambiente e, nello stesso tempo, trasformare un territorio che ha sviluppato un proprio sistema ecologico.
Abbiamo poi chiarito che un bosco non è una decorazione urbana e che la Natura spontanea non può essere valutata soltanto attraverso la quantità di vegetazione che compare in un rendering.
Resta la domanda più difficile.
Può esistere una sostenibilità che coincida anche con il decidere di non costruire?
La parola che manca: rinuncia
Nel dibattito pubblico la sostenibilità viene quasi sempre associata al miglioramento del progetto: efficienza, materiali meno impattanti, infrastrutture verdi, alberi, drenaggio, spazi pedonali.
Ma esiste una parola molto meno presente nel vocabolario della trasformazione urbana: rinuncia.
Rinunciare significa non utilizzare una risorsa soltanto perché è disponibile. Significa riconoscere valore a una superficie anche quando non produce edificazione, rendita o volumetrie.
Nel testo richiamato in questa trilogia, Alessandro Chiarucci arriva a una considerazione radicale: per frenare la perdita di biodiversità e ridurre i cambiamenti globali è fondamentale che l’uomo rinunci a utilizzare in modo esclusivo tutte le risorse disponibili.
È una frase che rovescia il normale schema urbano: non chiede come costruire meglio su ogni superficie, ma quali superfici possiamo permetterci di non trasformare.
Non fare non significa non fare niente
Lasciare un territorio all’evoluzione spontanea non significa necessariamente abbandonarlo al degrado.
Significa compiere una scelta di gestione diversa: rinunciare al controllo esclusivo della superficie e permettere che siano i processi ecologici a determinarne progressivamente l’evoluzione.
È una decisione difficile perché non produce immediatamente un render o una nuova funzione urbana.
Produce qualcosa di meno spettacolare: tempo, perché territorio, suolo, vegetazione e fauna possano costruire relazioni. Nel modello della trasformazione urbana può apparire come inattività.
Dal punto di vista ecologico può essere l’opposto.
Il falso equivalere
È qui che la parola “greenwashing” diventa pertinente, ma solo a una condizione: non usarla come etichetta generica contro qualunque progetto edilizio che incorpori elementi verdi.
Il problema non è la bioarchitettura, né l’efficienza energetica, né le infrastrutture verdi.
Il problema nasce quando l’immagine verde di un edificio viene utilizzata per occultare o minimizzare gli effetti della trasformazione territoriale, come se costruire in modo più efficiente fosse automaticamente equivalente a conservare ciò che esiste.
Ma una cosa è ridurre l’impatto di un edificio.
Un’altra è evitare la perdita di suolo, habitat, continuità ecologica e processi naturali.
Sono piani diversi.
La parola sostenibilità non dovrebbe funzionare come una gomma capace di far sparire ciò che l’intervento trasforma. Dovrebbe fare il contrario: obbligarci a misurarlo.
Bertalia-Lazzaretto e la domanda scomoda
A Bertalia-Lazzaretto la questione è evidente: dopo l’uso e l’abbandono, il territorio ha lasciato spazio a una progressiva riconquista della vegetazione spontanea.
Questo dato cambia il punto di partenza.
Non stiamo discutendo soltanto di quale quartiere costruire.
Stiamo discutendo di quale futuro attribuire a un territorio che nel frattempo ha sviluppato una propria dinamica ecologica. Da una parte c’è un progetto che promette edilizia sociale, innovazione, comunità, biodiversità, infrastrutture verdi e resilienza.
Dall’altra c’è un ecosistema che non ha bisogno di un claim. Semplicemente funziona.
La questione urbana è capire quale valore attribuire a queste due dimensioni e se sia necessario scegliere fra loro. Il salto culturale sarebbe smettere di pensare che l’unico modo per migliorare un luogo sia trasformarlo.
La sostenibilità come rapporto, non come etichetta
La strategia europea per la biodiversità al 2030 richiamata nel testo lega conservazione della Natura, benessere umano e cambiamento climatico.
È un punto importante perché evita una falsa contrapposizione fra ecologia e innovazione tecnologica.
Non bisogna scegliere fra alberi e architettura. Bisogna evitare di usare l’architettura per sostenere che la perdita di Natura sia irrilevante perché nel progetto compariranno altri elementi verdi.
La domanda non è “quanto verde aggiungiamo?”, ma “quale relazione stiamo costruendo con il verde che già esiste?”.
Dovrebbe essere una domanda fondamentale per ogni trasformazione urbana: prima di progettare un nuovo ecosistema, studiare quello che il territorio ha già costruito; prima di parlare di compensazione, capire se ciò che viene perso sia davvero sostituibile.
Il vero greenwashing potrebbe essere una parola troppo comoda
C’è infine un ultimo rischio: trasformare anche la parola greenwashing in uno slogan.
Sarebbe il modo più rapido per perdere il punto.
La questione non è stabilire se il progetto sia “verde” oppure “non verde”, ma chiedersi: quali funzioni ecologiche esistono oggi? Quali verranno conservate, trasformate o perse? Quali nuove funzioni verranno prodotte e in che tempi? E soprattutto: sono davvero equivalenti a quelle esistenti?
Sono meno seducenti di una “visione pionieristica”, ma distinguono una politica ambientale da una strategia narrativa.
Il diritto di lasciare spazio alla Natura
Alla fine resta un’idea controintuitiva. Forse una città ecologicamente matura non è quella che inserisce più Natura nei propri progetti, ma quella che riconosce la Natura anche quando non l’ha progettata.
Un bosco spontaneo non è una versione incompleta di un parco urbano. Un terreno rinaturalizzato non è necessariamente un vuoto in attesa di destinazione.
Una superficie non costruita non è automaticamente inutilizzata. Un territorio che può continuare a evolvere senza essere trasformato può essere un’infrastruttura ecologica già esistente, complessa e non semplicemente replicabile.
Per questo la domanda finale di Bertalia-Lazzaretto non riguarda soltanto ciò che verrà costruito. Riguarda ciò che una città è capace di lasciare esistere.
**Perché, qualche volta, la scelta più radicalmente sostenibile non è progettare una Natura migliore.
È riconoscere che una parte della Natura non ha bisogno di noi.**
Bibliografia e link
ATI Project: https://atiproject.com/progetto/nuovo-ecodistretto-bertalia-lazzaretto/
Parcnouveau: https://www.parcnouveau.com/projects/eco-district-lazzaretto-bologna/
Alessandro Chiarucci “Le Arche della Biodiversità” Hoepli Editore
Foto di Dante Regazzi