Razzismo strutturale, profilazione razziale e città
Tre giorni per interrogare Bologna a partire dall’omicidio Fakir
Il 26 al 27 settembre Bologna ospiterà una serie di incontri dedicati al razzismo strutturale e alla profilazione razziale, a partire dall’omicidio Fakir e dal rapporto tra discriminazione, esclusione socio-economica e spazio urbano.
L’iniziativa, proposta dalla Casa del Mondo insieme a una rete di realtà impegnate sul tema della profilazione razziale a livello nazionale, nasce con l’obiettivo di costruire uno spazio di confronto tra persone, associazioni e soggetti sociali diversi. Non soltanto un ciclo di incontri, dunque, ma un tentativo di mettere in relazione esperienze e competenze per interrogare un fenomeno che spesso viene affrontato attraverso episodi singoli, senza riuscire a leggerne le dinamiche più profonde.
Parlare di razzismo strutturale significa spostare lo sguardo dal singolo comportamento discriminatorio ai meccanismi attraverso i quali una società può produrre, anche senza dichiararlo esplicitamente, condizioni differenti di accesso alle opportunità, ai servizi, al lavoro, all’abitare e allo spazio pubblico.
Significa soprattutto chiedersi se alcune persone vengano più frequentemente considerate fuori posto, sospette, problematiche o da controllare.
Chi può abitare la città?
La città non è soltanto l’insieme delle strade, delle piazze e degli edifici. È anche un sistema di regole, percezioni e pratiche che stabilisce chi può attraversare uno spazio, quanto può fermarsi, come viene guardato e quali comportamenti vengono considerati normali oppure problematici.
Una piazza può essere formalmente aperta a tutti e, contemporaneamente, essere vissuta in modo molto diverso da persone diverse.
Per questo la questione della profilazione razziale riguarda anche la geografia urbana.
Chi viene fermato più spesso?
Chi viene identificato?
Chi viene percepito come estraneo?
Chi viene associato più facilmente al degrado o all’insicurezza?
Chi può vivere lo spazio pubblico senza dover continuamente dimostrare di avere il diritto di esserci?
Sono domande che diventano ancora più importanti in una città attraversata da trasformazioni profonde, dove il tema della sicurezza viene frequentemente intrecciato con quello della vivibilità, del decoro e della gestione dello spazio pubblico.
Dal caso individuale al meccanismo
Partire dall’omicidio Fakir significa allora affrontare una vicenda concreta, ma senza fermarsi alla sua dimensione individuale.
La domanda diventa: quali condizioni sociali, culturali e istituzionali rendono possibile che determinate persone siano percepite e trattate diversamente?
È una distinzione importante.
Se il problema viene ricondotto esclusivamente al comportamento del singolo, la soluzione può essere cercata soltanto nella responsabilità individuale. Se invece si riconosce l’esistenza di possibili dinamiche strutturali, diventa necessario osservare anche procedure, linguaggi, pratiche amministrative, politiche urbane e dispositivi di controllo.
Questo non significa attribuire automaticamente una responsabilità collettiva a ogni istituzione o operatore.
Significa, piuttosto, guardare ai meccanismi.
È esattamente il tipo di lente che Antigene considera utile: non cercare soltanto il colpevole di un fenomeno, ma capire quali condizioni ne permettono la riproduzione.
Sicurezza, controllo e discriminazione
C’è poi un altro nodo particolarmente delicato.
Nelle città contemporanee il tema della sicurezza tende sempre più a intrecciarsi con quello della gestione dello spazio pubblico. Controlli, ordinanze, videosorveglianza, presidi, limitazioni e interventi sul decoro vengono presentati come strumenti per rendere gli spazi più vivibili.
Ma vivibili per chi?
La domanda non mette in discussione, in sé, la necessità di garantire sicurezza. Chiede piuttosto di osservare gli effetti concreti delle politiche di sicurezza e di capire se il controllo venga distribuito in modo uniforme oppure se finisca per concentrarsi maggiormente su determinati gruppi sociali.
È qui che il tema della profilazione razziale incontra quello della città selettiva: una città nella quale le stesse regole possono produrre effetti differenti a seconda di chi le attraversa.
Una discussione che riguarda tutti
Il valore dell’iniziativa sta anche nella possibilità di mettere attorno allo stesso tavolo soggetti differenti: persone direttamente coinvolte, realtà sociali, associazioni, esperti e istituzioni.
Perché una discussione sul razzismo strutturale rischia di rimanere astratta se non riesce a tradursi in domande concrete sulle pratiche quotidiane.
Quali dati abbiamo sui controlli?
Come vengono raccolti e monitorati?
Esistono meccanismi indipendenti per segnalare discriminazioni?
Come vengono formati gli operatori?
Quali strumenti hanno le persone che ritengono di essere state vittime di una profilazione?
E soprattutto: come si misura un fenomeno che spesso non viene nemmeno riconosciuto come tale?
Sono domande che spostano la discussione dalla contrapposizione ideologica alla verifica dei fatti.
Ed è forse proprio questo il passaggio più interessante: trasformare un tema spesso affrontato attraverso dichiarazioni di principio in una questione di politiche pubbliche, responsabilità e strumenti verificabili.
Bologna viene spesso raccontata come una città inclusiva e progressista. Proprio per questo può essere utile sottoporla a una domanda scomoda: quanto le sue pratiche quotidiane sono all’altezza della rappresentazione che ha di sé?
Il 26 e 27 settembre possono diventare uno spazio per provare a rispondere.
Non soltanto chiedendosi se esista il razzismo.
Ma cercando di capire come funziona, dove si manifesta, chi ne subisce gli effetti e quali strumenti possono interromperne la riproduzione.
Programma, Appuntamenti e Luoghi: