Gli ecosistemi

Il clima cambia e con lui la città invisibile

non ci sono soltanto gli alberi da salvare. Ci sono ecosistemi, insetti, batteri, virus e microrganismi che stanno già riscrivendo la geografia della nostra salute

di Antìgene

Non ci sono soltanto gli alberi da salvare. Ci sono ecosistemi, insetti, batteri, virus e microrganismi che stanno già riscrivendo la geografia della nostra salute.

Quando parliamo di cambiamento climatico abbiamo ormai imparato la liturgia. Le temperature aumentano. I ghiacciai si ritirano. Le foreste bruciano. Il livello del mare sale. E nelle città compare il grande mantra della contemporaneità: piantiamo alberi per compensare il cemento e poi, dall’altra parte del mondo, deforestiamo milioni di ettari di terreno. Tutto vero.

Ma c’è un pezzo della storia che rimane sorprendentemente fuori dall’inquadratura. È la parte che non vediamo. Quella che vola, striscia, infetta, colonizza, si moltiplica. La parte biologica del cambiamento climatico. Perché quando cambiamo temperatura, umidità, precipitazioni, suolo e habitat non stiamo semplicemente modificando il termometro. Stiamo modificando le condizioni di vita di milioni di organismi. E alcuni di questi organismi hanno imparato molto bene a vivere insieme a noi.

LA CITTÀ È UN ECOSISTEMA. ANCHE SE FACCIAMO FINTA DI NO

Una città non è soltanto una collezione di edifici, strade, tram e parcheggi. È un ecosistema. Dentro ci sono alberi, uccelli, roditori, insetti, funghi, batteri, virus, acque stagnanti, terreni, animali domestici, animali selvatici e milioni di esseri umani. Cambiare quell’equilibrio significa cambiare anche la probabilità che alcune specie prosperino e altre scompaiano. Ed è qui che il cambiamento climatico diventa una questione molto meno fotogenica del solito. Perché il caldo non fa soltanto sudare. Il caldo seleziona. Seleziona gli organismi capaci di sopportarlo. Allunga i cicli biologici.

Riduce la mortalità invernale di alcune specie. Modifica la distribuzione geografica di altre. Allunga la stagione di attività degli insetti. Anticipa la produzione di alcuni frutti. E può creare condizioni favorevoli alla circolazione di alcuni patogeni. L’OMS sottolinea che il cambiamento climatico influenza contemporaneamente patogeni, vettori e ospiti, modificando la distribuzione e la stagione di trasmissione di numerose malattie.

In altre parole:

non sta cambiando soltanto il clima. Sta cambiando il campo da gioco biologico.

LA ZANZARA NON LEGGE IL CALENDARIO

Prendiamo una delle protagoniste più sottovalutate della faccenda: la zanzara. Per decenni abbiamo pensato a determinate malattie come a qualcosa che apparteneva ad altri continenti. Malaria. Dengue. Chikungunya. Zika. Poi il clima ha cominciato a spostare le condizioni ambientali. E le mappe hanno cominciato a muoversi. L’ECDC (European Center for Disease Prevention and Control) segnala che in Europa le stagioni di trasmissione delle malattie trasmesse dalle zanzare stanno diventando più lunghe e intense, in relazione a temperature più elevate, inverni più miti e cambiamenti nelle precipitazioni.

Non significa che domani Bologna diventerà Nairobi. Significa qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più interessante: la frontiera biologica di alcune malattie si può spostare.

La zanzara tigre (Aedes albopictus), specie invasiva ormai stabilmente presente in gran parte dell’Europa meridionale, è un esempio evidente.

E non è soltanto un problema di punture. Questa zanzara può trasmettere virus come Dengue, Chikungunya e Zika.

L’ECDC segnala inoltre che tra il 2021 e il 2024 sono aumentati considerevolmente i focolai e i casi autoctoni di Dengue in Europa e che popolazioni stabilite di Aedes albopictus sono presenti in 13 Paesi dell’Unione Europea. A Bologna tra il 2009 ed il 2025 i casi di Dengue sono aumentati del 7%.

La cosa interessante è che qui entrano in scena tre fenomeni contemporaneamente: clima, globalizzazione, trasformazione degli habitat.

Il virus può arrivare con un viaggiatore. La zanzara può essere già qui. E il clima può rendere più favorevoli le condizioni perché il ciclo continui.

È una catena. E basta che cambino alcuni anelli perché cambi il rischio.

E POI C’È L’ANOPHELES

Qui la questione diventa ancora più interessante. Il genere Anopheles comprende le zanzare responsabili della trasmissione della malaria. La malaria è stata eliminata dall’Europa nel corso del Novecento, ma le zanzare capaci di trasmetterla non sono scomparse dall’Europa.

L’ECDC ricorda che diverse specie di zanzare malariche sono ancora presenti nelle aree temperate europee. Quasi tutti i casi di malaria registrati nell’UE/SEE sono oggi importati, e quindi il rischio di una trasmissione locale rimane generalmente limitato grazie ai sistemi sanitari e alla sorveglianza. Ma il cambiamento climatico può aumentare la possibilità che le condizioni ambientali diventino più favorevoli alla trasmissione. Alcune specie del genere Anopheles sono già presenti in Italia.

Per esempio Anopheles plumbeus, presente in numerosi Paesi europei, è stata documentata anche in Italia ed è una specie competente per la trasmissione di ceppi di malaria in condizioni sperimentali.

Questa non è una previsione apocalittica. È una questione di resilienza epidemiologica. La domanda seria non è: “Arriverà la malaria a Bologna?”

La domanda seria è: “Se le condizioni ambientali cambiano, quanto siamo preparati a riconoscere rapidamente un nuovo rischio?”

È una domanda completamente diversa. E molto più utile.

LE SPECIE ALIENE NON SONO SOLTANTO UN PROBLEMA ECOLOGICO

Quando diciamo “specie invasive” immaginiamo spesso una pianta esotica che soffoca quella autoctona. Ma una specie invasiva può essere anche un vettore di malattia. La zanzara tigre ne è un esempio.

Il cambiamento climatico può rendere alcune aree europee progressivamente più adatte alla sua stabilizzazione e diffusione. L’ECDC considera già gran parte dell’Europa un territorio potenzialmente sempre più favorevole alla sua presenza, pur sottolineando che clima, urbanizzazione e disponibilità di habitat artificiali interagiscono tra loro.

Ed ecco una contraddizione interessante della città contemporanea. Costruiamo. Impermeabilizziamo. Modifichiamo il drenaggio dell’acqua. Creiamo contenitori artificiali. Trasportiamo merci da un continente all’altro. Facciamo circolare milioni di persone. Poi ci stupiamo se anche gli organismi viaggiano. La globalizzazione non ha costruito soltanto aeroporti e autostrade.

Ha costruito autostrade biologiche.


NON CI SONO SOLTANTO I VIRUS

Il capitolo ancora più grande riguarda i microrganismi. Batteri. Funghi. Parassiti. Microrganismi ambientali. Patogeni animali e vegetali. Il cambiamento climatico può modificare gli ambienti nei quali questi organismi vivono e interagiscono. E c’è una questione particolarmente delicata: l’antibiotico-resistenza.

L’OMS ha evidenziato che il cambiamento climatico può favorire condizioni che facilitano lo sviluppo e la diffusione di microrganismi resistenti agli antimicrobici. Temperature più elevate possono influenzare la crescita batterica e altri meccanismi ecologici, mentre eventi estremi come alluvioni e ondate di calore possono compromettere infrastrutture sanitarie, acqua e servizi igienici.

Quindi il problema non è soltanto: “Quale nuova malattia arriverà?”
 È anche: “Quanto diventerà difficile curare quelle che già conosciamo?”

Questa è una domanda enorme. E quasi sempre rimane fuori dalla fotografia del cambiamento climatico.

E I VIRUS ANTICHI?

Qui bisogna evitare una scorciatoia narrativa molto seducente: “Si scioglie il permafrost e tornano i virus preistorici.”

La realtà scientifica è più complessa.

Il permafrost contiene una straordinaria diversità microbica e il suo scongelamento modifica profondamente l’attività e la composizione delle comunità microbiche. La ricerca più recente sta studiando proprio questi cambiamenti e le loro possibili conseguenze.

Ma dire che ogni microrganismo liberato dal ghiaccio rappresenti automaticamente una minaccia epidemica sarebbe semplicemente scorretto. La questione interessante è un’altra.

Stiamo scongelando ecosistemi che erano rimasti isolati per periodi molto lunghi.

Non sappiamo ancora completamente che cosa questo significhi per tutte le interazioni biologiche future. E quando parliamo di cambiamento climatico dovremmo imparare a distinguere due categorie: quello che sappiamo già osservare,

e quello che dobbiamo ancora imparare a prevedere. La seconda categoria non è fantascienza. È ricerca.

IL GRANDE PARADOSSO: PIÙ CALDO  NON SIGNIFICA SEMPLICEMENTE “PIÙ MALATTIE”

C’è un’altra cosa importante. Il cambiamento climatico non produce automaticamente più patogeni ovunque. Alcuni organismi prospereranno. Altri scompariranno. Alcuni vettori avanzeranno verso nord. Altri potrebbero essere penalizzati da estati troppo calde e secche. Alcune malattie aumenteranno. Altre potrebbero diminuire. È un gigantesco rimescolamento ecologico.

Ed è proprio questa complessità che rende insufficiente una politica climatica basata soltanto su CO2, alberi e temperatura.

LA CITTÀ CHE CONTINUA A GUARDARE SOLO IL TERMOMETRO

Ed eccoci alla questione urbana. La città contemporanea combatte il cambiamento climatico attraverso:alberi, tetti verdi, pannelli solari, piste ciclabili, de-pavimentazioni, fontane, ombra.

Tutto necessario. Ma manca spesso una quarta dimensione: l’ecologia sanitaria.

Se vogliamo progettare la città del futuro dovremmo sapere: quali specie stanno arrivando; quali stanno scomparendo; quali vettori stanno aumentando; quali patogeni possono trovare nuovi ospiti; come cambiano le popolazioni di zanzare; come cambiano zecche e altri vettori; come cambiano batteri e funghi; come cambiano le acque stagnanti; come gli eventi estremi modificano il rischio sanitario.

Non basta quindi fare la conta degli alberi. 
Dovremmo cominciare a fare anche la mappa biologica della città.

LA PROSSIMA MAPPA DELLA CITTÀ  POTREBBE NON ESSERE URBANISTICA

Immaginiamo una Bologna futura. Non una mappa con soltanto tram, cantieri, parcheggi e piste ciclabili. Una mappa con: le aree di proliferazione delle zanzare; i corridoi ecologici delle specie invasive; le zone con maggiore presenza di zecche; le acque stagnanti; le isole di calore; le aree vulnerabili alle alluvioni; i luoghi con maggiore rischio di contaminazione; le variazioni stagionali dei vettori; i dati microbiologici ambientali; i luoghi e le aree in cui si concentrano soggetti fragili.

Una mappa epidemiologica dinamica della città.

Perché il vero cambiamento climatico non consiste soltanto nel fatto che domani avremo 2 °C in più. Consiste nel fatto che un ambiente più caldo può diventare un ambiente biologicamente diverso. E una città biologicamente diversa richiede una nuova forma di urbanistica.

IL PROBLEMA NON È AVERE PAURA DELLA NATURA

Anzi. È esattamente il contrario. Abbiamo passato decenni a trattare la natura urbana come decorazione. Un albero quando serve ombra (addirittura in un vaso) . Un prato quando serve verde. Un parco quando serve compensazione. Ma la natura non è un’immagine da mettere nel rendering del progetto. È una rete di interazioni.

E dentro quella rete convivono organismi utili, innocui, dannosi e potenzialmente patogeni. La vera sfida del cambiamento climatico sarà quindi imparare a progettare non contro gli ecosistemi, ma dentro gli ecosistemi. Sapendo che ogni modifica produce conseguenze. Anche quelle che non vediamo.

DAL GREENWASHING AL “MICROBIO- WASHING”

Forse dovremmo cominciare a diffidare anche di una nuova forma di greenwashing. Quella che misura la sostenibilità attraverso il numero di alberi piantati e i metri quadrati di verde dichiarati, senza chiedersi quale ecosistema si sta realmente costruendo. Perché piantare 10.000 alberi non significa automaticamente creare biodiversità. Creare uno stagno non significa automaticamente creare un ecosistema equilibrato. Rinaturalizzare una superficie non significa automaticamente eliminare ogni rischio. E progettare una città verde non significa semplicemente colorarla di verde sulla planimetria.

La domanda non dovrebbe essere soltanto: “Quanto verde abbiamo?”  Dovrebbe essere: “Quale sistema biologico stiamo creando?”

LA CITTÀ DEL FUTURO AVRÀ BISOGNO DI BIOLOGI

Forse la vera rivoluzione urbanistica sarà questa. Accanto all’architetto. All’ingegnere. Al paesaggista. Al mobility manager. Dovremo avere epidemiologi, entomologi, microbiologi, ecologi, sociologi urbani, veterinari e specialisti di salute pubblica. Perché la città del futuro non sarà semplicemente una città più fresca. Dovrà essere una città ecologicamente intelligente. Una città capace di prevedere non soltanto dove passerà il tram. Ma dove potrebbe passare una zanzara. Non soltanto dove costruire un parco. Ma quale equilibrio biologico e sociosanitario quel parco produrrà. Non soltanto quanti alberi piantare. Ma quali specie, quali habitat e quali interazioni favorire.

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO NON STA ARRIVANDO È GIÀ ENTRATO IN CITTÀ.

Lo vediamo nel termometro. Nelle piogge. Nelle piante. Negli insetti. Negli animali. Nelle malattie. E soprattutto nelle mappe che stanno lentamente cambiando.

L’Europa sta già registrando nuove condizioni favorevoli alla diffusione di malattie trasmesse da zanzare e zecche. L’OMS definisce l’Europa la regione del mondo che si sta riscaldando più rapidamente e segnala l’espansione di vettori come Aedes albopictus e lo spostamento di zecche verso latitudini e altitudini maggiori. Non è una profezia. È ecologia.

E forse la domanda che dovremmo fare davanti a ogni nuovo progetto urbano non è soltanto: “Quanto cemento mettiamo?” Ma anche: “Quale mondo biologico stiamo costruendo?”

Perché il cemento modifica il clima. Il clima modifica gli ecosistemi. Gli ecosistemi modificano i vettori. I vettori modificano le malattie. E alla fine la questione torna sempre lì: progettare una città significa progettare le condizioni della vita.

Anche di quella che non vediamo.

Intervista al Prof. Paolo Pandolfi (epidemiologo)
Paolo Pandolfi

laureato con lode in medicina e chirurgia, specialista in Igiene, Epidemiologia e Medicina Preventiva, ha frequentato il master in Epidemiologia promosso dall’Associazione Italiana di Epidemiologia. Dal 2004 professore a contratto presso l’Università degli Studi di Bologna – Facoltà di Medicina e Chirurgia in Igiene Applicata, Epidemiologia e corsi elettivi in comunicazione del rischio. Dirigente Medico dipendente di strutture pubbliche dal 30 dicembre 1993, ha iniziato la sua attività professionale presso l’ASL di Milano ed è attualmente Direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Azienda USL di Bologna. Organizza dal 2023, con cadenza annuale, il Congresso Nazionale “Ambiente, Salute e Cambiamenti Climatici” ed è particolarmente impegnato nella realizzazione di interventi di promozione della salute in coprogettazione col terzo settore. Nel giugno 2021 gli è stata conferita l’onorificenza di Ufficiale della Repubblica Italiana.

Quando diciamo che il cambiamento climatico sta modificando gli ecosistemi urbani, che cosa sta concretamente cambiando dal punto di vista biologico? 

Negli ecosistemi urbani, a causa del cambiamento climatico, si osservano modifiche biologiche dovute a reali e misurabili trasformazioni nel comportamento, nella distribuzione e nella sopravvivenza degli organismi viventi. Concretamente si stanno osservando alterazioni dei ritmi stagionali (fenologia) in particolare: fioriture anticipate (con il rischio di non trovare disponibili i corretti insetti impollinatori), migrazioni modificate di uccelli urbani quali pettirossi e cicogne (che nel tempo potrebbero diventare uccelli stanziali), sveglia precoce dal letargo; cambiamento della biodiversità a favorire la presenza di organismi più resistenti o invasivi (zecche, zanzara tigre, processionarie, cimice asiatica; piante più resistenti alla siccità) soprattutto a vantaggio delle specie che si adattano a tutto quali piccioni, ratti, cornacchie, volpi, cinghiali, gabbiani e tra la vegetazione la gramigna, l’ailanto, il rovo comune; adattamento genetico delle specie urbane ovvero cambiamento del DNA e quindi della loro morfologia (cambiano colore, maggiore tolleranza al calore); compromissione della salute degli organismi urbani (alberi più fragili ed esposti agli attacchi di funghi e parassiti, riduzione della variabilità genetica con omologazione biologica e quindi maggiore fragilità).
Il caldo non significa semplicemente “più caldo”: può davvero diventare un fattore di selezione che favorisce alcune specie rispetto ad altre? Quali sono gli esempi più evidenti in ambiente urbano?
Sì, il caldo non è solo un aumento della temperatura, ma un potente fattore di selezione naturale che sta già modificando profondamente la biodiversità. Nelle città questo fenomeno è amplificato dall’effetto isola di calore urbana, che favorisce le specie con elevata tolleranza termica, capacità di adattamento rapido o abitudini flessibili, a scapito di quelle più specializzate o sensibili alle alte temperature. Di esempi nel mondo ce ne sono parecchi sia nel mondo vegetale (ippocastano, nocciolo ne soffrono mentre le palme, il leccio o l’alloro ne hanno un beneficio) che animale (migliorano la loro capacità riproduttiva le lucertole del genere Anolis che si sono adattate ad ambienti ricchi di cemento o la zanzara tigre mentre di converso altre specie ne soffrono come alcuni volatili quali i balestrucci o i pigliamosche). Il cambiamento climatico agisce anche nella produzione anticipata di pollini che in ambiente urbano risultano anche più aggressivi (iperallergenici) a causa dell’inquinamento atmosferico. Ma la selezione avviene anche nel mondo degli esseri viventi microscopici. Temperature più alte, livelli elevati di umidità, alluvioni improvvise, siccità, ristagni idrici più frequenti, maggior utilizzo di climatizzatori sono tutti fattori che favoriscono la crescita della legionella batterio particolarmente pericoloso per l’uomo perché è alla base di gravi polmoniti. Allo stesso tempo emergono condizioni che favoriscono la comparsa di altre specie di questo batterio. Ne è un esempio quanto è stato osservato a Bologna con la recente scoperta di una nuova specie denominata “legionella petroniana”. Nel futuro ci potremo aspettare un incremento significativo di questo batterio, d’altronde in Italia nel 2023 i casi di legionellosi sono aumentati rispetto all’anno precedente del 25%. A titolo di esempio proprio a Bologna è stato osservato un importante evento epidemico causato da un altro tipo di legionella (della specie feeleii) che nel 2024 ha causato circa 140 casi di febbre di Pontiac in una comunità che aveva partecipato ad un evento pubblico.
Quanto stanno cambiando i cicli biologici degli insetti nelle nostre città? Stiamo assistendo a stagioni più lunghe per zanzare, zecche e altri vettori?
Sì, stiamo assistendo a un allungamento strutturale e significativo delle stagioni di attività per zanzare, zecche, cimici e altri vettori biologici, specialmente all’interno delle nostre città. Ormai si può parlare di una vera e propria destagionalizzazione del rischio: i confini temporali hanno superato il limite dei soli mesi estivi e si osservano cicli biologici che si estendono per oltre 9 mesi all’anno. In pratica sta scomparendo l’effetto invernale del gelo prolungato che agiva da naturale disinfestante. In questo contesto anche la zanzara comune (culex) prolunga la sua attività aumentando il rischio di infezioni da virus west nile. Ne è un esempio tangibile la crescita media annua di oltre il 50% di casi di west nile nel territorio dell’Azienda USL di Bologna nel periodo 2009-2025. Lo stesso territorio è noto per un importante storico focolaio di leishmaniosi viscerale umana, patologia trasmessa da flebotomi (i pappataci), che si osservò tra il 1971 ed il 1972 (60 casi versus l’unico registrato nel periodo 1953-1970). Da quel momento la leishmaniosi divenne endemica e proprio per i cambiamenti climatici degli ultimi anni si è rafforzata (nel periodo 2000-2025 la crescita annua media di casi di leishmaniosi è aumentata del 18%). Per non parlare delle zecche causa della malattia di Lyme, malattia anch’essa in crescita (nel periodo 2008-2025 crescita media annua di quasi l’8%). Questo prolungamento dei cicli vitali, quindi, non rappresenta più soltanto una fonte di fastidio personale quotidiano, ma si è trasformato in una vera e propria priorità di salute pubblica per le amministrazioni comunali e le autorità sanitarie, richiedendo strategie di disinfestazione e sorveglianza continuativa non più limitate alla sola stagione estiva.
Dengue, Chikungunya e Zika vengono spesso percepite come malattie “tropicali”. È ancora corretto ragionare in questi termini? Quali condizioni devono verificarsi perché una trasmissione locale diventi possibile? 

No, non è più corretto definire Dengue, Chikungunya e Zika esclusivamente come malattie “tropicali”. Sebbene abbiano origine ed endemicità nelle fasce tropicali e subtropicali del pianeta, i cambiamenti climatici, l’urbanizzazione e la globalizzazione dei trasporti le hanno rese minacce concrete anche per l’Europa e per l’Italia. Nel nostro paese e in Europa si registrano ormai regolarmente casi autoctoni (o a trasmissione locale) – ovvero infezioni contratte direttamente sul territorio nazionale senza aver effettuato viaggi all’estero. L’Italia, in particolare, ha affrontato focolai locali significativi sia di Chikungunya in passato (nel 2007 e 2017), sia di Dengue negli ultimi anni. Lo Zika virus rimane per ora quasi totalmente legato a casi importati da viaggiatori, ma il vettore potenziale è comunque presente sul territorio.
Affinchè un virus tipicamente esotico inizi a circolare localmente in un’area non endemica, devono coesistere contemporaneamente quattro condizioni biologiche, ambientali e sociali: il caso importato, la presenza di un vettore competente (in questo caso la zanzara tigre – aedes albopictus), il clima favorevole (temperature elevate, umidità e piogge intense), il contatto stretto tra uomo e zanzara (facilitato da micro-ristagni di acqua nei sottovasi, nei tombini, nei copertoni abbandonati e dall’alta densità abitativa delle nostre città).
L’articolo parla di “resilienza epidemiologica”: che cosa significa concretamente? È più importante prevedere l’arrivo di una nuova minaccia oppure essere capaci di identificarla rapidamente quando compare? 

La resilienza epidemiologica è la capacità di un sistema sanitario di assorbire l’impatto di una nuova infezione, curare i malati, mantenere i servizi essenziali e riorganizzarsi in fretta senza collassare. Risulta strategico identificare rapidamente l’infezione ovvero avere adeguate reti di sorveglianze sistematicamente attive, avere flessibilità organizzativa in grado di convertire reparti e servizi in pochi giorni senza bloccare le cure, detenere adeguate scorte di dispositivi di protezione individuale (mascherine, guanti, tute, ecc.) e di farmaci. Infine, disporre di personale sanitario formato e pronto a rispondere alle emergenze. Molto ci ha insegnato la recente epidemia da Covid-19 che sicuramente è stata facilitata nella sua diffusione e manifestazione dai cambiamenti climatici. Di certo la prevenzione e lo studio dei rischi aiutano ad agire senza partire da zero ma la sopravvivenza di un sistema dipende dalla sua prontezza nel diagnosticare e nell’agire subito.
Uno dei temi più preoccupanti è l’antibiotico-resistenza: esiste davvero una relazione tra aumento delle temperature, eventi climatici estremi e diffusione di microrganismi resistenti? 

Esiste una provata relazione tra l’aumento delle temperature, gli eventi climatici estremi e la diffusione dell’antibiotico-resistenza che purtroppo oggi rappresenta concretamente una emergenza di sanità pubblica in tutto il mondo. Alla base di questo fenomeno c’è un vizioso circolo determinato dal caldo che da una parte accelera le modificazioni genetiche alla base della resistenza e dall’altra favorisce la rapida moltiplicazione del batterio. Se poi in questo contesto il clima più caldo, anche per una maggiore circolazione dei vettori, fa salire il numero di malattie infettive e richiede un maggior consumo di antibiotici ecco che il circolo si chiude pericolosamente.
Esiste il rischio di cadere nell’equazione “più caldo uguale più malattie”? Quali sono invece gli effetti contrari o imprevedibili del cambiamento climatico sulle popolazioni di vettori e patogeni? 

Effettivamente affermare che sistematicamente “più caldo equivale a più malattie” rappresenta una semplificazione scientificamente scorretta. Se il caldo estremo non cura ma genera condizioni per la diffusione di malattie infettive e rappresenta un fattore di stress che tende ad aggravare la stragrande maggioranza delle malattie croniche (come quelle cardiovascolari, respiratorie, renali e metaboliche) può determinare condizioni per ridurre alcune malattie infettive attraverso la morte termica dei vettori e/o una accelerazione eccessiva del metabolismo dei batteri. È questo il caso della riduzione (non scomparsa) delle infezioni da virus respiratori (ad esempio influenza, coronavirus) anche a causa della drastica riduzione della trasmissione comunitaria. Allo stesso tempo il caldo può, per il suo effetto vasodilatatore, ridurre il livello di pressione arteriosa, può migliorare la sintomatologia di alcune malattie dell’apparato muscoloscheletrico (contratture muscolari e mal di schiena) ed articolari degenerative (artrosi) riducendo la rigidità mattutina per un maggior afflusso del sangue che ossigena i tessuti e rende tendini e muscoli più elastici. Inoltre, grazie all’azione del sole (raggi ultravioletti che hanno un effetto immunosoppressore ed antinfiammatorio), agisce positivamente nei confronti della psoriasi (riduce le placche cutanee e la desquamazione), delle dermatiti e degli eczemi riducendone la sintomatologia
Quanto conta la trasformazione fisica delle città? Cementificazione, impermeabilizzazione del suolo, ristagni d’acqua e contenitori artificiali possono creare nuovi habitat favorevoli a vettori e patogeni? 
 Una città che pianta migliaia di alberi sta necessariamente aumentando la biodiversità? Oppure possiamo creare “verde” senza creare un ecosistema realmente funzionale?
La trasformazione fisica delle città conta moltissimo nella proliferazione di vettori e patogeni. Ma non solo. La struttura di una città, l’urbanistica, condiziona lo stato di salute dei cittadini che la abitano. La mobilità, la presenza di aree produttive, la disponibilità di spazi facilitanti la socializzazione, spazi verdi e blu (ricchi di piante e di acqua), l’accessibilità ai servizi, gli spazi dedicati al movimento e allo sport, la gestione dei rifiuti, la garanzia di sicurezza sono alcuni dei fattori che in una città condizionano il benessere dei suoi abitanti. Di certo la cementificazione e l’impermeabilizzazione del suolo che hanno caratterizzato in questi anni le nostre città non favoriscono: è stato alterato il ciclo naturale dell’acqua eliminando ad esempio la capacità del terreno di assorbire le piogge. In pratica le nostre politiche urbanistiche hanno dato man forte a quanto il cambiamento climatico sta facendo. Diventa importante ridisegnare l’urbanistica cittadina con la realizzazione di oasi climatiche caratterizzate dalla presenza di verde e di acqua ma non solo. Questi luoghi dovrebbero garantire anche momenti di relazione e quindi migliorare la loro vivibilità. A fianco diventano sempre più importanti gli spazi dedicati agli orti urbani che se gestiti in modo corretto (si pensi alla gestione dell’acqua per annaffiare) si sono dimostrati luoghi che possono temperare le condizioni climatiche cittadine. D’altro lato molti puntano alla piantumazione di alberi che sicuramente riesce a mitigare l’effetto delle isole di calore. Tuttavia spesso non si tiene conto che è necessario rispettare un elemento fondamentale per garantire l’equilibrio nel nostro ecosistema: la biodiversità. Ogni ambiente naturale nel tempo si è caratterizzato nel creare e mantenere un ecosistema in grado di rispondere alla legge fondamentale della natura: trovare un equilibrio. Questo principio non è stato seguito in modo sistematico tanto è vero che molti dei nostri territori sono stati stravolti dall’intervento umano e non rispecchiano più l’originale paesaggio. Nelle nostre colline sono stati fatti interventi che hanno completamente modificato la vegetazione: intere aree sono state destinate alla coltivazione di ulivi, di alberi da frutta, di conifere mentre aree cittadine hanno visto la piantumazione di tantissimi alberi della stessa identica specie (filari di platani, di tigli, ecc.) il tutto eliminando completamente le specie autoctone. In genere le monocolture sono fragili, vulnerabili ai parassiti e non offrono ambienti adeguati alla fauna presente. Abbiamo preferito piantare alberi ornamentali esotici, oppure realizzare il verde ornamentale fatto di prati rasati, di tetti verdi puramente estetici che richiedono grandi quantità di pesticidi, di fertilizzanti, di acqua per l’irrigazione trasformandosi, paradossalmente in un costo ambientale anziché in un beneficio (il cosiddetto greenwashing ecologico).
Se dovessimo costruire una vera “mappa biologica” di Bologna, quali dati dovrebbe contenere? Zanzare, zecche, acque stagnanti, isole di calore, biodiversità, patogeni, qualità microbiologica del suolo e dell’acqua: da dove partirebbe? 

È difficile realizzare una mappa biologica di una città e di certo in questo momento risulta molto più utile costruire una mappa dei rischi in modo da poter intervenire in occasione di eventi meteorologici estremi, in caso di eventi accidentali gravi (a supporto della Protezione Civile) ovvero per pianificare azioni di bonifica o mitigazione ambientale nei luoghi dove risulta più necessario. Importanti risultano i sistemi di sorveglianza sanitaria e ambientale che in modo continuo analizzano indicatori che monitorano potenziali rischi. Interessante risulta il monitoraggio delle acque reflue che rappresentano il miglior ambiente per la ricerca di inquinanti, microrganismi patogeni, microbi resistenti agli antibiotici. Diventa fondamentale integrare in questo caso dati ambientali e dati sanitari. In Emilia Romagna e nello specifico a Bologna sono in corso di realizzazione o attive piattaforme informatizzate per raccogliere in modo affidabile queste informazioni, georeferenziarle e diventare strumento utile per agire a salvaguardia del territorio in situazioni di emergenza.
L’articolo propone il concetto di “ecologia sanitaria”: che cosa dovrebbe cambiare concretamente nella progettazione di una città se prendessimo sul serio questa idea? Quando un’amministrazione decide dove costruire, dove impermeabilizzare, dove piantare alberi o creare un parco, dovrebbe considerare anche le conseguenze biologiche di quelle scelte? E chi dovrebbe sedere al tavolo insieme ad architetti e ingegneri
L’ecologia sanitaria è un approccio che unisce la salute umana e la qualità dell’ambiente urbano, trattando la città come un ecosistema vivente in cui ogni scelta di progetto influisce direttamente sul benessere fisico e mentale dei cittadini. Se operassimo in questo senso il modo di costruire le città cambierebbe radicalmente: stop al consumo del suolo e utilizzo nelle pavimentazioni di materiali drenanti; ogni edificio o strada verrebbero progettati per ridurre il calore estivo usando coperture vegetali e ombreggianti naturali e rispettose della biodiversità; le aree verdi diventerebbero interconesse in modo da rappresentare corridoi verdi continui; le case ed i quartieri sarebbero costruiti per favorire il movimento a piedi, l’illuminazione solare e la riduzione dell’inquinamento acustico ed atmosferico.
Al tavolo della progettazione dovrebbero sedere accanto agli architetti e agli ingegneri epidemiologi e medici di sanità pubblica (per studiare l’impatto di smog, verde e rumore sulle malattie croniche della popolazione e per mappare le disuguaglianze di salute), ecologi e biologi ambientali (per valutare la biodiversità, la qualità del suolo e la gestione delle acque piovane), climatologi (per analizzare i venti, le temperature e l’effetto isola di calore dei nuovi quartieri) e sociologi urbani (per capire i bisogni reali delle persone e garantire che il verde e i servizi siano accessibili a tutti, senza creare diseguaglianze in salute).