Il clima cambia e con lui la città invisibile
non ci sono soltanto gli alberi da salvare. Ci sono ecosistemi, insetti, batteri, virus e microrganismi che stanno già riscrivendo la geografia della nostra salute
Non ci sono soltanto gli alberi da salvare. Ci sono ecosistemi, insetti, batteri, virus e microrganismi che stanno già riscrivendo la geografia della nostra salute.
Quando parliamo di cambiamento climatico abbiamo ormai imparato la liturgia. Le temperature aumentano. I ghiacciai si ritirano. Le foreste bruciano. Il livello del mare sale. E nelle città compare il grande mantra della contemporaneità: piantiamo alberi per compensare il cemento e poi, dall’altra parte del mondo, deforestiamo milioni di ettari di terreno. Tutto vero.
Ma c’è un pezzo della storia che rimane sorprendentemente fuori dall’inquadratura. È la parte che non vediamo. Quella che vola, striscia, infetta, colonizza, si moltiplica. La parte biologica del cambiamento climatico. Perché quando cambiamo temperatura, umidità, precipitazioni, suolo e habitat non stiamo semplicemente modificando il termometro. Stiamo modificando le condizioni di vita di milioni di organismi. E alcuni di questi organismi hanno imparato molto bene a vivere insieme a noi.
LA CITTÀ È UN ECOSISTEMA. ANCHE SE FACCIAMO FINTA DI NO
Una città non è soltanto una collezione di edifici, strade, tram e parcheggi. È un ecosistema. Dentro ci sono alberi, uccelli, roditori, insetti, funghi, batteri, virus, acque stagnanti, terreni, animali domestici, animali selvatici e milioni di esseri umani. Cambiare quell’equilibrio significa cambiare anche la probabilità che alcune specie prosperino e altre scompaiano. Ed è qui che il cambiamento climatico diventa una questione molto meno fotogenica del solito. Perché il caldo non fa soltanto sudare. Il caldo seleziona. Seleziona gli organismi capaci di sopportarlo. Allunga i cicli biologici.
Riduce la mortalità invernale di alcune specie. Modifica la distribuzione geografica di altre. Allunga la stagione di attività degli insetti. Anticipa la produzione di alcuni frutti. E può creare condizioni favorevoli alla circolazione di alcuni patogeni. L’OMS sottolinea che il cambiamento climatico influenza contemporaneamente patogeni, vettori e ospiti, modificando la distribuzione e la stagione di trasmissione di numerose malattie.
In altre parole:
non sta cambiando soltanto il clima. Sta cambiando il campo da gioco biologico.
LA ZANZARA NON LEGGE IL CALENDARIO
Prendiamo una delle protagoniste più sottovalutate della faccenda: la zanzara. Per decenni abbiamo pensato a determinate malattie come a qualcosa che apparteneva ad altri continenti. Malaria. Dengue. Chikungunya. Zika. Poi il clima ha cominciato a spostare le condizioni ambientali. E le mappe hanno cominciato a muoversi. L’ECDC (European Center for Disease Prevention and Control) segnala che in Europa le stagioni di trasmissione delle malattie trasmesse dalle zanzare stanno diventando più lunghe e intense, in relazione a temperature più elevate, inverni più miti e cambiamenti nelle precipitazioni.
Non significa che domani Bologna diventerà Nairobi. Significa qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più interessante: la frontiera biologica di alcune malattie si può spostare.
La zanzara tigre (Aedes albopictus), specie invasiva ormai stabilmente presente in gran parte dell’Europa meridionale, è un esempio evidente.
E non è soltanto un problema di punture. Questa zanzara può trasmettere virus come Dengue, Chikungunya e Zika.
L’ECDC segnala inoltre che tra il 2021 e il 2024 sono aumentati considerevolmente i focolai e i casi autoctoni di Dengue in Europa e che popolazioni stabilite di Aedes albopictus sono presenti in 13 Paesi dell’Unione Europea. A Bologna tra il 2009 ed il 2025 i casi di Dengue sono aumentati del 7%.
La cosa interessante è che qui entrano in scena tre fenomeni contemporaneamente: clima, globalizzazione, trasformazione degli habitat.
Il virus può arrivare con un viaggiatore. La zanzara può essere già qui. E il clima può rendere più favorevoli le condizioni perché il ciclo continui.
È una catena. E basta che cambino alcuni anelli perché cambi il rischio.
E POI C’È L’ANOPHELES
Qui la questione diventa ancora più interessante. Il genere Anopheles comprende le zanzare responsabili della trasmissione della malaria. La malaria è stata eliminata dall’Europa nel corso del Novecento, ma le zanzare capaci di trasmetterla non sono scomparse dall’Europa.
L’ECDC ricorda che diverse specie di zanzare malariche sono ancora presenti nelle aree temperate europee. Quasi tutti i casi di malaria registrati nell’UE/SEE sono oggi importati, e quindi il rischio di una trasmissione locale rimane generalmente limitato grazie ai sistemi sanitari e alla sorveglianza. Ma il cambiamento climatico può aumentare la possibilità che le condizioni ambientali diventino più favorevoli alla trasmissione. Alcune specie del genere Anopheles sono già presenti in Italia.
Per esempio Anopheles plumbeus, presente in numerosi Paesi europei, è stata documentata anche in Italia ed è una specie competente per la trasmissione di ceppi di malaria in condizioni sperimentali.
Questa non è una previsione apocalittica. È una questione di resilienza epidemiologica. La domanda seria non è: “Arriverà la malaria a Bologna?”
La domanda seria è: “Se le condizioni ambientali cambiano, quanto siamo preparati a riconoscere rapidamente un nuovo rischio?”
È una domanda completamente diversa. E molto più utile.
LE SPECIE ALIENE NON SONO SOLTANTO UN PROBLEMA ECOLOGICO
Quando diciamo “specie invasive” immaginiamo spesso una pianta esotica che soffoca quella autoctona. Ma una specie invasiva può essere anche un vettore di malattia. La zanzara tigre ne è un esempio.
Il cambiamento climatico può rendere alcune aree europee progressivamente più adatte alla sua stabilizzazione e diffusione. L’ECDC considera già gran parte dell’Europa un territorio potenzialmente sempre più favorevole alla sua presenza, pur sottolineando che clima, urbanizzazione e disponibilità di habitat artificiali interagiscono tra loro.
Ed ecco una contraddizione interessante della città contemporanea. Costruiamo. Impermeabilizziamo. Modifichiamo il drenaggio dell’acqua. Creiamo contenitori artificiali. Trasportiamo merci da un continente all’altro. Facciamo circolare milioni di persone. Poi ci stupiamo se anche gli organismi viaggiano. La globalizzazione non ha costruito soltanto aeroporti e autostrade.
Ha costruito autostrade biologiche.
NON CI SONO SOLTANTO I VIRUS
Il capitolo ancora più grande riguarda i microrganismi. Batteri. Funghi. Parassiti. Microrganismi ambientali. Patogeni animali e vegetali. Il cambiamento climatico può modificare gli ambienti nei quali questi organismi vivono e interagiscono. E c’è una questione particolarmente delicata: l’antibiotico-resistenza.
L’OMS ha evidenziato che il cambiamento climatico può favorire condizioni che facilitano lo sviluppo e la diffusione di microrganismi resistenti agli antimicrobici. Temperature più elevate possono influenzare la crescita batterica e altri meccanismi ecologici, mentre eventi estremi come alluvioni e ondate di calore possono compromettere infrastrutture sanitarie, acqua e servizi igienici.
Quindi il problema non è soltanto: “Quale nuova malattia arriverà?” È anche: “Quanto diventerà difficile curare quelle che già conosciamo?”
Questa è una domanda enorme. E quasi sempre rimane fuori dalla fotografia del cambiamento climatico.
E I VIRUS ANTICHI?
Qui bisogna evitare una scorciatoia narrativa molto seducente: “Si scioglie il permafrost e tornano i virus preistorici.”
La realtà scientifica è più complessa.
Il permafrost contiene una straordinaria diversità microbica e il suo scongelamento modifica profondamente l’attività e la composizione delle comunità microbiche. La ricerca più recente sta studiando proprio questi cambiamenti e le loro possibili conseguenze.
Ma dire che ogni microrganismo liberato dal ghiaccio rappresenti automaticamente una minaccia epidemica sarebbe semplicemente scorretto. La questione interessante è un’altra.
Stiamo scongelando ecosistemi che erano rimasti isolati per periodi molto lunghi.
Non sappiamo ancora completamente che cosa questo significhi per tutte le interazioni biologiche future. E quando parliamo di cambiamento climatico dovremmo imparare a distinguere due categorie: quello che sappiamo già osservare,
e quello che dobbiamo ancora imparare a prevedere. La seconda categoria non è fantascienza. È ricerca.
IL GRANDE PARADOSSO: PIÙ CALDO NON SIGNIFICA SEMPLICEMENTE “PIÙ MALATTIE”
C’è un’altra cosa importante. Il cambiamento climatico non produce automaticamente più patogeni ovunque. Alcuni organismi prospereranno. Altri scompariranno. Alcuni vettori avanzeranno verso nord. Altri potrebbero essere penalizzati da estati troppo calde e secche. Alcune malattie aumenteranno. Altre potrebbero diminuire. È un gigantesco rimescolamento ecologico.
Ed è proprio questa complessità che rende insufficiente una politica climatica basata soltanto su CO2, alberi e temperatura.
LA CITTÀ CHE CONTINUA A GUARDARE SOLO IL TERMOMETRO
Ed eccoci alla questione urbana. La città contemporanea combatte il cambiamento climatico attraverso:alberi, tetti verdi, pannelli solari, piste ciclabili, de-pavimentazioni, fontane, ombra.
Tutto necessario. Ma manca spesso una quarta dimensione: l’ecologia sanitaria.
Se vogliamo progettare la città del futuro dovremmo sapere: quali specie stanno arrivando; quali stanno scomparendo; quali vettori stanno aumentando; quali patogeni possono trovare nuovi ospiti; come cambiano le popolazioni di zanzare; come cambiano zecche e altri vettori; come cambiano batteri e funghi; come cambiano le acque stagnanti; come gli eventi estremi modificano il rischio sanitario.
Non basta quindi fare la conta degli alberi. Dovremmo cominciare a fare anche la mappa biologica della città.
LA PROSSIMA MAPPA DELLA CITTÀ POTREBBE NON ESSERE URBANISTICA
Immaginiamo una Bologna futura. Non una mappa con soltanto tram, cantieri, parcheggi e piste ciclabili. Una mappa con: le aree di proliferazione delle zanzare; i corridoi ecologici delle specie invasive; le zone con maggiore presenza di zecche; le acque stagnanti; le isole di calore; le aree vulnerabili alle alluvioni; i luoghi con maggiore rischio di contaminazione; le variazioni stagionali dei vettori; i dati microbiologici ambientali; i luoghi e le aree in cui si concentrano soggetti fragili.
Una mappa epidemiologica dinamica della città.
Perché il vero cambiamento climatico non consiste soltanto nel fatto che domani avremo 2 °C in più. Consiste nel fatto che un ambiente più caldo può diventare un ambiente biologicamente diverso. E una città biologicamente diversa richiede una nuova forma di urbanistica.
IL PROBLEMA NON È AVERE PAURA DELLA NATURA
Anzi. È esattamente il contrario. Abbiamo passato decenni a trattare la natura urbana come decorazione. Un albero quando serve ombra (addirittura in un vaso) . Un prato quando serve verde. Un parco quando serve compensazione. Ma la natura non è un’immagine da mettere nel rendering del progetto. È una rete di interazioni.
E dentro quella rete convivono organismi utili, innocui, dannosi e potenzialmente patogeni. La vera sfida del cambiamento climatico sarà quindi imparare a progettare non contro gli ecosistemi, ma dentro gli ecosistemi. Sapendo che ogni modifica produce conseguenze. Anche quelle che non vediamo.
DAL GREENWASHING AL “MICROBIO- WASHING”
Forse dovremmo cominciare a diffidare anche di una nuova forma di greenwashing. Quella che misura la sostenibilità attraverso il numero di alberi piantati e i metri quadrati di verde dichiarati, senza chiedersi quale ecosistema si sta realmente costruendo. Perché piantare 10.000 alberi non significa automaticamente creare biodiversità. Creare uno stagno non significa automaticamente creare un ecosistema equilibrato. Rinaturalizzare una superficie non significa automaticamente eliminare ogni rischio. E progettare una città verde non significa semplicemente colorarla di verde sulla planimetria.
La domanda non dovrebbe essere soltanto: “Quanto verde abbiamo?” Dovrebbe essere: “Quale sistema biologico stiamo creando?”
LA CITTÀ DEL FUTURO AVRÀ BISOGNO DI BIOLOGI
Forse la vera rivoluzione urbanistica sarà questa. Accanto all’architetto. All’ingegnere. Al paesaggista. Al mobility manager. Dovremo avere epidemiologi, entomologi, microbiologi, ecologi, sociologi urbani, veterinari e specialisti di salute pubblica. Perché la città del futuro non sarà semplicemente una città più fresca. Dovrà essere una città ecologicamente intelligente. Una città capace di prevedere non soltanto dove passerà il tram. Ma dove potrebbe passare una zanzara. Non soltanto dove costruire un parco. Ma quale equilibrio biologico e sociosanitario quel parco produrrà. Non soltanto quanti alberi piantare. Ma quali specie, quali habitat e quali interazioni favorire.
IL CAMBIAMENTO CLIMATICO NON STA ARRIVANDO È GIÀ ENTRATO IN CITTÀ.
Lo vediamo nel termometro. Nelle piogge. Nelle piante. Negli insetti. Negli animali. Nelle malattie. E soprattutto nelle mappe che stanno lentamente cambiando.
L’Europa sta già registrando nuove condizioni favorevoli alla diffusione di malattie trasmesse da zanzare e zecche. L’OMS definisce l’Europa la regione del mondo che si sta riscaldando più rapidamente e segnala l’espansione di vettori come Aedes albopictus e lo spostamento di zecche verso latitudini e altitudini maggiori. Non è una profezia. È ecologia.
E forse la domanda che dovremmo fare davanti a ogni nuovo progetto urbano non è soltanto: “Quanto cemento mettiamo?” Ma anche: “Quale mondo biologico stiamo costruendo?”
Perché il cemento modifica il clima. Il clima modifica gli ecosistemi. Gli ecosistemi modificano i vettori. I vettori modificano le malattie. E alla fine la questione torna sempre lì: progettare una città significa progettare le condizioni della vita.
Anche di quella che non vediamo.
laureato con lode in medicina e chirurgia, specialista in Igiene, Epidemiologia e Medicina Preventiva, ha frequentato il master in Epidemiologia promosso dall’Associazione Italiana di Epidemiologia. Dal 2004 professore a contratto presso l’Università degli Studi di Bologna – Facoltà di Medicina e Chirurgia in Igiene Applicata, Epidemiologia e corsi elettivi in comunicazione del rischio. Dirigente Medico dipendente di strutture pubbliche dal 30 dicembre 1993, ha iniziato la sua attività professionale presso l’ASL di Milano ed è attualmente Direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Azienda USL di Bologna. Organizza dal 2023, con cadenza annuale, il Congresso Nazionale “Ambiente, Salute e Cambiamenti Climatici” ed è particolarmente impegnato nella realizzazione di interventi di promozione della salute in coprogettazione col terzo settore. Nel giugno 2021 gli è stata conferita l’onorificenza di Ufficiale della Repubblica Italiana.
Affinchè un virus tipicamente esotico inizi a circolare localmente in un’area non endemica, devono coesistere contemporaneamente quattro condizioni biologiche, ambientali e sociali: il caso importato, la presenza di un vettore competente (in questo caso la zanzara tigre – aedes albopictus), il clima favorevole (temperature elevate, umidità e piogge intense), il contatto stretto tra uomo e zanzara (facilitato da micro-ristagni di acqua nei sottovasi, nei tombini, nei copertoni abbandonati e dall’alta densità abitativa delle nostre città).
Al tavolo della progettazione dovrebbero sedere accanto agli architetti e agli ingegneri epidemiologi e medici di sanità pubblica (per studiare l’impatto di smog, verde e rumore sulle malattie croniche della popolazione e per mappare le disuguaglianze di salute), ecologi e biologi ambientali (per valutare la biodiversità, la qualità del suolo e la gestione delle acque piovane), climatologi (per analizzare i venti, le temperature e l’effetto isola di calore dei nuovi quartieri) e sociologi urbani (per capire i bisogni reali delle persone e garantire che il verde e i servizi siano accessibili a tutti, senza creare diseguaglianze in salute).