Legittimo, ma inattuale
L'assimetria temporale tra urbanistica e cambiamento climatico
C’è un’assimmetria che pesa più di quanto si dica: una scelta urbanistica ha un tempo lungo e lento: previsioni di piano, convenzioni, diritti edificatori, gare, autorizzazioni. Ma una volta maturata resta come cristallizzata alla data in cui è stata presa. Un atto del 2015 fotografa il mondo del 2015, con le sue conoscenze, i suoi valori, le sue urgenze. Se i lavori partono nel 2026 o nel 2027, quella fotografia non si adatta più al contesto.
Il clima, invece, corre. In undici o dodici anni le estati sono diventate più calde, le ondate di calore più frequenti, i suoli più asciutti e le città più fragili. Il valore di una superficie permeabile, ombreggiata e piena di vegetazione, capace di raffrescare e di trattenere l’acqua, non è lo stesso del 2015. Si è alzato, e continuerà a salire. Malgrado oggi venga svenduta.
Il bosco cresce, la decisione no
La cosa più contraddittoria è che l’oggetto della decisione cambia nel tempo, mentre la decisione resta ferma. Un’area rinaturalizzata spontaneamente non è un valore statico: ogni anno aumentano la copertura arborea, la massa legnosa, il carbonio immagazzinato, la complessità del suolo, la biodiversità. Ogni stagione di crescita rende più costoso ciò che si andrà a togliere.
Qui il confronto con le compensazioni diventa impietoso. Un albero piantato oggi impiega decenni per svolgere funzioni paragonabili a quelle di uno maturo, e nel frattempo il bilancio è in perdita secca. E il tempo ha un valore: il carbonio perso subito pesa sul clima adesso, mentre quello che le nuove piantagioni assorbiranno arriverà tra trent’anni, quando probabilmente servirà ancora di più.
C’è anche un risvolto giuridico. Sul riconoscimento del bosco contano soglie di estensione, larghezza e copertura. Un’area che nel 2015 poteva non raggiungerle, o raggiungerle a stento, dopo un decennio di crescita spontanea potrebbe rientrarvi. Il terreno cambia sotto i piedi del diritto, e il diritto, quando guarda agli atti già assunti, tende a guardare indietro e non avanti.
Quando la legittimità diventa un’inerzia
Sul piano amministrativo è tutto in regola: un procedimento concluso produce effetti, crea affidamenti, genera diritti. Ma la legittimità di un atto non coincide con la sua attualità. Si può eseguire fedelmente una decisione corretta all’origine e produrre, oggi, un danno che nessuno avrebbe scelto di produrre con le conoscenze di oggi.
Dal 2022 la Costituzione, all’articolo 9, tutela espressamente ambiente, biodiversità ed ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Se questo principio ha un significato operativo, dovrebbe valere anche per le decisioni già prese, non solo per quelle future. Altrimenti resta una dichiarazione che governa i nuovi atti e lascia intatto il peso dei vecchi.
La domanda che manca
Le amministrazioni sono attrezzate per rispondere alla domanda “questo atto è valido?”. Molto meno per quella decisiva: “questa decisione ha ancora senso?”.
Manca, nella pratica, un momento di revisione che riguardi i progetti approvati ma non ancora eseguiti. Una clausola di verifica, un aggiornamento della valutazione ambientale, un test di attualità prima che le ruspe entrino. Chi paga il costo di non averlo previsto è sempre la stessa parte: la città, che si ritrova a rimuovere oggi qualcosa che vale più di quanto valeva quando fu messo in conto. Che sia il Parco Mitilini Sforza Moneta al Pilastro con il cantiere per il Museo dei Bambini o il Bosco Ospizio a Reggio Emilia con il cantiere per il megastore di Conad.
E forse questa è la lezione più scomoda: la partecipazione arriva sempre quando il tempo della decisione è già chiuso. Ascoltare i cittadini nel 2026 su un atto del 2015 significa discutere come eseguire una scelta, non se sia ancora giusto farla. Il clima, nel frattempo, non ha aspettato nessuno.