Il costo che non compare nei conti
Bosco Ospizio non è un caso isolato. È un caso esemplare.
Le ruspe arrivate nell’area di Bosco Ospizio hanno reso visibile, in modo quasi brutale, una dinamica che spesso rimane nascosta dietro atti urbanistici, autorizzazioni, varianti, compravendite e progetti perfettamente legittimi. Il punto non è sostenere che ogni intervento della grande distribuzione sia illegale. Al contrario: proprio perché molte di queste operazioni si muovono dentro il perimetro della legge, vale la pena interrogarsi su ciò che la legge e il mercato non riescono a contabilizzare.
Le grandi aziende della distribuzione hanno una capacità finanziaria che consente loro, fin dove lo permette l’elasticità degli strumenti urbanistici, di acquisire aree molto estese e inserirle in operazioni immobiliari e urbanistiche.
Il terreno ha un valore. Il progetto ha un valore. Il supermercato ha un valore. L’investimento ha un rendimento. Ma quanto vale ciò che viene trasformato o perduto?
Quanto vale un’area verde che non sarà più permeabile? Quanto costa l’aumento dell’isola di calore, la perdita di ombra, la riduzione della biodiversità, l’acqua piovana che non verrà più assorbita dal terreno? Quali sono i costi sanitari della rimozione di un polmone verde in una città? E quanto valgono, nel bilancio di un’operazione immobiliare, gli anni di mobilitazione dei cittadini che chiedono di conservare quello spazio?
Questi costi raramente compaiono nella voce economica dell’operazione.
Bosco Ospizio è arrivato dopo una lunga mobilitazione
È importante ricordarlo proprio ora che le ruspe hanno trasformato la controversia in un’immagine.
La mobilitazione contro la trasformazione di Bosco Ospizio non è nata quando sono comparse le ruspe. È iniziata molto prima, attraverso assemblee, presidi, discussioni, richieste di confronto e iniziative pubbliche. Lo stesso vale per molte delle vertenze che riguardano supermercati e grandi strutture commerciali insediate su aree aperte o su terreni la cui destinazione viene modificata.
Per questo pubblichiamo una tabella delle principali vertenze in corso. La cronologia serve a smontare una narrazione ricorrente: quella secondo cui i cittadini si accorgerebbero della trasformazione del territorio soltanto quando arrivano le ruspe.
Spesso accade esattamente il contrario.
Le ruspe sono l’ultimo capitolo. Non il primo.
Il problema non è soltanto cosa permette la legge
Una domanda diversa, però, riguarda il rapporto fra legalità e convenienza economica.
Se un’operazione è autorizzata, l’impresa può legittimamente realizzarla. Ma questo non significa che ogni conseguenza dell’operazione sia automaticamente positiva per la collettività. È qui che Bosco Ospizio diventa interessante anche al di là della vicenda specifica.
Perché se il sistema economico considera soltanto il costo dell’acquisizione del terreno, della progettazione, della costruzione e degli eventuali oneri previsti, mentre considera esterni i costi ambientali e sociali, l’operazione può risultare conveniente proprio perché una parte del suo costo viene scaricata altrove.
È una questione che riguarda il modello di sviluppo urbano, non soltanto un supermercato.
E se entrasse in gioco anche il consumatore?
Qui si apre un terreno diverso.Una campagna di informazione. Una mobilitazione. La scelta di non utilizzare una determinata tessera. La restituzione di una tessera. La richiesta pubblica di trasparenza sulle operazioni immobiliari.
Oppure, più semplicemente, la decisione di acquistare altrove. Sono strumenti di pressione che non sostituiscono la legge e non pretendono di farlo. Una campagna di boicottaggio dei consumatori, in Italia, è in linea generale lecita, purché esercitata con modalità lecite e senza minacce, coercizione o diffamazione.
Ma il punto politico è un altro.
Che cosa succede se il costo reputazionale di un’operazione diventa abbastanza alto da entrare nei calcoli di chi la finanzia?
Se associare un marchio alla distruzione di un’area verde significa perdere clienti, consenso e reputazione, quella conseguenza diventa un elemento economico reale. Non è sostituire la legge con il boicottaggio. È introdurre un altro pezzo di realtà nel calcolo economico costi-benefici.
Il prezzo del terreno non è il valore del territorio
Bosco Ospizio ci ricorda una cosa semplice ma spesso rimossa dal linguaggio urbanistico: il prezzo di un terreno non coincide con il valore del territorio. Un terreno può avere un determinato valore di mercato. Un bosco urbano può avere un valore ecologico, climatico e sociale che quel prezzo non incorpora.Perché se il guadagno dell’operazione rimane privato mentre una parte dei costi ambientali e sociali viene distribuita sulla collettività, abbiamo un problema che nessuna ruspa può risolvere. Bosco Ospizio e molte altre vertenze simili, allora, non sono soltanto una vertenza locali. sono laboratori a cielo aperto per capire come decidiamo che cosa può essere trasformato, quanto vale il verde e soprattutto chi ha il potere di stabilirne il prezzo. La tabella delle vertenze racconta proprio questo: non una serie di proteste isolate, ma una mappa di conflitti che spesso cominciano molto prima delle ruspe.
E forse è proprio lì che dovremmo iniziare a guardarli.
