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Chi viene creduto in città? Viaggio nell’attivismo epistemico

non basta avere voce: bisogna essere riconosciuti come portatori di conoscenza

Immaginiamo un’amministrazione che progetti un servizio pubblico senza prevedere percorsi accessibili alle persone in carrozzina. Architetti e funzionari possono considerare il progetto tecnicamente corretto. Ma se vengono coinvolte direttamente le persone con disabilità, emergono ostacoli che le planimetrie non avevano evidenziato.

Qui entra in gioco l’attivismo epistemico: l’insieme delle pratiche individuali e collettive che cercano di rendere la produzione della conoscenza più giusta, inclusiva e consapevole dei rapporti di potere che la attraversano. Non significa semplicemente informare o difendere un’opinione. Significa interrogarsi su chi può produrre sapere, quali esperienze vengono riconosciute come credibili, quali problemi diventano visibili e quali, invece, continuano a essere ignorati. In altre parole, non riguarda soltanto ciò che sappiamo, ma anche come lo sappiamo, chi viene ascoltato e chi resta escluso.

Quando una testimonianza non viene creduta

Per comprendere questo fenomeno bisogna partire dal concetto di ingiustizia epistemica, sviluppato dalla filosofa britannica Miranda Fricker. Si verifica quando una persona viene svantaggiata nella propria capacità di contribuire alla conoscenza a causa di pregiudizi, stereotipi o disuguaglianze sociali. Pensiamo a una donna che denuncia una violenza domestica e viene considerata poco attendibile perché giudicata troppo emotiva. Oppure a una persona con disturbi psichici le cui affermazioni vengono sistematicamente interpretate attraverso la diagnosi, anche quando descrive problemi reali e verificabili. In entrambi i casi, il pregiudizio interviene prima ancora della valutazione dei fatti. La persona non subisce soltanto una discriminazione: viene privata della possibilità di essere riconosciuta come fonte legittima di conoscenza. L’attivismo epistemico cerca di contrastare questi meccanismi attraverso la raccolta di testimonianze, la documentazione delle esperienze e la creazione di spazi di ascolto. L’obiettivo non è considerare automaticamente vera ogni testimonianza, ma garantire che venga valutata senza che il pregiudizio ne determini anticipatamente il valore.

Dare un nome alle esperienze invisibili

Immaginiamo una lavoratrice sottoposta a continue umiliazioni, isolamento e svalutazione professionale. Potrebbe interpretare questi episodi come conflitti personali o conseguenze della propria fragilità. Questa è una forma di ingiustizia epistemica. Ma quando incontra altre persone con esperienze simili e scopre il concetto di mobbing, può finalmente riconoscere un problema collettivo. O quanto accaduto con i movimenti femministi, che hanno contribuito a portare nella discussione pubblica fenomeni come le molestie sessuali e la violenza domestica, per lungo tempo confinati nella dimensione privata. Dare un nome a un’esperienza significa renderla riconoscibile, raccontabile e potenzialmente oggetto di intervento politico. Il linguaggio, dunque, non serve soltanto a descrivere la realtà, ma permette di comprenderla e trasformarla. Ciò che non viene nominato difficilmente diventa un problema pubblico. E ciò che non viene riconosciuto rischia di rimanere fuori dalle statistiche, dalle politiche e dalle decisioni.

La disabilità: niente su di noi senza di noi

Uno degli esempi più significativi di attivismo epistemico riguarda il movimento per i diritti delle persone con disabilità. Per molto tempo, la disabilità è stata raccontata prevalentemente attraverso categorie mediche, assistenziali e caritative. Medici, tecnici e istituzioni prendevano decisioni che riguardavano direttamente la vita delle persone, senza necessariamente coinvolgerle. Il movimento per la vita indipendente ha contestato questo modello, rivendicando il principio Nothing About Us Without Us, ovvero «Niente su di noi senza di noi». Non si tratta soltanto di partecipazione democratica, ma del riconoscimento di una conoscenza specifica: quella che nasce dall’esperienza quotidiana della disabilità. Una persona che utilizza una carrozzina conosce ostacoli urbani che possono sfuggire a un progettista. Una persona cieca può individuare criticità nei percorsi pedonali che una valutazione puramente tecnica non rileva. Questo sapere non sostituisce le competenze professionali, ma le integra e le arricchisce. Il cambiamento è anche culturale: la disabilità non viene più interpretata esclusivamente come una condizione individuale, ma anche come il risultato dell’interazione tra le persone e le barriere fisiche, sociali e organizzative.

La città come luogo di conoscenza

L’attivismo epistemico assume un significato particolarmente concreto nelle trasformazioni urbane.Immaginiamo un quartiere interessato da un progetto di riqualificazione. I tecnici analizzano costi, mobilità e caratteristiche degli spazi. Gli abitanti, però, conoscono aspetti che difficilmente emergono dalle relazioni tecniche: una piazza utilizzata dagli anziani, un giardino frequentato dai bambini, un percorso indispensabile per raggiungere i servizi. Se queste conoscenze vengono ignorate, il progetto rischia di rispondere a una rappresentazione incompleta del territorio. Lo stesso accade nelle questioni ambientali. Gli esperti misurano gli inquinanti e analizzano i dati scientifici, mentre gli abitanti possono segnalare gli orari del traffico più intenso, gli odori persistenti o le situazioni che richiedono ulteriori verifiche. Attraverso il monitoraggio partecipato, cittadini, associazioni e ricercatori possono collaborare per costruire una conoscenza più completa: la partecipazione non elimina la necessità di verifiche scientifiche. Permette, piuttosto, di individuare domande che altrimenti non sarebbero state formulate.

Anche il paziente produce conoscenza

Un altro terreno importante è quello della salute. Nel rapporto tradizionale tra medico e paziente, il sapere viene spesso rappresentato come una prerogativa del professionista. Ma chi convive con una malattia possiede una conoscenza diretta dei sintomi, degli effetti delle terapie e delle difficoltà quotidiane. Quando queste osservazioni vengono ignorate, si rischia di perdere informazioni importanti. Le associazioni dei pazienti e le esperienze di ricerca partecipata cercano di modificare questa relazione, chiedendo che le persone direttamente interessate contribuiscano alla definizione delle priorità della ricerca e alla valutazione dei percorsi di cura. A scanso di ogni obiezione di relativismo: non significa mettere sullo stesso piano una testimonianza individuale e una prova scientifica. Significa riconoscere che competenze differenti possono concorrere a una comprensione più accurata della realtà.

L’attivismo epistemico nell’era digitale

Internet e le piattaforme digitali hanno ampliato enormemente le possibilità di produrre e diffondere informazioni. Ma hanno anche moltiplicato i rischi di disinformazione. L’attivismo epistemico digitale può manifestarsi nella verifica collettiva delle notizie, nell’accessibilità dei dati pubblici, nella divulgazione scientifica e nella possibilità di contestare informazioni inesatte attraverso fonti verificabili. Il suo obiettivo non è sostituire una verità ufficiale con una qualsiasi narrazione alternativa. Al contrario, consiste nel promuovere strumenti critici per distinguere fatti, interpretazioni e opinioni. La popolarità di un contenuto non ne dimostra l’attendibilità. Allo stesso modo, mettere in discussione un’autorità non significa necessariamente produrre una conoscenza migliore. Un autentico attivismo epistemico deve conservare il rigore della verifica, la disponibilità al confronto e la capacità di correggere gli errori.

Conoscenza, potere e democrazia

Il significato politico dell’attivismo epistemico emerge quando ci chiediamo chi abbia realmente la possibilità di influenzare le decisioni collettive. Una democrazia non può limitarsi a garantire formalmente il diritto di parola. Deve creare condizioni concrete affinché le persone possano essere ascoltate, accedere alle informazioni e contribuire alla definizione dei problemi che le riguardano. Questo richiede almeno tre cambiamenti: rendere visibili le esperienze ignorate, mettere in discussione i pregiudizi che determinano la credibilità delle persone e modificare le pratiche attraverso cui viene prodotta e utilizzata la conoscenza, lo scopo è proteggere l’ecosistema informativo da manipolazioni e polarizzazione, dalle “bolle epistemiche”, in cui mancano voci alternative, e dalle “camere dell’eco”, in cui quelle voci vengono attivamente screditate.

Non significa negare le competenze degli esperti, ma impedire che diventino gerarchie assolute di potere. La conoscenza non è mai completamente separata dalle relazioni sociali. Dipende dalle istituzioni, dai linguaggi, dalle risorse disponibili e dalle possibilità di partecipazione.

Per questo l’attivismo epistemico collega il diritto di conoscere al diritto di essere riconosciuti come soggetti capaci di produrre conoscenza. Perché una città, e una società, diventano più democratiche non soltanto quando permettono a tutti di esprimersi, ma quando riconoscono che la conoscenza può nascere anche da chi, troppo a lungo, è stato considerato soltanto destinatario delle decisioni altrui.

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