La nuova Utopia: Roland Mace e la sua città per tutti
l'architettura non è neutrale: può favorire l'autonomia e la partecipazione oppure produrre dipendenza, isolamento ed esclusione
Una scala può essere una barriera, una porta troppo stretta una forma di esclusione. Un marciapiede interrotto può impedire a una persona di lavorare, studiare, incontrare gli amici o semplicemente uscire di casa. Siamo abituati a considerare questi elementi solo dettagli architettonici, inconvenienti tecnici, problemi da risolvere quando si presentano. Ma se il problema non fossero le persone che non riescono a utilizzare determinati spazi, ma il modo in cui quegli spazi sono stati progettati?
È la domanda che ha attraversato la vita e il lavoro di Ronald Lawrence Mace (1941-1998), architetto statunitense, attivista per i diritti delle persone con disabilità e principale promotore dell’Universal Design, la “progettazione universale”. Un’idea apparentemente semplice, ma capace di mettere in discussione uno dei presupposti più radicati dell’architettura moderna: l’esistenza di un essere umano standard, dotato di determinate capacità fisiche, sensoriali e cognitive, intorno al quale organizzare il mondo. Ronald Mace aveva nove anni quando contrasse la poliomielite, la malattia gli provocò una disabilità motoria permanente. Da allora utilizzò una sedia a rotelle. Quando iniziò a studiare architettura alla North Carolina State University, si trovò a constatare che l’università nella quale avrebbe imparato a progettare edifici era essa stessa piena di barriere che rendevano difficile la sua partecipazione alla vita accademica. La sua esperienza quotidiana era segnata da ostacoli che la maggior parte delle persone neppure notava: gradini, porte, ingressi inaccessibili, percorsi impossibili. L’esperienza contribuì a formare una convinzione destinata a orientare tutta la sua attività professionale: la disabilità non può essere compresa prescindendo dall’ambiente in cui una persona vive. Un edificio, una strada, un mezzo di trasporto non sono elementi neutrali. Possono favorire l’autonomia oppure produrre dipendenza ed esclusione. Mace divenne architetto e si impegnò nella trasformazione delle normative edilizie. Contribuì alla definizione della legislazione sull’accessibilità della Carolina del Nord, adottata nel 1973, e sostenne il movimento che avrebbe portato, nel 1990, all’approvazione dell’Americans with Disabilities Act, una delle più importanti leggi statunitensi contro la discriminazione delle persone con disabilità. Ma il suo contributo più innovativo non riguardò soltanto le norme, ma il modo stesso di concepire la progettazione: L‘Universal Design, la città per tutti.
Fino agli anni Settanta, e in larga misura anche successivamente, l’accessibilità veniva affrontata attraverso interventi correttivi. Prima si costruiva un edificio secondo criteri considerati ordinari; poi, quando emergevano esigenze differenti, si cercava di adattarlo. Si aggiungeva una rampa, si installava un ascensore, si ricavava un ingresso secondario. Mace capovolse questa logica. Perché progettare un ambiente destinato a una persona idealmente normodotata e soltanto in seguito modificarlo per chi non corrisponde a quel modello? Perché considerare l’accessibilità un’aggiunta, anziché una caratteristica fondamentale della qualità progettuale? Negli anni Ottanta contribuì quindi a sviluppare e diffondere il concetto di Universal Design: progettare prodotti, edifici e ambienti utilizzabili dal maggior numero possibile di persone, senza dover ricorrere necessariamente ad adattamenti successivi o soluzioni specializzate. Nel 1989 fondò presso la North Carolina State University il Center for Accessible Housing, successivamente diventato Center for Universal Design, destinato a rappresentare un riferimento internazionale. L’innovazione consisteva nel riconoscere che la diversità umana non è un’eccezione. Le persone hanno corpi differenti, capacità differenti, modi differenti di muoversi, comunicare, percepire e comprendere il mondo. E queste caratteristiche possono cambiare nel corso della vita. Un ambiente progettato per una sola tipologia di utente finisce inevitabilmente per escluderne altri.
Nel 1997 Mace e un gruppo interdisciplinare di esperti elaborarono i sette principi dell’Universal Design, destinati a influenzare profondamente la cultura della progettazione. Il primo è l’uso equo: uno spazio dovrebbe poter essere utilizzato da persone con capacità differenti, evitando percorsi separati o discriminatori. Un ingresso principale accessibile a tutti, per esempio, è preferibile a una porta secondaria riservata alle persone in carrozzina. Seguono la flessibilità d’uso, che permette di adattare ambienti e oggetti a esigenze differenti, e l’uso semplice e intuitivo, che rende comprensibile il funzionamento di un servizio indipendentemente dall’esperienza o dalle capacità cognitive di chi lo utilizza. Il quarto principio riguarda le informazioni percepibili: indicazioni visive, sonore e tattili dovrebbero integrarsi, così che le informazioni essenziali non siano affidate a un unico canale sensoriale. Gli ultimi tre principi riguardano la tolleranza all’errore, per ridurre i rischi degli utilizzi involontariamente scorretti; il ridotto sforzo fisico, per rendere agevole l’uso di oggetti e ambienti; e infine dimensioni e spazi adeguati, che consentano alle persone di avvicinarsi, muoversi e utilizzare le strutture indipendentemente dalla corporatura o dalla mobilità.
Il pensiero di Ronald Mace appare particolarmente attuale osservando le trasformazioni delle città contemporanee. Non si tratta soltanto di criteri tecnici. Dietro questi principi emerge una diversa concezione della società: non è la persona a dover dimostrare di essere sufficientemente abile per utilizzare uno spazio, ma è il progetto a dover tenere conto della varietà delle persone. L’Universal Design mette in discussione una presunta neutralità dello spazio. Non significa sostenere che un’unica soluzione possa soddisfare ogni necessità. Esigenze diverse possono richiedere anche adattamenti individuali e strumenti specifici. Significa, però, che l’accessibilità deve diventare il punto di partenza, non un problema da affrontare alla fine.
Ronald Mace morì nel 1998, a 57 anni, ma la sua eredità continua a influenzare l’architettura, il design, l’urbanistica e la progettazione dei servizi. L’Universal Design ha contribuito a diffondere una concezione dell’accessibilità che non riguarda esclusivamente le persone con disabilità. Un ingresso senza gradini può essere utile anche a chi spinge un passeggino, a chi trasporta bagagli, a una persona anziana o a chi attraversa temporaneamente una condizione di ridotta mobilità. Questo beneficio diffuso, tuttavia, non deve cancellare l’origine politica dell’idea: la necessità di contrastare l’esclusione delle persone con disabilità e riconoscere il loro diritto a partecipare pienamente alla vita sociale: l’accessibilità non è una gentile concessione dell’architettura: è una condizione fondamentale dell’uguaglianza.
Uno degli aspetti più significativi dell’eredità di Mace riguarda poi il rapporto tra esperienza personale, conoscenza e trasformazione sociale. La sua attività dimostra che le persone con disabilità non devono essere considerate soltanto destinatarie di interventi progettati da altri. Possono essere protagoniste della produzione di conoscenza, della definizione dei problemi e dell’elaborazione delle soluzioni. In questo senso, il suo lavoro si presenta come espressione di attivismo epistemico: mette in discussione chi abbia il potere di stabilire quali corpi siano considerati normali, quali esigenze siano riconosciute come legittime e quali esperienze debbano orientare le scelte collettive. Non è sufficiente progettare per le persone con disabilità. Occorre progettare con le persone con disabilità.
Anche in Italia, architetti e progettisti si sono interrogati su come affrontare il progressivo ribaltamento del concetto di disabilità, che da “caratteristica intrinseca della persona” diventa “prodotto dell’interazione tra condizioni di salute e ambiente costruito”, la sfida di integrare diversità e l’inclusione in un progetto architettonico, nelle creazione di ambienti che favoriscano una partecipazione e esperienza equa, naturale e la continuità della sua fruizione nel tempo. L’architetto Sergio Bettini ha studiato l’architettura e allestimento di alcuni musei, il Guggenheim di NY, Il Maxxi di Roma per esempio risultano inaccessibili a chi usa le sedie a rotelle, a Bologna la ripida rampa d’ingresso della Fondazione Mast non solo è impraticabile per i disabili motori, ma rende inaccessibile anche la scultura di Anish Kapoor che si trova lungo il percorso. Sempre a Bologna è emblematica la testimonianza del fisico Marcello Ceccarelli che quando contrasse la sclerosi multipla dovette rivedere l’intera concezione della propria casa costruita sulle colline negli anni ’60 e oramai per lui inaccessibile.