Neanche i cantieri sono uguali per tutti
una città accessibile si giudica anche mentre viene costruita
C’è un equivoco da superare: considerare i disagi dei cantieri un sacrificio uguale per tutti.
Per chi non ha difficoltà motorie, una deviazione può comportare qualche minuto in più. Per una persona in carrozzina, lo stesso percorso può diventare impossibile. Per chi non vede, lo spostamento di una transenna, un segnale provvisorio non percepibile o un percorso tattile interrotto possono trasformare uno spostamento ordinario in una situazione rischiosa. Per una persona anziana, una superficie irregolare può significare rinunciare a uscire di casa.
Quando un itinerario diventa impraticabile, le conseguenze non si esauriscono nel disagio fisico. Si perde autonomia, si dipende dall’aiuto di familiari o accompagnatori, si possono saltare appuntamenti, visite, attività sociali e occasioni di lavoro. Il costo del cantiere viene così trasferito anche sulle persone che non hanno alcun potere sulle sue modalità di organizzazione.
Non manca, almeno negli obiettivi dichiarati del Comune, la consapevolezza del problema.
Nel piano di cantierizzazione della linea rossa, presentato nel febbraio 2023, il Comune descriveva una suddivisione dei lavori in macro-cantieri e sotto-cantieri, da realizzare per fasi, allo scopo di mantenere aperta la viabilità e rendere le cantierizzazioni permeabili e flessibili.
Anche le FAQ ufficiali del progetto tranviario affermano che, nella quasi totalità dei casi, non era prevista l’interdizione completa della circolazione e che sarebbero rimasti disponibili percorsi pedonali lungo i tratti interessati e passaggi trasversali. Per ogni apertura o spostamento di cantiere si sarebbe dovuta individuare la soluzione più conveniente per minimizzare i disagi.
Ma mantenere aperto un passaggio non equivale necessariamente a renderlo accessibile. La differenza è sostanziale.
Un percorso pedonale provvisorio deve essere continuo, sufficientemente largo, stabile, riconoscibile e privo di ostacoli pericolosi. Deve collegarsi ai marciapiedi e agli attraversamenti senza costringere le persone a scendere sulla carreggiata o a compiere deviazioni impraticabili. Deve essere comprensibile anche per chi ha una disabilità visiva e mantenuto in condizioni adeguate durante tutte le fasi del cantiere.
Non basta che il passaggio esista. Deve poter essere utilizzato in sicurezza da chi ne ha bisogno.
Realizzare i lavori senza pregiudicare l’accessibilità in 5 punti
È difficile immaginare opere urbane di questa dimensione senza alcuna interferenza temporanea con la mobilità. Ma era possibile progettare i lavori con l’obiettivo di non interrompere l’autonomia delle persone con disabilità, adottando misure concrete e verificandone l’efficacia.
1) Predisponendo, prima dell’apertura di ogni cantiere, una verifica specifica dell’accessibilità dei percorsi provvisori, con il coinvolgimento delle associazioni delle persone con disabilità e dei tecnici competenti. Non una consultazione generica, ma sopralluoghi sul posto, simulazioni dei tragitti e verifica delle soluzioni prima che diventassero operative.
2) Garantendo itinerari alternativi realmente accessibili, continui e segnalati, mantenendoli in condizioni adeguate per tutta la durata dei lavori. Se il passaggio originario fosse stato inevitabilmente chiuso, la deviazione avrebbe dovuto essere disponibile prima della chiusura, non improvvisata dopo le prime segnalazioni.
3) Coordinando i diversi cantieri considerando non soltanto il singolo tratto stradale, ma l’intero percorso. Un marciapiede accessibile che termina davanti a una transenna non garantisce alcuna accessibilità. Lo stesso vale per una fermata raggiungibile soltanto attraverso un attraversamento impraticabile.
4) introducendo verifiche periodiche e procedure rapide di correzione. Le segnalazioni delle associazioni dovrebbero attivare risposte tracciabili, con responsabilità individuate e tempi certi, anziché dipendere dalla disponibilità contingente di chi gestisce il cantiere.
5) valutando preventivamente le esigenze di persone con disabilità motorie e sensoriali per ogni modifica della viabilità, garantendo informazioni comprensibili e aggiornate anche a chi non utilizza strumenti digitali.
Il PNRR imponeva davvero questi sacrifici?
Il fattore tempo è centrale. Nel dicembre 2023 il Comune spiegava che la realizzazione delle due linee tranviarie in momenti successivi non risultava più attuabile nel rispetto delle scadenze del PNRR. Le due infrastrutture, pur essendo opere funzionalmente autonome, condividevano infatti alcuni elementi tecnici e organizzativi.
Fonte: Comune di Bologna, affidamento dei lavori della linea verde, 11 dicembre 2023.
Questo elemento aiuta a comprendere perché l’amministrazione abbia scelto di coordinare i lavori in un arco temporale ristretto. Non dimostra, tuttavia, che le specifiche criticità di accessibilità fossero inevitabili o che non esistessero alternative organizzative per ridurle. Il rispetto delle scadenze finanziarie è un obiettivo amministrativo importante. Ma non può sostituire la valutazione delle conseguenze delle scelte operative.
Il PEBA: l’accessibilità non può cominciare a lavori finiti
Nel maggio 2025 la Giunta comunale ha approvato il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche (PEBA), collegandolo alle trasformazioni prodotte dalle prime due linee tranviarie. Il Comune ha indicato come obiettivo la creazione progressiva di una rete di percorsi senza barriere, connessa ai trasporti pubblici, alle scuole, ai servizi sociosanitari e agli spazi verdi.
Fonte: Comune di Bologna, approvazione del PEBA, 30 maggio 2025.
È una prospettiva importante. Ma proprio perché le grandi trasformazioni urbane modificano radicalmente lo spazio pubblico, l’accessibilità dovrebbe accompagnare ogni fase del processo: progettazione, cantierizzazione, realizzazione e collaudo. Il quadro normativo italiano prevede già disposizioni per il superamento delle barriere architettoniche negli edifici, negli spazi e nei servizi pubblici, fra cui il DPR 503/1996. Il principio di accessibilità non nasce con il tram e non può essere rinviato alla sua entrata in esercizio.
Fonte: DPR 24 luglio 1996, n. 503, Gazzetta Ufficiale.
La questione, dunque, non è scegliere fra una città più moderna e una città accessibile. È fare in modo che la modernizzazione non produca, durante la sua realizzazione, una città nella quale alcune persone possano muoversi soltanto con l’aiuto di altri.
Una città accessibile si giudica anche mentre viene costruita
Le infrastrutture pubbliche possono migliorare la mobilità, ridurre il traffico e rendere più accessibili intere aree urbane. Sarebbe sbagliato negare questi possibili benefici. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerarli una giustificazione automatica per qualsiasi modalità di realizzazione.
Il trasporto pubblico accessibile non comincia dalla pedana di salita del tram. Comincia dalla possibilità di uscire di casa, raggiungere la fermata, attraversare la strada e percorrere in autonomia lo spazio pubblico. Se uno di questi passaggi viene meno, l’accessibilità della rete resta incompleta.
Il cantiere è una fase della città, non una parentesi nella vita di chi la abita. Anche durante i lavori devono essere garantiti percorsi sicuri, informazioni chiare e soluzioni praticabili. E quando emergono criticità, la priorità deve essere correggerle tempestivamente, non chiedere alle persone di adattarsi indefinitamente.
La domanda da rivolgere alle istituzioni non è se si potesse costruire il tram senza spostare una transenna o chiudere un marciapiede. È se ogni decisione abbia considerato, prima di essere attuata, le conseguenze per chi non dispone di alternative.
Perché una città non è accessibile quando il progetto finale lo dichiara. Lo è quando una persona può attraversarla senza dover negoziare, ogni giorno, il proprio diritto a muoversi.
Il progresso urbano non si misura soltanto da ciò che inaugureremo domani, ma anche da chi siamo stati capaci di non lasciare indietro mentre lo costruivamo.
Ha studiato economia e diritto a Bologna, ha 27 anni e ora lavora come project manager in un’agenzia di comunicazione. È un’attivista nera, disabile, si muove con una carrozzina, che lotta nel modo più intersezionale possibile, ma in particolare per i diritti e le persone con disabilità. È una delle figure chiave di Sistemabile, il collettivo di studenti e attivisti con disabilità di Bologna nato per raccontare la disabilità oltre i pregiudizi e gli stereotipi.
Far capire questo a chi crea gli spazi inaccessibili è molto complicato. Io non dimenticherò mai una delle mappature che abbiamo fatto nel 2022-23 ormai: la proprietaria di una cartoleria, quando le abbiamo chiesto se avesse una rampa, se potessimo entrare, si arrabbiò tantissimo e disse la fatidica frase: “ma adesso non sarà mica che tutti i disabili debbano entrare in tutti i negozi di Bologna, no?” Quindi è accettabile che le persone disabili debbano fare più fatica, debbano fare sacrifici e rinunce e questo è stato così tanto normalizzato che adesso costruire una nuova consapevolezza è onere degli attivisti, ed è tanto tanto faticoso.
Sono tutte sfumature di abilismo da parte di sconosciuti oppure da istituzioni, che ti disabilitano e ti discriminano.
Quali problemi avrebbero potuto essere evitati con una diversa organizzazione dei lavori?
Mi racconti un episodio concreto in cui un cantiere ti ha impedito di muoverti autonomamente a Bologna? Che cosa vorresti chiedere all’amministrazione comunale per evitare che altre persone vivano le stesse difficoltà?
Come rispondono le istituzioni alle vostre segnalazioni e alle vostre richieste di cambiamento?
Quale messaggio vorreste lasciare a chi legge questa intervista e vuole contribuire a una società più inclusiva?