Emilia-Romagna, i numeri non bastano per festeggiare
I dati ISPRA e il divario tra ripristino contabilizzato e vera rigenerazione ecologica.
Sto seguendo, pur da distanza, gli annunci entusiastici del governo emiliano romagnolo dopo la pubblicazione dei dati sul consumo di suolo da parte di ISPRA (vedi rapporto SNPA 50/2026).
Onestamente mi pare un entusiasmo un pelo esagerato e forzato. Siccome ho molto a cuore la chiarezza verso i cittadini, provo a dare alcune spiegazioni così che possano apprezzare o ridimensionare gli entusiasmi dei loro politici.
Innanzitutto, va detto che la situazione generale, italiana, è gravissima. Si è superata la soglia dei 10.000 ettari di suoli consumati in un solo anno, il 2025. Quindi suggerirei a coloro che festeggiano autodichiarandosi i migliori della ditta, di rendersi conto che sono i primi in una classe di ostinati ripetenti, nel senso che ripetono continuamente gli errori del passato. E ricorderei anche che giusto nel 2024 l’Emilia-Romagna ha cementificato oltre 1000 ettari in un solo anno. All’epoca gli stessi politici si erano molto, ma molto, lamentati di quei dati, arrivando perfino a dubitare delle metodologie di rilevazione e calcolo usate da ISPRA. Vedo ora con piacere che quest’anno i politici non mettono in discussione la rilevazione di ISPRA. Voglio allora ricordare che i metodi di indagine sono i medesimi dell’anno scorso. Pertanto, se sono felici quest’anno, dovevano esserlo anche l’anno scorso. Non è che lo si può essere solo quando si ha il vento in poppa.
In ogni caso, mi aspetterei dai politici che governano la regione alla quale un tempo (tanto tempo fa) riconoscevamo la miglior urbanistica d’Italia una riflessione che va oltre se stessi, perché la situazione nazionale è – ripeto – gravissima. E non ci si salva da soli. Se loro, come dicono, sono campioni di ripristini, perché allora non si intestano una lotta politica nazionale per fermare il consumo di suolo e investire sui ripristini? Purtroppo, lo sappiano i lettori, i politici di quella Regione si sono scordati di farlo quando ne hanno avuto la possibilità. Giusto il luglio scorso c’era da difendere l’art. 8 del piano nazionale di ripristino della natura (trovate tutta la vicenda raccontata nei miei articoli pubblicati su altreconomia), ma coloro che oggi festeggiano i dati ISPRA, allora non hanno proferito parola per difendere la bozza del piano nazionale di ripristino della natura – peraltro proposto dalla stessa ISPRA di cui ora sono fieri –che allora prevedeva varie misure obbligatorie per ripristinare davvero la natura.
Come mai, mi chiedo, ora si festeggia il ripristino, mentre questa estate quando c’era da difenderlo dall’affossamento – poi portato a segno a causa di ANCI, ANCE e il ministero dell’ambiente – non hanno alzato un dito? Lascio a voi chiederglielo.
Veniamo quindi al ripristino di cui i politici regionali si vantano. Vero è che i dati ISPRA riportano che in Emilia-Romagna sono stati ripristinati 109 ettari pari al 14,6% a livello nazionale (746 ettari, vd. p. 66). Vero che la regione è prima tra le regioni italiane. Ma è ancor più vero che dei 746 ettari suoli ripristinati a livello nazionale, 606 erano cantieri, 80 aree estrattive, 44 piazzali e solo 15 (2%) sono di vera depavimentazione e de-impermeabilizzazione (vd. pag. 293). I dati vanno letti tutti e non solo alcuni.
Quindi i ripristini di cui festeggiano in Emilia-Romagna sono altra roba. E infatti, per capirlo andiamo a leggere due passaggi nel rapporto SNPA. Due passaggi, e non solo uno dei due.
Il primo, a pag. 24, dice “Il ripristinoè il processo finalizzato ad aiutare, attivamente o passivamente, il ripristino di un ecosistema al fine di migliorarne la struttura e le funzioni, con lo scopo di conservare o rafforzare la biodiversità e la resilienza degli ecosistemi. Nel caso del monitoraggio del consumo di suolo rappresenta la trasformazione inversa al processo di artificializzazione, ovvero la variazione in un determinato periodo di tempo da una copertura artificiale a una copertura non artificiale del suolo”. E fin qui tutto lascerebbe pensare a operazioni di realizzazione di nuovi ecosistemi, che prima non c’erano. È così? Non proprio e lo si capisce andando a pag. 36 dove troviamo scritto la seconda indicazione chiave per capire che il ripristino rilevato da ISPRA è dovuto “nella maggior parte dei casi grazie al recupero di aree di cantiere o di superfici che erano state già classificate come consumo di suolo reversibile e, solo in piccolissima parte, per azioni di deimpermeabilizzazione”. Insomma, la maggior parte del ripristino che c’è stato in Italia nel 2025, e quindi anche in Emilia-Romagna, non è figlio di una robusta operazione di de-pavimentazione (ovvero rimozione completa di asfalti e sostituzione con suoli e vegetazione) o de-impermeabilizzazione (rimozione parziale degli asfalti) di cui avremmo bisogno e che sarebbe veramente un ripristino ecologico, è stato prevalentemente – e purtroppo – un ripristino di cantiere. Quest’ultimo lo conosciamo bene e non c’è da stare allegri, ecologicamente parlando. Si tratta di mettere in ordine un terreno che prima stava bene ed era pure vegetato, ma poi è stato spogliato, degradato, rivoltato, calpestato, mischiato a inerti, magari un po’ inquinato, diventato cantiere per mesi/anni e che ora torna a essere superficie libera. È come un moribondo che esce dall’ospedale stampellato, con braccio ingessato, collarino e magari pure la flebo al seguito. Non è certo in forma. Per tornare in forma gli manca ancora parecchio perché non è detto che abbia ricevuto cure ecologiche: un progetto di ripristino ecologico è un’altra cosa. Non so se mi sono spiegato. I ripristini di cui si festeggia non sono, se non per qualche decina di ettari, aree che prima erano pavimentate e ora non lo sono più e quindi possiamo chiamarli a pieno titolo ‘aree guadagnate a quella che prima era artificializzazione permanente’. Sono per la più parte ripristini di cantiere. Quindi siamo lontani, lontanissimi, dalla rigenerazione ecologica di cui abbiamo bisogno. Altro che festeggiare pimpanti, ballando sui tavoli. Cerchiamo di non abbagliare i cittadini con racconti fantascientifici facendo sembrare i politici migliori di quel che sono in effetti. Umiltà e senso di realtà, per favore. Anche perché – diciamolo – personalmente non ricordo alcuno della giunta regionale attuale o precedente andare a difendere con pari energia devastazioni come Bosco Ospizio, per dirne una. Non mi pare di averli visti a Castelnovo di Sotto per scongiurare la distruzione di un bosco di sette ettari.
Quindi, va bene dirsi soddisfatti per il minor consumo di suolo del 2025 rispetto al 2024. Va bene sapere che si è migliori delle terribili prestazioni di Lombardia, Sicilia, Puglia e Lazio, ma non più di questo. Anche perché non mi risulta che quei governanti e (tanti) sindaci della regione (lo dico con enorme dispiacere, sia chiaro) siano alla testa di un movimento politico per azzerare il consumo di suolo (lo abbiamo già detto: il loro silenzio sul piano nazionale di ripristino è stato imbarazzante). La legge regionale sul consumo di suolo – lo sappiamo – è fortemente debole e non all’altezza della sfida sull’arresto del consumo di suolo. Pertanto continuo a temere che le cose stiano migliorando più per caso e che il prossimo anno potrebbe capitare di vedere dati peggiori. Se accadrà, che diranno?
Finisco dicendo che, nonostante le alluvioni che hanno piegato questa regione, nel 2025 si è continuato a consumare suolo in aree pericolose. Mentre nelle aree franose, questa regione non ha – bisogna dirlo con positività – aggiunto consumo di suolo (vedi p. 363 del rapporto), nelle aree a pericolosità idraulica (quelle alluvionabili) l’Emilia-Romagna continua a essere maglia nera con 261 ettari cementificati in aree a media pericolosità, seconda dietro la Sicilia. Ecco un’altra ragione per essere molo, ma molto più sobri nei proclami di giubilo.
C’è molto da fare e, politicamente e urbanisticamente, questa regione con i suoi rappresentanti eletti sta facendo meno, ma molto meno, di quello che è urgente e necessario fare. Anche perché il contesto culturale è maturo, i metodi urbanistici esistono, i finanziamenti iniziano ad arrivare, le norme esistono (anche se improvvidamente vengono respinte dalla stessa politica), i giovani lo chiedono a gran voce. Quello che manca è il lavoro di cultura politica che a mio avviso è fortemente mancante in chi sta governando, da anni, questa importante regione e molti dei suoi comuni. E su questo non c’è da festeggiare, ma c’è da lavorare e non aver paura di cambiare. Serve più coraggio e non più festeggiamenti o autoproclami di bravura.