Cronaca del sopralluogo a Villa Turri

Un sopralluogo tragicomico nella villa più contesa (e più sminkiata) di Bologna, tra aste “a busta chiusa”, patrimoni dimenticati e l’eterna lotta tra piccioni, Balenciaga e burocrazia creativa

di Hansy Lumen

Giovedì 20 novembre, con i miei amici filorussi della diaspora di Villa Paradiso, siamo andati in perlustrazione a Villa Turri — ex zona militare — in viale Carducci, in fondo a via Dante. Pare che il Demanio stia per cederla a Matthew tramite una gara “a busta chiusa” per un utilizzo temporaneo di un anno.


“Busta chiusa”, per gli ignoranti come me, significa: chi offre di più se la porta a casa. Una specie di versione legale delle gare per assegnare i locali pubblici alle ’Ndrine della ristorazione, però senza l’amaro gratis a fine pasto.

All’inizio pensavo ingenuamente che Putin ci potesse passare sottobanco due spicci, ma Maurizio mi ha spiegato che non funziona così.
Villa Turri è una figata totale, peccato sia completamente sminkiata dopo 18 anni di onoratissima carriera come B&B per piccioni, tossici e forse un paio di fantasmi ministeriali.

L’idea di Matthew — la stessa di Villa Paradiso — è liberarsi degli “ospiti indesiderati” per metterci dentro gente “carina”, che già per noi è un handicap notevole, pur non essendo né piccioni né consumatori attivi di sostanze.

Appena arrivati, prima di entrare in fila indiana con altre trenta persone, mi rendo conto che addosso, tutti insieme, avevamo sì e no 60/70 euro di abbigliamento, scarpe incluse.
Poi compaiono tre individui: scarpe Balenciaga, cappottino Vivienne Westwood e giacchettina Emporio Armani che da sole valevano più dei nostri outfit moltiplicati per tre. La rappresentazione plastica dell’1% che possiede i ¾ delle risorse, versione open day del patrimonio pubblico.

Entriamo.
La villa è incredibile, sì, ma solo per rifare i pavimenti ci vogliono centinaia di migliaia di euro. E nella famosa “busta chiusa” devi metterci pure la guardiania: minimo altri 30 mila euro.
Tradotto: se vuoi tenerti il posto senza fallire, devi vendere spritz a 30 euro senza stuzzichini e far pagare l’ingresso un altro trentello, giusto per respirare all’interno di un edificio storico.
E poi: chi pagherebbe una cifra simile per vedersi documentari di propaganda filorussa?

Il meglio, però, arriva dopo: quando avrai finalmente rimesso a nuovo la villa a tue spese, arriva la Corte dei Conti che ti apre un fascicolo per “presunto danno erariale” perché hai tinteggiato senza previa autorizzazione paesaggistica, arrecando un vulnus alla maestà dell’immobile pubblico. Questa non è burocrazia: è sadismo istituzionale. Molto interessante leggere l’articolo di Zero Bologna per avere un quadro generale.

Domande che mi sorgono spontanee (e che vi giro volentieri):

  1. Questa “busta chiusa” non è, di fatto, un talent show per ricchi dal titolo Italia’s Next Top Gestore Temporaneo?
  2. Perché qualcuno dovrebbe buttarsi in un anno di “gestione temporanea” quando i costi per rendere abitabile la villa superano il budget di un Comune dell’Appennino? È forse un nuovo format di precariato emozionale?
  3. I tre griffati: erano la profezia vivente dei futuri vincitori o dei futuri fruitori? O entrambe le cose?
  4. Perché ogni bene pubblico lasciato marcire per 15–20 anni si risveglia all’improvviso solo quando diventa business per pochi? È un ciclo stagionale tipo equinozio del patrimonio?
  5. A Bologna esiste una via di mezzo tra Balenciaga e i piccioni, oppure l’unica opzione rimasta è la colazione cinica?