Gli ecosistemi

A Malaga il caldo è urbanistica non emergenza

A Malaga il caldo si combatta tutto l'anno, con la matita dell'urbanista

A Malaga ogni albero ha un numero. Sono 110mila, di oltre 400 specie, e di ciascuno il Comune conosce la posizione esatta e il nome botanico. Un cittadino apre la mappa sul suo telefono e li vede tutti, punto per punto, sul tessuto della città.

E può vedere anche altro.

Settantaquattro spazi all’aperto dove l’ombra, il pavimento chiaro, una fontanella e qualche panchina rendono l’aria più sopportabile. Diciannove edifici pubblici, biblioteche, musei, centri civici, freschi tutto l’anno, con l’acqua e un posto a sedere. Ottantacinque corridoi d’ombra per attraversare la città a piedi, come il Paseo del Parque o l’avenida de Andalucía.

Málaga è una città media, seicentomila abitanti, la più grande della Spagna a non essere capitale di regione. Non una metropoli con risorse illimitate. Eppure questo non è un gioco per turisti. È un catasto del fresco.

Lo studio che l’ha prodotto è costato 12.300 euro, affidato a una società di forestazione urbana insieme con la Cattedra sul Cambiamento Climatico dell’Universidad de Málaga.

Una cifra modesta, perché qui la spesa non è in cemento. È in conoscenza coordinata e messa a disposizione di tutti.

Conviene dire subito cosa Malaga non è. Non è una città fresca. È andalusa, e d’estate cuoce come le altre. Ha pure un nemico in più, il terral, il vento secco che scende dall’interno, si comprime e si scalda, e trasforma l’aria in un getto di phon. Quando soffia, i termometri schizzano e la notte non rinfresca. Sta dentro la stessa fornace di Siviglia, di Cordova, di tutto il sud della penisola.

La differenza è un’altra.

Malaga ha smesso di trattare il caldo come un’emergenza che torna ogni estate.

Lo affronta come un fatto permanente, con gli strumenti dell’urbanistica. L’ombra è diventata infrastruttura, un bene da censire e gestire come la rete dell’acqua o quella della luce.

Non si mappa ciò che è passeggero. Si mappa ciò che resta.

Lo stesso sguardo si ritrova in un parcheggio d’asfalto del campus universitario, dove la calura morde più che altrove. Lì la Fondazione Todobarro, con l’Università di Malaga, ha trasformato una vecchia casa sperimentale, nata per una gara internazionale nel 2012, in un laboratorio. Si chiama Lab Patio 2.12. È una casa di fango.

Dentro, la sensazione di calore scende fino a dieci gradi sotto l’esterno, senza un solo impianto acceso. Pannelli di terracotta stampati in tre dimensioni catturano il vento e lo accelerano per spingere fuori l’aria calda.

Quando il caldo stringe, la ceramica si inumidisce e l’aria che la attraversa si raffredda evaporando.

Un giardino verticale, panche di terra cruda che assorbono il calore di giorno e lo restituiscono di notte. I ricercatori tolgono la tecnologia attiva, che consuma corrente, e la sostituiscono con la terra, l’acqua, l’ombra, il vento. Le stesse cose che l’architettura mediterranea usava da secoli, prima dei condizionatori.

La mappa lavora sull’oggi, la casa di fango sul domani. Ma l’idea è una sola. Il caldo si combatte con la pianta della città e con il modo di costruire, non solo con il bollettino di allerta.

Perché questo conta lo dicono i morti. In questi giorni l’ondata di calore che stringe l’Europa occidentale non è più solo un fatto meteorologico. Il 23 giugno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha alzato il livello di allerta per l’intera regione europea, cinquantatré paesi, parlando di emergenza sanitaria.

Hans Kluge, il direttore per l’Europa, ha ricordato che il continente si scalda al doppio della media globale. Negli ultimi quattro anni il caldo ha ucciso più di duecentomila persone nella regione.

In Italia il Ministero della Salute ha segnato molte città in bollino rosso, da Roma a Milano a Bologna, e oggi il picco si sposta sulla pianura padana. In Francia, il giorno più caldo da quasi ottant’anni.

Ma il caldo non ha lo stesso effetto su tutti, ed è qui che la mappa di Malaga smette di essere un esercizio tecnico e diventa una scelta politica. Uno studio su Nature Cities, con il CNR Consiglio Nazionale delle Ricerche e il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC Climate), ha misurato quattordici grandi aree urbane europee.

In tutte, i residenti a basso reddito, gli inquilini, gli immigrati ricevono meno fresco dal verde della media. I redditi alti, i proprietari di casa, ne ricevono di più. E cade un luogo comune. In Europa i più esposti non stanno in periferia, ma nelle aree centrali dense e degradate, dove gli alberi sono pochi e il cemento tanto.

Un altro studio, condotto dall’istituto per la salute globale di Barcellona e uscito a maggio, ha calcolato che se la disuguaglianza economica del continente scendesse ai livelli del paese più equo, la Slovenia, si eviterebbero quasi 110mila morti l’anno legate alla temperatura.

Il caldo, insomma, fa una cernita. Colpisce prima il vecchio che vive solo all’ultimo piano senza ombra, il muratore, il rider, chi non ha un albero sotto casa né i soldi per tenere acceso il condizionatore.

La temperatura di una strada non è più una questione di meteo. È una questione di giustizia.

A questo si può rispondere in molti modi, e in Europa qualcuno ha cominciato. Siviglia ha riportato in vita i qanat persiani per raffreddare l’aria con l’acqua di falda. Parigi raffredda quasi mille edifici con l’acqua della Senna. Milano usa la falda che deve comunque pompare via per non allagarsi. Strade diverse, alcune costose, alcune sperimentali.

Malaga ne indica una più semplice e più paziente, alla portata anche di una città senza cinque milioni da spendere. Conoscere la propria ombra, piantare alberi, disegnare le strade pensando al caldo, aprire le porte di un luogo fresco a chiunque ne abbia bisogno.

Resta un limite, e va detto. L’urbanistica è lenta. Un albero piantato oggi farà ombra vera tra vent’anni, un piano si realizza in decenni. Il caldo, invece, uccide adesso, in questa ondata. La pianificazione non salva chi muore questa settimana, e per quello servono ancora il bollettino, i centri climatizzati, gli operatori che bussano alla porta degli anziani soli.

Malaga non ha abolito l’emergenza. Le ha aggiunto qualcosa che molti, soprattutto in Italia, non hanno ancora, l’idea che il caldo si combatta tutto l’anno, con la matita dell’urbanista, e non solo in estate con un numero verde che risponde dal lunedì al venerdì, fino alle 17 o un finto rifugio climatico.

A Malaga, intanto, l’estate è cominciata. Sulla mappa, da qualche parte, c’è un albero appena piantato che oggi non fa ombra a nessuno. Tra cinque anni qualcuno ci si siederà sotto, senza sapere che è stato messo lì apposta, scelto, contato e georeferenziato, perché una città ha deciso di prendere sul serio la canicola.

Antìgene ringrazia Pino Bruno per averci gentilmente concesso di pubblicare questo articolo. È l’82ma puntata, quella del 28 giugno 2026, di una serie di inchieste sulle trasformazioni climatiche e le città europee tra le quali Parigi e Siviglia, che potete trovare sulla sua bacheca Facebook. https://www.facebook.com/pinobruno.giornalista