Bologna fuori centro: periferie abbandonate, degrado programmato e appetiti immobiliari
Di fronte alla narrazione ufficiale di Bologna come città progressista, verde, inclusiva e innovativa, c’è un’altra geografia che avanza in silenzio, fatta di margini trascurati, promesse tradite e spazi lasciati al degrado. Una città metropolitana parallela, che non compare nei rendering patinati del PUG né nei bilanci partecipativi celebrati in conferenza stampa.
Periferie come riserve di rendita
Negli ultimi quindici anni, la città ha progressivamente concentrato investimenti e attenzione sulle aree centrali o semi-centrali, lasciando molte periferie — soprattutto quelle popolari — in uno stato di obsolescenza pianificata. Parliamo di quartieri dormitorio, dove i servizi pubblici si riducono, i presidi sociali si svuotano e l’unica cura sembrano essere le telecamere.
Ma questo “abbandono” non è casuale: è funzionale a un disegno di lungo periodo, quello della valorizzazione speculativa dei territori marginali, preparati alla trasformazione attraverso il degrado. È il meccanismo del degrado programmato: si lasciano marcire gli spazi per poi giustificare interventi radicali, spesso in partnership pubblico-privato, che li riconsegnano al mercato a prezzi gonfiati.
Il ciclo: abbandono → disinvestimento → riqualificazione escludente
Questo schema si è già visto altrove (Barceloneta, Hackney, Kreuzberg) e Bologna non fa eccezione. Alcuni esempi concreti:
- Pilastro, quartiere simbolo dell’edilizia popolare, ha vissuto anni di disinvestimento, criminalizzazione e marginalizzazione. Ora viene “rigenerato” sotto l’etichetta di Pilastro 2030, con interventi che rischiano di snaturare la funzione popolare del quartiere.
- Navile e Bolognina, già oggetto di trasformazioni speculative negli anni ’10, oggi sono teatro di nuovi cicli di sostituzione sociale (gentrification), che avanzano di pari passo con il marketing territoriale e la dislocazione degli abitanti storici.
- San Donato – San Vitale, tra baraccopoli sgomberate, cantieri infiniti e assenza cronica di servizi di prossimità, è un territorio di mezzo: troppo periferico per il decoro, troppo centrale per non finire nella mappa degli investitori.
I dati parlano chiaro (anche se nessuno li legge)
Nei quartieri più esposti all’abbandono istituzionale, crescono:
- le disuguaglianze sanitarie (più ricoveri per patologie cardio-respiratorie),
- il disagio abitativo (aumenti degli sfratti e richiesta di case popolari),
- la presenza di economie informali o illegali (spaccio, mercato grigio del lavoro),
- la desertificazione commerciale (soprattutto artigianato e prossimità),
- la chiusura progressiva degli spazi culturali e giovanili.
Nel frattempo, i grandi attori immobiliari — fondi, cooperative, developer privati — acquisiscono immobili sottoutilizzati a prezzi stracciati, grazie alla “vocazione al degrado” del contesto, per poi riqualificarli con operazioni ad alta rendita (student housing, social housing di lusso, coworking, poli sanitari privatizzati, ecc.).
Un welfare che diventa vetrina (e che non protegge nessuno)
Le politiche messe in campo sono spesso interventi spot, temporanei, incapaci di intaccare la radice del problema: si finanziano festival, si vernicia qualche muro, si mettono vasi di alberi in piazza, ma non si tocca la questione strutturale della rendita, del diritto all’abitare, della proprietà collettiva dei suoli.
Si preferisce parlare di “riattivazione”, “empowerment”, “innovazione sociale”, ma senza strumenti redistributivi e senza una reale governance popolare del territorio. Il “sociale” viene ridotto a storytelling e decoro, funzionale a preparare la vendita del quartiere.
Reti resistenti e contropoteri territoriali
Nonostante ciò, nelle pieghe della città vivono esperienze resistenti, comitati, sportelli sociali, case del popolo, presidi anti-sfratto e progetti autogestiti. Sono queste le antenne del conflitto urbano, quelle che vedono cosa sta accadendo ben prima che venga pubblicato l’ennesimo bando di rigenerazione.
Spesso però queste realtà vengono ignorate, marginalizzate o strumentalizzate. Mancano spazi di coalizione, ma non mancano le energie né le analisi. Serve un archivio vivo, una cartografia della città che non si arrende.
Conclusione: il centro non è il problema, ma l’unico spazio ascoltato
Per invertire la rotta, non basta “riqualificare” le periferie, occorre riconoscere la loro centralità politica e sociale. Serve uno sguardo urbano che metta al centro chi è oggi al margine, e che non si limiti ad amministrare la disuguaglianza con l’estetica. O la città cambierà davvero — partendo da fuori — o Bologna diventerà una vetrina svuotata, dove anche la protesta sarà messa a reddito.