Intervista ad Antonella Selva
Antonella Selva
E’ un’attivista, autrice e progettista culturale bolognese, con una lunga traiettoria tra politica locale, cooperazione internazionale e narrazione sociale. È stata consigliera comunale a Bologna negli anni Novanta, esperienza da cui ha sviluppato uno sguardo critico sulle trasformazioni urbane e sui processi di esclusione sociale. Da anni lavora tra Italia e Marocco su progetti di sviluppo e integrazione interculturale, collaborando con realtà come l’associazione italo-marocchina Sopra i Ponti. Parallelamente, utilizza il fumetto come strumento politico e narrativo: ha partecipato a progetti editoriali collettivi e laboratori, raccontando migrazioni, conflitti sociali e storie di resistenza attraverso linguaggi accessibili e partecipativi. Autrice di opere come Donne terra dignità e Femministe. Una storia di oggi, intreccia pratiche artistiche e attivismo, con attenzione all’empowerment delle donne, alle lotte per la difesa dei territori ai processi di autodeterminazione. Attiva nei movimenti cittadini, interviene nel dibattito pubblico su ambiente, gentrificazione e diritti, contribuendo a costruire reti tra comitati e realtà sociali del territorio bolognese.
Com’è nato il laboratorio C.R.E.P.E?
Nasce nel 2023-24 con un progetto promosso da Radio Città Fujiko, C.R.A.P. (Comitato ricerche Associazione Pionieri) e ass. Sopra i ponti con l’idea di svolgere un’ inchiesta a fumetti sul quartiere Pescarola. L’intento era di portare studenti e giovani artisti in periferia a misurarsi con il mondo reale nei suoi aspetti meno “glamour”. La proposta ebbe successo: numeros3 giovani parteciparono e autoproducemmo il graphic novel collettivo Volando basso – Che vita in Pescarola. L’esperienza di fare fumetti e ricerca in collettivo fu molto interessante e anche divertente e decidemmo di ripeterla l’anno successivo con l’autoproduzione del fumetto Come alla radio, pubblicato in ottobre 2025, per celebrare i 50 anni di radio Città Fujiko. A quel punto il gruppo di giovani e meno giovani si era consolidato e da settembre 2025, si è dato il nome di C.R.E.P.E.: Collettiva Ricerche Esperienze Periferiche Eversive e ha scelto come tappa successiva di ricerca il Pilastro.
Che cosa significa, concretamente, lavorare con ragazzi e residenti in un contesto come il Pilastro ?
È molto stimolante! Il Pilastro è un microcosmo estremamente interessante: un luogo dall’identità fortemente caratterizzata in senso popolare e proletario, ricco di storia, di memorie, anche di contraddizioni e soprattutto di sorprese. Parlando coi residenti, nuovi o “storici”, la prima impressione è sempre quella del ribaltamento degli stereotipi: nessuno cerca di nascondere i problemi, ma l’immagine che emerge è di un posto in cui tutto sommato si vive bene grazie soprattutto all’ampia dotazione di verde e al forte senso di appartenenza e di comunità, cioè proprio quegli elementi che in genere mancano all’abitare urbano
Quando il fumetto entra in un quartiere ad alto conflitto sociale, cosa cambia nel linguaggio delle storie?
Precisiamo che il conflitto in questo momento è di tipo “verticale”, cioè rivolto dalla popolazione verso i decisori politici, l’Amministrazione Comunale, per cui non lo definirei “conflitto sociale”, che farebbe pensare a scontro tra gruppi di popolazione, ma piuttosto uno scontro politico tra visioni diverse di città: la città “dei capitali”, voluta dall’Amministrazione, e la città “degli abitanti” difesa dalla popolazione. Il linguaggio del fumetto non ha nessuna difficoltà a interpretare diverse atmosfere anzi si presta ad esaltare ogni sfumatura. Penso di poter dire che, nel seguire le vicende del Pilastro, il collettivo, formato rigorosamente da non professionisti alcuni alle prime esperienze, ha fatto un’enorme crescita. Collateralmente al progetto principale di uscire in autunno con un volume sul Pilastro, abbiamo iniziato a sperimentare il linguaggio della satira con diverse vignette, strip, poster e fanzine a più mani.
Il disegno aiuta a dire cose che a parole sarebbero difficili o crea nuove tensioni?
Direi né l’uno né l’altro, è un linguaggio diverso da quello letterario / giornalistico (noi ci collochiamo dalle parti del graphic journalism), più simile al linguaggio cinematografico. C’è la scrittura e c’è il disegno, la particolarità del fumetto sta nel far interagire questi due codici in modo che ciascuno esalti le potenzialità dell’altro. Una grande potenzialità espressiva è data dalla possibilità di muoversi senza contraddizioni tra il registro realistico e quello surreale o fantastico.
Chi decide le storie? I ragazzi portano temi o il laboratorio li guida verso certi nuclei narrativi?
Funziona così: cominciamo con intervistare persone del luogo, i cosiddetti “testimoni privilegiati” (esponenti di associazioni, operatori, protagonisti di situazioni particolari), questi incontri in genere aprono finestre sulla storia del rione o su aspetti specifici (gli orti con la loro comunità variegata, la storia de pionieri del rione che fondarono l’associazione inquilini per esempio), finestre che si possono allargare studiando documenti scritti o parlando con altre persone, fino a costruire un quadro molto approfondito e dettagliato, anche se non sarà mai completo. Poi è scoppiata la protesta contro il MUBA che ha illuminato tutto in modo diverso.
Come si gestisce il confine tra racconto personale e racconto collettivo?
Richiede un po’ di studio. Vero e proprio studio: ricerche in biblioteca e in internet, sia per trovare referenze fotografiche del passato (il rione è nato nel 1966), sia per trovare riscontro alle testimonianze. Poi ricerche sul campo: allargare la cerchia delle testimonianze, osservare il territorio, diventare a nostra volta partecipanti e testimoni degli eventi. Come ho detto, di base si tratta di un’ inchiesta, anche se poi il risultato finale assomiglierà più a una fiction con molti elementi fantastici.
C’è mai stato un momento in cui una storia ha “sfidato” il laboratorio stesso?
Direi l’esplosione della protesta contro il MUBA: il nostro progetto era partito prima, in settembre, e prevedeva uno sviluppo più tranquillo. La protesta ci ha preso in contropiede e c’è stato dibattito al nostro interno tra chi riteneva che fosse un evento di primaria importanza e chi privilegiava una visione “storica” in cui gli elementi di resilienza del Pilastro fossero preminenti.
La zine sulle lotte del comitato MuBASTA nasce da dentro o da fuori il laboratorio?
Dentro. Diversi partecipanti al laboratorio si sono spontaneamente integrati nella lotta e hanno iniziato a supportarla con le loro vignette.
Che tipo di lavoro avete fatto per trasformare una lotta sociale in linguaggio fumettistico?
Il metodo è il brain storming. Dopo ogni intervista, come dopo ogni evento significativo ne parliamo in collettivo e cerchiamo di capirne il senso, individuarne gli elementi sotto traccia. Analizziamo i personaggi. È in questa fase che prendono corpo gli elementi narrativi fantastici: ad esempio si può affidare a un personaggio o a una situazione surreale il significato che altrimenti prenderebbe troppe parole per essere esplicitato o risulterebbe troppo didascalico. Questa possibilità di transitare da un registro all’altro è uno dei punti di forza del fumetto, a mio parere. È un metodo che abbiamo messo a punto nel corso della prima esperienza, quella in Pescarola.
Avete avuto reazioni dal comitato o dal quartiere? Si sono riconosciuti, oppure hanno visto qualcosa di inaspettato?
Sì, la fanzine sul MuBASTA è andata a ruba e abbiamo devoluto l’incasso per le spese del comitato, un piccolo omaggio del nostro collettivo.
Vi siete dati delle regole interne su cosa si può o non si può raccontare?
No, valutiamo caso per caso. Ovviamente cerchiamo di rispettare i testimoni e le loro parole, anche se è un tema super complesso!
Esiste il rischio che il fumetto “semplifichi” la complessità del conflitto urbano?
Al contrario, direi che il fumetto, in particolare il graphic journalism, è estremamente adatto a cogliere tutte le sfumature e le complessità di una situazione grazie a due fattori: 1) la possibilità di utilizzare diversi registri narrativi, come ho già detto, che permette di dire più cose in una volta sola e 2) il fattore tempo: il fumetto è lento da realizzare. Non può stare sulla cronaca, ma si presta benissimo all’approfondimento.
Il Pilastro entra nei fumetti come sfondo o come personaggio?
È un personaggio a tutto tondo!
Ci sono luoghi del quartiere che ritornano nelle storie come se avessero una memoria propria?
Mi pare che il parco Mitilini Moneta Stefanini vinca il primo premio! Ma anche gli Orti Salgari non sono da meno. Poi abbiamo voluto animare le statue di cemento del parco Pasolini, che ci intrigavano per il loro aspetto inquietante ed enigmatico.
C.R.E.P.E può diventare qualcosa che esce dal laboratorio e influenza altre pratiche urbane o artistiche?
Ah, questo non possiamo dirlo noi! A mio avviso – qui esprimo un parere personale – il fumetto, soprattutto in Italia, soffre di un eccesso di intimismo, all’origine del nostro primo laboratorio c’era proprio la volontà di provare a portare l’attenzione alle periferie, alla realtà sociale. Devo dire che l3 giovani che hanno partecipato hanno risposto proprio a questa sollecitazione: trovavano interessante potersi sperimentare sulla “vita vera”.
Ci racconti il percorso con cui avete realizzato la nuova zine sul Comitato MuBASTA?
È una zine in 8 pagine che raccoglie 5 autor3: 3 storiette e 2 poster, uno in copertina e uno in contro copertina. Sono lavori realizzati da ciascun autore negli ultimi mesi che tutti insieme avevano una coerenza interna per cui abbiamo pensato di assemblarli e “regalare” una fanzine al MuBASTA. In parte confluiranno nel volume finale.