Le persone

Cannabis illegale in Italia

un mercato da 6,5 miliardi l'anno.

di Antìgene

UN MERCATO DA 6,5 MILIARDI

Quanto vale il mercato illegale della cannabis in Italia? La risposta più aggiornata arriva dalla Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze 2026, che utilizza le stime elaborate dall’ISTAT per ricostruire il valore economico dei consumi di sostanze stupefacenti.

Nel 2024 la spesa complessiva degli italiani per l’acquisto di droghe è stata stimata in 16,8 miliardi di euro. Di questa cifra, circa il 39%, pari a 6,5 miliardi, è riconducibile ai derivati della cannabis. Seguono la cocaina, con 4,6 miliardi, e l’eroina, con 3,7 miliardi.

Parliamo di quasi 18 milioni di euro al giorno spesi per marijuana, hashish e altri prodotti derivati.

Non è una cifra marginale, né un mercato di nicchia. È una delle principali economie illegali del Paese, con una domanda diffusa, una filiera articolata e un sistema di distribuzione che raggiunge praticamente ogni territorio.

È importante precisare che i 6,5 miliardi rappresentano una stima della spesa finale dei consumatori, non il profitto netto delle organizzazioni criminali. Non tutto quel denaro finisce nelle casse delle mafie: lungo la filiera esistono costi di produzione, trasporto, intermediazione e distribuzione. Non disponiamo di una contabilità attendibile che permetta di quantificare esattamente la quota di ricavi trattenuta dai diversi gruppi criminali.

Rimane però un dato economico inequivocabile: una domanda di queste dimensioni viene soddisfatta prevalentemente attraverso un mercato sottratto alla regolamentazione pubblica.

COME FUNZIONA IL MERCATO CLANDESTINO

Il mercato italiano della cannabis non è un sistema uniforme. Comprende produzioni domestiche, importazioni, reti di distribuzione transnazionali e una moltitudine di operatori che agiscono a diversi livelli della filiera.

La Relazione annuale della Direzione centrale per i servizi antidroga descrive alcune delle principali provenienze e rotte.

Per la marijuana, tra i principali Paesi produttori europei figurano Albania e Paesi Bassi. La cosiddetta rotta adriatica, con partenza dall’Albania e arrivo sulle coste orientali italiane, rappresenta uno dei canali di approvvigionamento. Per l’hashish, invece, una parte importante dei flussi proviene dal Marocco, spesso attraverso la Spagna.

Accanto alle importazioni si è consolidata anche la produzione nazionale. Le coltivazioni illegali sono particolarmente presenti in Calabria, Sicilia e Sardegna, anche se il fenomeno interessa diverse altre regioni.

Non si tratta soltanto di piccoli spacciatori e coltivazioni occasionali. Le relazioni investigative descrivono collaborazioni tra gruppi criminali di diversa provenienza, accordi per l’approvvigionamento, logistica internazionale, comunicazioni criptate e sistemi di trasferimento del denaro che possono utilizzare circuiti finanziari informali e criptovalute.

La cannabis rappresenta quindi anche un’attività economica che consente alle organizzazioni criminali di mantenere reti commerciali, relazioni internazionali e presenza territoriale.

QUANTO RIESCE A INTERCETTARE LO STATO?

I dati del 2025, riportati nella Relazione al Parlamento 2026, restituiscono una dimensione significativa dell’attività di contrasto.

Nel corso dell’anno le forze dell’ordine hanno condotto:

  • 8.804 operazioni antidroga specificamente rivolte alla cannabis e ai suoi derivati;
  • quasi 40 tonnellate di marijuana e hashish sequestrate;
  • circa il 72% di tutte le sostanze stupefacenti intercettate costituito da cannabis;
  • 206.589 piante di marijuana sequestrate, con un incremento del 38% rispetto al 2024.

Le operazioni contro la cannabis hanno rappresentato il 43% di tutte le attività antidroga.

Sono numeri che dimostrano quanto il contrasto a questa sostanza assorba una parte rilevante dell’attività investigativa e repressiva.

Naturalmente, le quantità sequestrate non rappresentano il volume complessivo del mercato. Sono soltanto la parte dei traffici che le autorità sono riuscite a intercettare. Non disponiamo di un denominatore affidabile per stabilire quale percentuale dell’offerta complessiva venga effettivamente bloccata.

Il dato più interessante è proprio la distanza tra la dimensione economica stimata della domanda e la capacità dello Stato di intervenire sulla filiera.

Quarantamila chilogrammi di cannabis intercettati in un anno non significano che il mercato sia stato ridotto a quella quantità, così come migliaia di operazioni non dimostrano che la rete distributiva sia stata smantellata.

IL COSTO DELLA REPRESSIONE: NON CI SONO SOLO I SEQUESTRI

L’impatto del proibizionismo non si misura soltanto attraverso il denaro che continua a circolare nel mercato clandestino. Bisogna considerare anche le conseguenze sul sistema giudiziario, amministrativo e penitenziario.

Nel 2025, secondo la Relazione al Parlamento, 8.950 denunce all’autorità giudiziaria, pari al 34% del totale delle denunce per reati in materia di stupefacenti, hanno riguardato cannabis e derivati.

Il 41% delle persone denunciate aveva meno di 25 anni e il 7% era minorenne. Nella quasi totalità dei casi si trattava di violazioni riconducibili alla detenzione e allo spaccio previsti dall’articolo 73 del DPR 309/1990.

Anche sul versante amministrativo la cannabis occupa una posizione predominante: nel 2025 ha rappresentato il 77% delle segnalazioni per detenzione di sostanze a uso personale ai sensi dell’articolo 75.

Non tutte queste persone vengono arrestate o condannate: il possesso per uso personale comporta conseguenze amministrative, mentre la produzione e lo spaccio sono condotte penalmente perseguibili.

Non esiste una stima pubblica sufficientemente dettagliata che permetta di calcolare quanto costino specificamente alla collettività le attività di polizia, i procedimenti giudiziari e le conseguenze amministrative riferibili alla sola cannabis. Sarebbe quindi scorretto attribuire al fenomeno una cifra complessiva non documentata.

Resta però evidente che una quota considerevole delle risorse dedicate al contrasto degli stupefacenti è assorbita da una sostanza che, sul piano dei consumi, presenta caratteristiche molto diverse da quelle di altre droghe illegali.

IL MERCATO CAMBIA, ANCHE I PRODOTTI

Un’altra questione riguarda l’evoluzione qualitativa dell’offerta.

La Relazione 2026 segnala una crescente diffusione di prodotti ad alta concentrazione di THC. Accanto alla marijuana, che presenta mediamente concentrazioni del principio attivo comprese tra il 12% e il 16%, e all’hashish, che supera il 30%, si stanno diffondendo estratti, oli, cere e liquidi per sigarette elettroniche che possono superare l’80-90%.

Sono stati inoltre individuati prodotti commercializzati come cannabis a basso contenuto di THC che, in alcuni casi, risultano adulterati con cannabinoidi sintetici o semisintetici.

Nel 2025 il sistema nazionale di allerta rapida NEWS-D ha identificato 92 nuove sostanze psicoattive circolanti in Italia. Il 30% apparteneva alla categoria dei cannabinoidi sintetici e semisintetici.

Questo aspetto è particolarmente rilevante: un mercato clandestino non garantisce controlli sulla composizione, sulla concentrazione dei principi attivi e sulla presenza di sostanze non dichiarate.

Il problema non si risolve sostenendo che la cannabis sia innocua. Non lo è, soprattutto quando vengono utilizzati prodotti ad alta potenza o quando il consumo diventa problematico. Ma proprio la mancanza di controlli rende più difficile tutelare i consumatori e intervenire tempestivamente sui prodotti pericolosi.

IL PARADOSSO ECONOMICO: UN’ATTIVITÀ CHE LO STATO NON REGOLA E NON TASSA

Arriviamo al punto centrale.

Se un mercato genera una spesa stimata di 6,5 miliardi di euro l’anno, significa che esiste una domanda economicamente rilevante e stabile. Il proibizionismo non l’ha eliminata. Ha impedito che una parte significativa di questa attività potesse svilupparsi all’interno di una filiera legale sottoposta a regole, controlli e fiscalità.

Questo non significa che legalizzare permetterebbe automaticamente di trasformare tutti i 6,5 miliardi in entrate fiscali.

Un mercato regolamentato avrebbe prezzi, costi, modalità distributive e comportamenti di consumo differenti. Una parte della domanda potrebbe spostarsi verso l’offerta legale, mentre un’altra potrebbe continuare a rivolgersi al mercato clandestino, soprattutto qualora i prezzi fossero troppo elevati o l’accesso risultasse eccessivamente limitato.

Non è quindi corretto promettere un recupero integrale di quella cifra per le casse pubbliche.

È però legittimo domandarsi perché l’Italia continui a rinunciare alla possibilità di sperimentare un modello che consenta di sottrarre progressivamente quote di mercato alle organizzazioni criminali.

Un sistema regolamentato potrebbe prevedere licenze per la produzione e la distribuzione, controlli di laboratorio, tracciabilità, limiti di età, confezioni con informazioni chiare, restrizioni sulla pubblicità e fiscalità dedicata. Una parte delle risorse potrebbe essere destinata alla prevenzione, alla ricerca e ai servizi per le dipendenze.

Naturalmente, la regolamentazione dovrebbe essere costruita per competere realmente con il mercato illegale: un sistema troppo costoso o burocraticamente inaccessibile rischierebbe di lasciare intatto il principale vantaggio degli operatori clandestini.

LA DOMANDA CHE IL PROIBIZIONISMO NON RIESCE A RISOLVERE

Il dibattito sulla cannabis viene spesso affrontato attraverso contrapposizioni morali: da una parte chi considera qualsiasi apertura una forma di liberalizzazione pericolosa, dall’altra chi ritiene che legalizzare sia sufficiente a risolvere ogni problema.

Entrambe le posizioni rischiano di semplificare una questione che richiede invece un’analisi concreta dei risultati.

Nel 2025 la cannabis è stata ancora la sostanza illegale più diffusa tra gli studenti italiani, anche se la percentuale di ragazzi tra i 15 e i 19 anni che ne dichiarano il consumo nell’ultimo anno è scesa dal 21% del 2024 al 18%. Il 13% delle persone seguite dai Servizi per le Dipendenze risultava in trattamento per un uso primario di cannabinoidi.

Sono dati che ricordano come una politica pubblica debba occuparsi contemporaneamente di mercato, salute, prevenzione e tutela dei minori.

La questione, dunque, non è scegliere tra proibizionismo assoluto e assenza di regole. È capire quale modello sia più efficace nel ridurre i danni, contenere la criminalità organizzata e tutelare la salute pubblica.

Sei miliardi e mezzo di euro rappresentano una dimensione economica troppo importante per essere liquidata con una discussione ideologica. Significano una domanda che esiste, una filiera che opera, organizzazioni criminali che ne ricavano opportunità economiche e istituzioni che continuano a inseguire un fenomeno senza riuscire a eliminarlo.

La domanda da rivolgere alla politica è semplice: dopo decenni di proibizionismo, quali risultati concreti possiamo mostrare sul ridimensionamento del mercato illegale?

Perché continuare a considerare impraticabile una regolamentazione controllata, quando il sistema attuale non è riuscito a sottrarre al mercato clandestino una domanda da miliardi di euro?

Non si tratta di promuovere il consumo di cannabis. Si tratta di smettere di confondere il divieto con il controllo e la repressione con l’efficacia di una politica pubblica.

Il mercato esiste. Il denaro circola. La criminalità si organizza. Forse è arrivato il momento di discutere seriamente di come sottrarre tutto questo all’economia clandestina.