Capitolo 2 – Metamorfosi della città
Bologna è teatro di numerosi processi di trasformazione urbanistica, alcuni già attuati, altri in fase di attuazione, altri ancora allo stato di progettazione. Considerati nel loro complesso, provocheranno un enorme impatto ambientale e sociale. La città cambia volto, non solo per effetto di dinamiche esterne, accolte e incentivate con entusiasmo dagli amministratori locali (come – ad esempio – il turismo), ma anche per precise scelte politiche.
Sarebbe logico immaginare che l’amministrazione comunale utilizzi il sistema della partecipazione per mettere le cittadine e i cittadini in condizione di prendere parte alle scelte che governano questa trasformazione. Le cose, invece, non stanno così.
Prove tecniche di manipolazione
Un caso rilevante su cui misurare la distanza tra l’enunciazione della partecipazione e i suoi effetti reali è quello del cosiddetto “Passante”. Come è noto, il nodo autostradale di Bologna è cruciale per il sistema di trasporto nazionale e internazionale. Vi convergono tre autostrade e vi transita una parte rilevante del traffico merci che attraversa l’Europa. Ai suoi lati scorre la tangenziale di Bologna. Questo “nastro” a 12 corsie posizionato a poco più di tre chilometri dal centro storico è percorso quotidianamente da circa 180.000 veicoli. Dopo innumerevoli discussioni e cambiamenti di indirizzo, alla fine del 2021 è stato approvato un progetto – il “Passante” – che prevede un ampliamento a 16 corsie (in alcuni tratti diventerebbero 18). Progettazione e realizzazione sono affidate a Autostrade per l’Italia, secondo cui l’ampliamento comporterà un incremento del traffico di circa 25.000 automobili al giorno – per un totale di 65 milioni di veicoli all’anno – e un aumento di almeno il 10% del tasso di incidenza sul totale dell’inquinamento prodotto dal traffico veicolare.
Un progetto devastante dal punto di vista ambientale, difeso a spada tratta dall’amministrazione comunale, compresa la sua componente di sinistra (Coalizione civica), decisamente contraria all’opera quando si trovava all’opposizione, poi ammansita dalla promessa di alcune misure di “mitigazione” che avrebbero il potere taumaturgico di renderla quasi innocua, al punto che – senza alcun senso del ridicolo – le forze politiche che fanno parte della maggioranza lo hanno ribattezzato affettuosamente “passante green” o “passante di nuova generazione”, mentre il sindaco lo ha entusiasticamente definito “simbolo della transizione ecologica”.
Quando il progetto viene presentato per la prima volta, nel 2016, l’amministrazione comunale ha bisogno di ammorbidire l’opposizione dei comitati di cittadini che si erano rapidamente costituiti e, con il supporto di esperti, volevano sapere come mai un progetto che tempo prima era stato bocciato perché ritenuto estremamente nocivo per la salute della popolazione fosse diventato improvvisamente “sostenibile”. Per provare a disinnescare il dissenso, viene organizzato un confronto pubblico addomesticato attraverso una serie di decisioni preliminari e di tecniche di conduzione. Innanzitutto, viene chiarito che l’opera si farà e che lo scopo del confronto non è quello di metterla in discussione, ma di invitare i partecipanti a suggerire miglioramenti per ottenere effetti di mitigazione dell’impatto ambientale. La partecipazione viene in tal modo privata della sua principale ragione d’essere. Ma questo non basta ancora. Vengono rigorosamente limitati il tempo a disposizione (non più di due mesi, un tempo ridicolo rispetto all’ampiezza e alla complessità delle questioni da affrontare) e la possibilità di approfondimento (il numero di incontri è estremamente ridotto). Infine, la conduzione del confronto viene affidata a “facilitatori” che avrebbero dovuto garantire l’imparzialità del processo e aiutare i cittadini a formulare proposte e che nella pratica si sono adoperati per incanalare le obiezioni in una direzione compatibile con le esigenze dell’attuatore del progetto (Autostrade per l’Italia). Più che un confronto, una farsa.
Le strade ramificate della partecipazione alla bolognese tornano a intrecciarsi con la vicenda del “Passante” nel maggio 2023, quando viene convocata l’Assemblea cittadina, uno strumento di nuovo di zecca, inserito con grande enfasi nello Statuto comunale. La prima sessione dell’Assemblea, come richiesto per lungo tempo da Extinction Rebellion, è stata dedicata al clima. Inizia subito male: il regolamento adottato per lo svolgimento dei lavori stabilisce che la discussione non può affrontare progetti già approvati. Una norma scritta apposta per evitare che si parli del “Passante”: l’Assemblea cittadina sul clima non deve affrontare la principale tra le opere che avranno un impatto negativo sul clima. Ma anche nei percorsi partecipativi più controllati c’è sempre qualcosa che può andare storto. Nelle sue proposte conclusive, infatti, l’Assemblea chiede che venga realizzata la Valutazione di impatto sanitario (Vis) del “Passante”, esattamente la stessa proposta avanzata da tempo dai movimenti che si oppongono all’ampliamento. A questo punto che si fa? Si fa finta di accettarla, trasformandola in qualcos’altro. Emblematico il passaggio di un’intervista a Emily Clancy, vicesindaca con delega all’ambiente. Quando la giornalista domanda se tutte le proposte avanzate dall’Assemblea verranno accettate, Clancy risponde: “Sostanzialmente sì. Sul Passante infatti realizzeremo una sorveglianza sanitaria proprio perché era stata chiesta la Vis” (Repubblica Bologna, 24 febbraio 2024). In sostanza la Vis viene respinta, e il contorsionismo linguistico con il quale si cerca di affermare il contrario serve solo a dissimulare l’imbarazzo: ciò che viene concesso (la sorveglianza sanitaria sull’opera realizzata) è una cosa completamente diversa, e perfettamente inutile rispetto alla necessità di valutare preventivamente l’impatto dell’opera sulla salute pubblica.
Ora l’opera è bloccata. Dopo avere abbattuto qualche centinaio di alberi per “lavori preliminari”, si è scoperto che forse non si farà, o più probabilmente si farà in formato ridotto. Questo non ne riduce l’impatto ambientale, e rende ancora più stridente il suo rapporto con la macchina partecipativa messa in moto, che non è servita a nulla, neanche a realizzare quello che era lo scopo principale: fabbricare consenso intorno a un’opera dannosa.
Partecipare o addomesticare?
Il confronto pubblico sul “Passante” rappresenta un passaggio del processo di involuzione della stagione dei laboratori di urbanistica partecipata inaugurata circa quindici anni prima, ma – a ben guardare – questo esito era già scritto proprio in quelle esperienze, e in particolare nel percorso partecipativo messo in piedi nel 2005, al tempo della giunta Cofferati, per correggere un pesante intervento edilizio voluto dalla precedente giunta di centro-destra nell’area dell’ex mercato ortofrutticolo, nel quartiere Bolognina. Quel percorso nasceva con presupposti diversi rispetto agli interventi successivi, soprattutto perché intercettava mobilitazioni nate spontaneamente nel quartiere. Ma anche in quel caso venne posto un limite invalicabile: la cubatura complessiva prevista inizialmente doveva comunque essere assicurata. Non si trattava solo di un limite tecnico, ma dell’accettazione del paradigma della crescita economica basata sull’espansione edilizia. I meccanismi partecipativi produssero alcuni esiti positivi per quanto riguarda la ricucitura dell’insediamento rispetto al tessuto urbanistico e la dotazione di verde pubblico, ma al tempo stesso occultarono il nocciolo della questione, la vera posta in gioco. Già in quella fase si può leggere in controluce la separazione dei processi partecipativi da quelli decisionali, una separazione che annullò rapidamente i risultati ottenuti. Per lungo tempo gli scheletri dei palazzi incompiuti circondati da collinette di detriti e da opere di urbanizzazione lasciate in sospeso a causa della crisi del settore edilizio e del fallimento di una delle imprese coinvolte hanno rappresentato un monumento al fallimento di un modello di sviluppo che l’amministrazione comunale continua ostinatamente a perseguire ovunque in città.
Superata quella fase (ma nulla esclude che possa riprodursi in futuro in forme ancora più gravi), i lavori sono ripresi, e hanno subito fatto una vittima: lo spazio sociale autogestito XM24, sgomberato dalla polizia su richiesta del Comune nell’agosto 2019. Era d’intralcio al completamento del nuovo insediamento, la cui immagine (insieme al suo valore immobiliare) non doveva essere intaccata né dall’antico insediamento popolare – il tessuto storico del quartiere rispetto al quale si configura come corpo separato – né da luoghi autogestiti che rappresentano una potenziale minaccia alla sua omogeneità sociale. XM24 aveva partecipato al laboratorio per la progettazione dell’area, e gli esiti di quella progettazione – alla fine – l’hanno espulso. Ancora una prova del fatto che i processi partecipativi non servono a raccogliere e rielaborare domande e bisogni dal basso, ma a modellare le aspettative e i modi di agire di chi partecipa. Al termine del processo, i riottosi sono solo uno scarto di lavorazione.
Finzione e realtà
Nei grandi progetti di “rigenerazione” non c’è traccia di ricerca di partecipazione. Il caso delle caserme dismesse – che rappresentano una quota rilevante dello spazio pubblico a rischio di sostanziale privatizzazione – lo dimostra in modo chiaro.
Nel luglio 2021 il Consiglio comunale approva praticamente a scatola chiusa, senza neanche il tempo di esaminare i documenti, un “accordo di programma in variante della pianificazione urbanistica vigente” relativa alle ex Caserme Sani, Mazzoni e Masini. I consiglieri comunali – alla stregua delle cittadine e dei cittadini che dovrebbero rappresentare – vengono declassati a ratificatori di scelte adottate altrove (e non sembra se ne abbiano a male). Per altre due caserme – Sta.Mo.To e Perotti – vengono stipulati tre “protocolli di intesa” – il primo con il Ministero della Difesa, nel gennaio 2020, gli altri con l’Agenzia del Demanio, nel maggio 2023 – che prevedono la stessa “clausola di riservatezza”: tutte le informazioni in possesso dei soggetti coinvolti negli accordi sono classificate come “strettamente riservate” e le parti si impegnano a non rivelarle a nessuno né a fare annunci pubblici in merito alla loro collaborazione. Siamo ben oltre la mancanza di partecipazione: viene meno anche l’informazione, la base minima della “trasparenza della pubblica amministrazione” sbandierata nei rituali autocelebrativi e ridotta a carta straccia quando è d’intralcio.
Questo caso non è isolato. Il copione che va in scena in occasione dei principali interventi di trasformazione urbanistica è sempre lo stesso. Di solito i grandi progetti vengono annunciati nel corso di una conferenza stampa o di un convegno, prima ancora di essere esaminati dal Consiglio comunale, dove arrivano molto più tardi per essere approvati senza una discussione vera e approfondita. I contenuti del progetto rimangono vaghi e nebulosi, avvolti da un’enfasi retorica che fa ampio uso di termini abusati e ormai privi di un significato preciso (su tutti spicca, naturalmente, la parola magica: “rigenerazione”). A corredo vengono presentati mirabolanti rendering, tutti simili tra loro, che forniscono un’immagine edulcorata e falsificata della realtà progettuale. Alla fine, l’assessore di turno annuncia un percorso di partecipazione, generalmente dedicato – in modo assai evasivo – alla questione del verde.
In questa messa in scena tutto è finzione. Finti gli interessi pubblici, che nella maggior parte dei casi sono solo residuali. Finta la rappresentazione dei progetti, di cui solo a cantieri ultimati si potrà percepire l’impatto (estetico, ambientale, urbanistico, sociale). Finta la partecipazione annunciata, confinata su aspetti secondari o ornamentali, senza alcuna possibilità di mettere in discussione le scelte strategiche.
Capita, a volte, che questo schema artefatto si inceppi. Due vicende sono particolarmente rappresentative della possibilità di metterlo in crisi. La prima risale al 2017, quando il Comitato Rigenerazione No Speculazione inizia la sua lunga lotta per difendere i Prati di Caprara, che si estendono (sommando le due parti che li costituiscono) per circa 44 ettari, minacciati da un enorme progetto speculativo che comprendeva un esteso insediamento abitativo e un “outlet della moda”. La seconda si sviluppa a partire dall’estate 2023, quando il Comitato Besta organizza una mobilitazione per scongiurare la distruzione del parco Don Bosco, necessaria – secondo l’amministrazione comunale – per edificare una nuova scuola media in sostituzione di quella adiacente, che sarebbe stata demolita.
Le vicende sono differenti, ma hanno tre aspetti in comune. Il primo è la loro capacità di aggregazione. In entrambi i casi la partecipazione ha assunto dimensioni rilevanti, a dimostrazione che l’auto-organizzazione intorno a temi di grande importanza (l’ambiente, lo spazio pubblico) è in grado di produrre un coinvolgimento incomparabile rispetto a quello messo in moto dalle istituzioni attraverso percorsi artificiali.
Il secondo aspetto è che queste forme di mobilitazione hanno raggiunto l’obiettivo. Il bosco urbano dei Prati di Caprara è salvo (anche se manca una parola definitiva, sulla quale incombe un vero e proprio ricatto: la preservazione del bosco nella zona est in cambio di una generosa edificabilità nella zona ovest). Il parco Don Bosco è salvo, il Comune è stato costretto ad abbandonare il progetto, dopo avere tentato per due volte di abbattere gli alberi chiedendo l’intervento della polizia per manganellare gli attivisti che per molti mesi hanno presidiato l’area.
Il terzo punto che accomuna le due vicende è che in entrambi i casi i comitati non sono rimasti ancorati alla causa contingente della loro formazione – la difesa dell’ecosistema urbano e di beni pubblici – ma hanno alzato lo sguardo oltre il particolare per guardarsi intorno, cogliere il nesso con il più ampio disegno di trasformazione della città, cercare alleanze con altri soggetti. Per farlo, sono stati in grado di sviluppare in modo autonomo saperi critici che hanno permesso non solo di approfondire la conoscenza dell’oggetto specifico della mobilitazione, ma di collegarlo ad altri temi. Il Comitato per i Prati di Caprara ha prodotto un dossier scientifico e promosso un “forum civico di progettazione partecipata”, il Comitato Besta ha organizzato due convegni di grande valore tecnico e scientifico ed ha redatto un progetto di ristrutturazione dell’edificio scolastico.
Sotto la patina della partecipazione anestetizzata si trova una capacità di elaborazione critica e di mobilitazione che trova la possibilità di esprimersi solo al di fuori dei canali istituzionali, nei luoghi in cui la realtà – che contiene sempre una dimensione conflittuale – manda in frantumi la finzione del consenso.
Nel prossimo capitolo cercheremo di indagare le origini di questa frattura.