Cierrebi: il sonno della ragione
La fine annunciata di un bene comune e le responsabilità pubbliche dietro la “rinascita” privata del Cierrebi.
Nel novembre 2025, su Antigene, avevamo raccontato la storia del Cierrebi: un centro polisportivo di pregio, vivo e accessibile, che per decenni ha rappresentato un presidio sportivo e sociale per Bologna. Il 15 ottobre 2025 è iniziata la sua demolizione per far spazio a un grande centro fitness–wellness privato della multinazionale spagnola GO Fit.
Un’operazione presentata come “rinascita del Cierrebi”, ma che nei fatti appare come una grande speculazione immobiliare, funzionale anche a reperire risorse per il restyling dello stadio, progetto peraltro recentemente fallito. Quell’articolo si concludeva con una frase netta: la storia del Cierrebi non è finita. È appena iniziata.
Oggi possiamo dire che non era una metafora.
Di fronte a un’Amministrazione comunale che ha trattato trasparenza e partecipazione come un intralcio anziché come un valore, siamo stati costretti a ricorrere alle vie legali. Non per spirito polemico, ma per riaffermare un principio elementare: la legalità non è facoltativa e i beni comuni non possono essere cancellati senza rispondere alla città.
Il progetto GO Fit non è solo politicamente discutibile e privo di una visione pubblica. A nostro avviso presenta anche profili di possibile rilevanza penale che non possiamo ignorare. Per questo, tramite legale, abbiamo presentato una denuncia circostanziata alla Procura della Repubblica, chiamando in causa il Sindaco, l’Assessore allo Sport, il Presidente di Quartiere e due tecnici comunali.
Il 10 febbraio abbiamo appreso dell’apertura di un fascicolo d’indagine che ipotizza i reati di interruzione di pubblico servizio e omissione di atti d’ufficio. È inoltre al vaglio della Procura la denuncia relativa a interventi in violazione delle norme cimiteriali. Il 21 gennaio è stato presentato anche un esposto alla Corte dei Conti regionale per danno erariale.
Il punto centrale è chiaro: l’intero complesso del Cierrebi era soggetto a vincolo di uso pubblico, come stabilito dalla Convenzione del 1985 e dal titolo edilizio originario. La chiusura del centro, avvenuta in modo unilaterale e arbitrario, non poteva essere decisa senza una motivazione pubblica e un accordo con il Comune. Tanto più che, al momento della chiusura definitiva nel settembre 2019, il Cierrebi era pienamente funzionante e frequentato da circa 3.000 sportivi.
A fronte di questa chiusura, l’Amministrazione aveva il dovere di intervenire. Non lo ha fatto. Il centro è stato lasciato all’abbandono, senza vigilanza né manutenzione, esposto al degrado e al vandalismo. L’ultimo incendio, come riportato dalla stampa, è risultato doloso. Un deterioramento che appare funzionale a rendere l’area “morta” e quindi più facilmente sacrificabile a un progetto immobiliare privato.
Nel frattempo non venivano pagate imposte come IMU e TARI, mentre si continuavano a incassare canoni rilevanti, come quello dell’antenna installata sul sito. Risorse che avrebbero potuto garantire almeno una manutenzione minima. Parallelamente, il Cierrebi veniva valorizzato a bilancio per circa 15 milioni di euro, utile anche come garanzia finanziaria.
A nostro parere si configurano così rilevanti danni erariali: dalla concessione di permessi edificatori in fascia di rispetto cimiteriale, area di inedificabilità assoluta, alla realizzazione di un grande centro fitness privato con premi edificatori non dovuti e oneri urbanistici calcolati in modo gravemente carente. Senza contare la perdita di spazi sportivi pubblici e il danno reputazionale per la città.
È inoltre difficile sostenere che l’intervento in corso sia una semplice “ristrutturazione trasformativa”. La demolizione di circa l’80% degli impianti configura una nuova costruzione, in contrasto con le norme urbanistiche e con il principio costituzionale che riconosce allo sport un valore educativo, sociale e di promozione del benessere collettivo.
La storia del Cierrebi, dunque, non è finita. È appena cominciata.
Nulla è definitivamente perduto se il Comune avrà il coraggio di riconoscere gli errori commessi e di intervenire, anche al di là degli esiti giudiziari. Il pignoramento del complesso per il mancato rispetto degli obblighi contrattuali potrebbe aprire la strada a un bando pubblico o a un concorso di idee che coinvolga anche il vicino centro sportivo Corticelli e lo stadio Dall’Ara.
Serve una visione pubblica, trasparente e condivisa, capace di restituire alla città una vera cittadella dello sport e di riqualificare l’intero quadrante nord-ovest di Bologna, dal Dall’Ara ai Prati di Caprara. Non un’operazione per pochi, ma un progetto di interesse collettivo.