La città

Cosa sta succedendo con le ex caserme a Bologna?

Una storia di fallimenti: i tentativi di riuso delle caserme e la logica della valorizzazione

Da trent’anni Bologna cerca una soluzione per le sue caserme dismesse, ossia da quando il Ministero della Difesa, ex proprietario di queste aree, ne ha avviato il processo di dismissione. La prima legge che ne definisce le modalità è del 1996. La città di Bologna vede fin da subito nelle grandi aree militari dismesse una straordinaria occasione di sviluppo urbano: sono grandi spazi, spesso in posizioni strategiche dentro il centro città o poco fuori. Nel 2001, durante l’amministrazione Guazzaloca, vengono siglati i primi accordi che non portano però a nulla di concreto.

Nel 2007 la legge finanziaria nazionale del governo Prodi introduce i PUV, i Programmi Unitari di Valorizzazione, e all’Agenzia del Demanio viene affidato il compito di valorizzare questi beni. È un passaggio importante perché comporta che essi vengano considerati principalmente per il loro valore economico più che per le loro potenzialità urbane: la valorizzazione, infatti, si traduce di fatto in vendita o messa a valore. È questa la logica che ancora oggi definisce le possibilità di riuso del patrimonio immobiliare pubblico dismesso, con tutti i problemi che una visione di questo tipo porta con sé. Bologna è tra le prime città a sottoscrivere un PUV: nel 2009 e nel 2012 le aree Sta.ve.co., Prati di Caprara, Masini e Sani sono oggetto di aste aperte ai privati, ma queste vanno deserte. I costi di riqualificazione sono troppi alti e il gioco non sembra valere la candela.

È qui che interviene un secondo passaggio importante: per rendere gli immobili più appetibili agli investitori serve creare dei soggetti che sappiano parlare la loro stessa lingua. Entrano così in gioco Cassa Depositi e Prestiti e Invimit, società finanziarie a partecipazione pubblica, a cui l’Agenzia del Demanio vende le aree a prezzi ribassati con lo specifico obiettivo di valorizzarle attraendo investimenti. Neanche questa strada, però, ha funzionato. In particolare, i grandi progetti speculativi previsti per i Prati di Caprara e per la ex Caserma Sani sono rimasti solo sulla carta.

Successivamente, nel 2015, con l’amministrazione Merola arriva un piano operativo comunale specificatamente dedicato alla “Rigenerazione patrimoni pubblici” con dentro Prati di Caprara, lo scalo di Ravone, Sani, Masini e Sta.ve.co. Gli obiettivi sono di realizzare edilizia residenziale sociale e nuove aree verdi, ma anche questa volta non succede nulla. Tante parole e progetti che ogni volta sembrano sul punto di iniziare e poi si riducono a un nulla di fatto.

L’accordo attuale: capitali privati e consumo di suolo

Le proprietà pubbliche dismesse sono state oggetto di un nuovo accordo nella primavera 2026, denominato “Piano Città degli Immobili Pubblici di Bologna” tra Agenzia del Demanio, Regione, Comune e Università, il quale ha validità di tre anni e annulla tutti gli accordi precedenti. Tuttavia, rimane centrale la stessa domanda: come tenere insieme l’interesse pubblico e la necessità di trovare risorse per trasformare questi spazi?

Leggendo, infatti, sembrerebbe che ancora una volta l’ago della bilancia penda verso la necessità del finanziamento privato. L’Allegato A dell’accordo, che contiene il portafoglio degli immobili (18 beni, tra cui le caserme Perotti, Sta.mo.to. e Sta.ve.co.), ne descrive infatti le “principali caratteristiche” allo stesso modo in cui potrebbe farlo il dossier di un’agenzia immobiliare: peccato che ad essere in vendita siano dei veri e propri pezzi di città. Nelle singole schede non sono invece indicate destinazioni pubbliche, che si trovano solo a livello di intenzione sfogliando il testo dell’accordo. In particolare, da parte dell’Agenzia del Demanio, l’indirizzo è quello indicato dall’ultimo documento del MEF 2026-2028: valorizzare questi spazi per soddisfare primariamente i fabbisogni logistici delle pubbliche amministrazioni, quindi principalmente uffici pubblici e tribunali. Da parte del comune c’è invece un impegno ad operare in coerenza ai progetti bandiera Città della conoscenza, Impronta Verde e il Piano per l’Abitare, nonché l’obiettivo preminente di connettere parti di città separate, creare nuove centralità, bonificare i suoli, arricchire i servizi ecosistemici, aumentare l’offerta abitativa in proprietà e locazione. Il tutto senza sigillare ulteriore suolo.

Sebbene sia difficile commentare intenzioni tanto ampie come queste, qualcosa si può già dire. Ad esempio, riguardo il tema del consumo di suolo, tagliare alberi e buttare cemento su suolo vergine dentro alle ex caserme non viene conteggiato come tale: queste infatti, come molti altri grandi spazi dismessi, sono considerate dalla normativa attualmente in vigore come territorio già urbanizzato, dove il suolo conta come già sigillato. Il patrimonio pubblico dismesso diventa in questo modo un’occasione d’oro per continuare a cementificare.

È una conseguenza paradossale, contraria al Nature Restoration Law – il regolamento approvato nel 2024 (con scadenza per l’applicazione in Italia fissata a settembre 2026) per il ripristino degli ecosistemi degradati, il quale introduce principi specifici per evitare la perdita di aree verdi in aree urbane – e al principio generale europeo del Do No Significant Harm, che impone ormai per qualsiasi progetto di non arrecare danni significativi agli elementi ambientali. Ma non dovremmo nemmeno aspettare che siano le norme europee a dircelo: il suolo svolge funzioni ecosistemiche fondamentali per garantire la resilienza delle città, indipendentemente da come viene classificato su una carta pianificatoria. E per questo dobbiamo pretendere che venga tutelato già oggi.

Gli usi temporanei…

Negli ultimi mesi però hanno iniziato a prendere forma modalità diverse di utilizzo che, seppure con alcuni limiti, sembrano essere riuscite a riaprire le porte di alcuni spazi. Questi casi hanno in comune di non essere mai passati attraverso la “finanziarizzazione” descritta in precedenza, ovvero non sono mai finiti nelle mani di Cassa Depositi e Prestiti, Invimit o soggetti analoghi, rimanendo pienamente di proprietà pubblica. È un’informazione che vale la pena sottolineare nella consapevolezza che la regia pubblica non costituisce di per sé una condizione sufficiente, ma sembrerebbe essere necessaria per riaprire questi spazi alla città. La strategia è quella degli usi temporanei, modalità promossa anche dall’Accordo. L’obiettivo è riattivare temporaneamente le aree dismesse attraverso progetti di carattere culturale e sociale, in attesa di una trasformazione definitiva. Il caso più noto è sicuramente quello di DumBO, nell’ex Scalo Ravone, ma lo stesso modello è in via di sperimentazione in altre aree, come l’ex Villa Turri con TEST – Nuovo Prototipo Urbano e l’ex caserma Boldrini, assegnata attraverso un bando.

La principale criticità è che questo approccio, nonostante sembri riprendere alcune pratiche e i linguaggi alternative al normale consumismo, mantiene inalterate le condizioni di esclusione da cui quelle pratiche derivano. In altre parole, distaccandosi dalle necessità sociali da cui tali pratiche nascono e seguendo una logica di puro profitto, si costituisce una sorta di “spazio sociale addomesticato”. Da una parte, esso appare abbastanza alternativo da risultare attrattivo e riconoscibile, ma dall’altra, essendo svuotato della sua capacità di mettere in discussione gli equilibri esistenti e proporre un’alternativa, finisce per riprodurre le condizioni di esclusione tipiche della logica di mercato. Inoltre, il carattere temporaneo limita fortemente queste esperienze, riducendole a parentesi transitorie in attesa della futura “vera” valorizzazione economica dell’area, senza incidere realmente sulle modalità di trasformazione canoniche.

… e Reinventing cities

L’altra via promossa dall’accordo che ha già trovato un’applicazione concreta è quella della ricerca di partenariati pubblico-privati anche in ambito internazionale. È il caso delle ex caserme Perotti e Sta.mo.to. candidate dal Comune a Reinventing Cities, il concorso internazionale promosso da C40, rete di città impegnate sulle politiche climatiche e sulla transizione urbana. I progetti ripensano le ex caserme come eco-quartieri con un approccio che, almeno sulla carta, dice di superare la logica dello sviluppo immobiliare e dell’intervento puntuale. Per l’ex Perotti, ad esempio, il progetto della società Net Engineering parte dalla pressione abitativa e dalla presenza studentesca per immaginare una nuova centralità periferica, con residenze, servizi, spazi pubblici e funzioni culturali, ricreative e commerciali. Sono parole interessanti, ma l’impatto sociale di questi progetti sarà valutabile solo a intervento avvenuto e a distanza di tempo. Nonostante l’area rimanga pubblica, non è affatto automatico che la sua trasformazione risponda all’interesse pubblico, soprattutto quando i finanziatori restano soggetti privati.

È qui che emerge la questione più profonda, sulla quale vogliamo portare una riflessione. L’interesse pubblico sembra essere diventato il riuso di per sé, e non un riuso effettivamente utile alla collettività. Allo stesso modo la pianificazione urbana sembra essersi spostata dagli uffici comunali agli studi di architettura internazionali incaricati di progettare le trasformazioni. Il problema è che, per quanto bravi possano essere gli studi a ricostruire i bisogni del territorio, essi hanno smarrito il senso sociale e pubblico del loro lavoro, rispondono unicamente alle finalità degli operatori economici e, in ogni caso, non sono rappresentanti politici. E allora viene da chiedersi: dov’è la democrazia?

Il riuso non è mai neutro: ogni progetto produce una certa idea di città, stabilisce chi può entrare e chi deve restare fuori da certi luoghi, che tipo di attività possono trovare spazio, quali bisogni vengono considerati prioritari. Non si tratta soltanto di riempire un vuoto, ma di decidere chi ha il diritto di immaginare cosa quel vuoto diventerà.

Un cambio di prospettiva

In questo senso assume valore un’altra possibilità: quella del bene comune autogestito, dove il significato e l’uso dello spazio prendono forma a partire dai bisogni di chi lo vive, anziché essere definiti interamente a monte da un progetto. Una prospettiva di questo tipo, che è quella che proponiamo come Resistenze Spaziali, ha il vantaggio di vedere quello che già c’è in questi spazi, che vuoti di certo non sono, e di coinvolgere la comunità che li circonda, che di certo priva di desideri e bisogni non è. Per fare un esempio concreto e significativo, nella scheda dell’allegato A della caserma Perotti, risultano zero metri quadrati di verde, nonostante dalle fotografie presenti nella stessa scheda sia evidente la presenza di grandi aree verdi. Può sembrare un dettaglio, ma in realtà dice molto del modo in cui questi spazi vengono guardati: mentre sono rimasti chiusi, infatti, hanno continuato a trasformarsi spontaneamente e, così, in numerose ex caserme si sono sviluppati ecosistemi urbani attraverso processi di rinaturalizzazione. Parchi urbani, beni comuni aperti, luoghi autogestiti: partire da qui potrebbe rendere molto più semplice, e giusto, immaginare il futuro di aree che da decenni attendono una destinazione. Non per farli fruttare economicamente, ma per renderli finalmente utili alla collettività.