Le culture

DescargaLab: la musica meticcia che racconta l’Italia invisibile

Musica, comunità e Sud del mondo come pratica politica contro le città-vetrina.

di Antìgene

In un paese che continua a raccontarsi attraverso narrazioni addomesticate, ogni tanto compaiono realtà che sfuggono all’estetica patinata delle città-brand. Spuntano come improvvisi cortocircuiti culturali: laboratori, collettivi, gruppi musicali che ricuciono pezzi di società che la politica urbana preferisce dimenticare. DescargaLab è uno di questi cortocircuiti.

Nata come band ma cresciuta come comunità artistica, DescargaLab lavora sulla frontiera — non solo musicale, ma sociale e linguistica. È una di quelle realtà che prendi in mano e ti accorgi che non la puoi incasellare: troppo latina per essere definita “musica popolare”, troppo mediterranea per finire nella world music da festival estivo, troppo politica per essere playlistabile.
È un organismo vivo: un impasto di lingua napoletana, ritmi caraibici, storie di quartiere, memoria migrante e femminile, unito al coraggio di affrontare temi scomodi fuori dalle liturgie istituzionali.

Il Sud del mondo come metodo, non come folklore

Dopo anni in cui la retorica della “contaminazione” è diventata un gadget di marketing culturale, DescargaLab restituisce dignità a un’idea semplice e radicale:
le culture mescolate non sono una moda, ma un terreno politico.

La band lavora sui margini e coi margini: quartieri popolari, comunità migranti, storie di violenza e riscatto. Non c’è esotismo, non c’è appropriazione, c’è una genealogia condivisa. Le percussioni latine si innestano sulla vocalità partenopea non per creare un “effetto mondo”, ma per rimarcare che tra i Sud – italiani, latinoamericani, afrodiscendenti – corrono fili di oppressione e di resistenza comuni.

È una postura che oggi sembra quasi sovversiva, in un’Italia dove il multiculturalismo è contemplato solo se di contorno, mai come centro.

Musica che racconta ciò che la città cancella

I brani di DescargaLab portano dentro voci che normalmente non entrano nel discorso pubblico:

  • donne che sopravvivono alla violenza;
  • lavoratori precari;
  • quartieri marginalizzati;
  • memorie famigliari spezzate tra Sud e diaspora;
  • rabbia e ironia dei “troppo poveri” per essere fotografati e “troppo veri” per finire nelle brochure turistiche.

È una musica che non chiede il permesso. Entra, vibra, scardina.
E in questo somiglia molto alle città reali — non a quelle raccontate dai piani strategici, ma a quelle che si muovono, vivono, subiscono e resistono ogni giorno.

Un modello culturale alternativo alla gentrificazione

In un ecosistema in cui i centri urbani trasformano ogni forma culturale in prodotto da packaging raffinato, DescargaLab rappresenta l’altra strada:
un modello di produzione indipendente, comunitaria, politica, che non si piega alla logica del brand urbano.

Mentre molte amministrazioni usano l’arte come “soft power” per vendere quartieri e pacificare dissenso, realtà come DescargaLab riaprono le ferite invece di nasconderle.
E così ricordano che la cultura può ancora essere conflitto, memoria, lotta.
Non uno strumento di valorizzazione immobiliare.

Tarumbò Caribeño: oltre l’omaggio, una rivolta affettiva

L’ultimo lavoro, Tarumbò Caribeño, non è un semplice omaggio a Pino Daniele:
è un atto politico travestito da danza.
Portare Pino dentro la salsa, il bolero, il funk caraibico significa dirlo esplicitamente:
le appartenenze sono mobili, ibride, migranti.
E che proprio lì — nei movimenti che le città non sanno controllare — nasce il futuro possibile.

Perché DescargaLab serve all’Italia di oggi

DescargaLab non è solo una band.
È una domanda posta alla società italiana:
che cosa vogliamo raccontare di noi stessi?
Un paese chiuso, spaventato, identitario?
O un paese capace di riconoscere le sue mille radici, anche quelle che non rientrano nei confini della nazione?

In un momento storico in cui politica e media rispolverano ossessioni securitarie, e le città si trasformano in showroom, gruppi come DescargaLab ci ricordano che la cultura può ancora fare ciò che l’urbanistica non sa più fare:
tenere insieme ciò che i processi di esclusione rompono.

È un lavoro lento, fragile, prezioso.
È il lavoro di chi produce cultura non per vendere uno storytelling, ma per aprire un varco.

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Intervista ai Descarga Lab
Descarga Lab

DescargaLab è una band e comunità artistica nata dall’incontro tra Napoli, il Mediterraneo e i Sud del mondo. Il loro lavoro intreccia lingua napoletana, ritmi caraibici e memorie migranti in una ricerca che va oltre la musica, diventando pratica culturale e politica. Lontani dalle etichette della world music e dalle logiche di mercato, DescargaLab costruisce un suono ibrido e radicale, radicato nei quartieri popolari e nelle storie marginali. Con un approccio indipendente e comunitario, trasformano la contaminazione in genealogia condivisa, dando voce a ciò che spesso resta fuori dalle narrazioni ufficiali delle città contemporanee

La vostra musica nasce dall’incontro tra Sud diversi: Napoli, Caraibi, quartieri popolari italiani. Quando avete capito che questa mescolanza non era solo un’estetica, ma un modo politico di stare nel mondo?
A dire il vero la “mezcla” è semplicemente la nostra essenza, perché siamo nati e cresciuti nelle periferie che raccontiamo, vivendo da figli di immigrati del Sud una frazione dello stigma che oggi pesa nei processi di razzializzazione dei “Maranza”. Diciamo una frazione, perché è vero che scrivevano “non si affitta ai meridionali” ma almeno a noi e ai nostri genitori non serviva il permesso di soggiorno e anche il termine “Maranza”, coniato proprio proprio nella nostra città, ci qualificava in modo sicuramente dispregiativo ma probabilmente meno razziale di oggi. Al pari dei giovani figli di migranti nordafricani e sudamericani odierni per noi è stato naturale trovare nel “Sud” il nostro riferimento politico e identitario con cui rivendicare il diritto a (R)esistere.
Nelle vostre canzoni entrano spesso storie di donne, di migrazioni, di precariato, di marginalità. Come scegliete quali ferite trasformare in ritmo, e quali invece lasciar parlare nel silenzio?
Nell’ unico modo in cui siamo capaci, lasciando parlare il cuore e la nostra storia. Come diciamo sempre ai ragazzi nei teatri, nelle scuole, nei campi estivi noi non siamo esperti, non portiamo dottrine e al massimo possiamo offrire domande più che risposte. L’unico strumento che conosciamo è l’onestà intellettuale. L’unico registro l’autenticità. Non raccontiamo storie per gente “seria”, raccontiamo storie vere. E alla verità bisogna sempre rendere onore.
Oggi molte città trasformano la cultura in marketing urbano: festival, eventi, “rigenerazione”. Come vivete il rischio di diventare un prodotto da vetrina, e come vi difendete da questa cooptazione?
Per noi brutti, sporchi e cattivi non c’è questo rischio. Nella società dell’immagine basta muoversi fuori da certi schemi restando veri fino in fondo per subire i processi di esclusione dalla dimensione pubblica mainstream. Paradossalmente questo accade molto più a “sinistra” (e non intendiamo la sinistra moderata) che a “destra”, ma forse nemmeno tanto paradossalmente. Noi rain dogs siamo poco funzionali all’estetica del “voto utile” esteso al suo senso più ampio, poco adatti alle copertine patinate e alle kermesse intellettuali a metà tra il femminismo dottrinale e una puntata di “sex and the city”. Ogni volta che hanno provato a cooptarci se ne sono pentiti senza che ci dovessimo nemmeno sforzare. Puzziamo di barrio, non c’è niente da fare.
“Tarumbò Caribeño” porta Pino Daniele in un altrove che gli apparteneva già. Che cosa significa per voi “tradurre” un’eredità musicale senza farne un feticcio nostalgico?
Pino (il primo Pino) ce lo abbiamo cucito sulla pelle ed è parte di ogni espressione del nostro quotidiano. Ovviamente da buoni Maranza del tempo che fu siamo stati incoscientemente presuntuosi. Così musicalmente abbiamo preteso di vedere un angolo stilistico che pensavamo lui avesse solo accennato nella sua carriera, quello cuban. Su suggerimento del suo primo produttore -che ha prodotto anche noi- abbiamo poi sostituito il napoletano con lo spagnolo, perché volevamo proporre una lettura completamente nuova dei brani che minimizzasse i rimandi agli originali. Infine, è stato praticamente naturale collegare questo lavoro alle nostre storie di (R)esistenza per sganciarci dalle numerose “operazioni nostalgia” più o meno intellettualmente oneste che si sono viste soprattutto nell’anno del decennale. Così, “Noche que se va” racconta l’attraversamento delle fragilità, “Ana vendrà” il neorealismo contemporaneo delle periferie, “Femmena”, “Dona cunchè” e “El es un bueno guaglione” il transfemminile come argine al degrado, “Tierra mia” l’identità sana delle moltitudini, che si sa, è come il colesterolo buono.
La vostra pratica sembra collettiva, quasi comunitaria. Cosa succede dietro le quinte: quali conflitti, quali complicità, quali fatiche tengono insieme il vostro laboratorio umano e politico?
Stiamo effettivamente parlando di una storia ultra trentennale e di una rete composita che va da Casal di Principe al Giambellino dove chiaramente tenere insieme l’ala sinistra degli ultras della Casertana, i beni comuni campani, l’universo latino danzante, l’antimafia sociale, gli eredi a vario titolo dei centri sociali italiani non è esattamente una passeggiata. Per quanto banale, il collante del collettivo e della sua rete di relazioni restano contenuti e azione dal basso, ai quali si somma un’ossessiva avversione per qualunque atteggiamento divisivo che ci sembra completamente assurdo di fronte alla ferocia delle mafie o a rischi per la salute dei bambini nelle aree dove si perpetra il biocidio. Dunque, messe da parte con l’opportuna determinazione le ambizioni pelose degli arrivisti politici e le esose richieste economiche dei Marc Anthony de noartri, il respiro della fratellanza c’è e si sente potente.
Viviamo in un’Italia dove la parola “meticcio” è spesso guardata con sospetto. Sentite che la vostra musica crea attrito? Vi trovate a essere corpo estraneo nella scena culturale mainstream?
Diciamo che ogni volta che la scena mainstream ci da spazio creiamo qualche imbarazzo, proprio in quanto corpo estraneo. Abbiamo lasciato buoni ricordi in questo senso dopo aver vinto un Festival Rai per il Sociale uscendo al grido di “Palestina Libera!”, e in diretta a Radio1 con John Vignola, interrompendo a ripetizione il conduttore ad esempio per spiegare che DRAGO significa anzitutto Dare Risposte Al Giambellino Ora, anche se a lui a ben vedere non fregava nulla.
Andrebbe poi approfondito il senso ultimo del termine meticcio stante la reazione gelida che ci capita quasi sempre di incontrare nei salotti buoni della sinistra, infastiditi dal richiamo neomelodico della lingua napoletana o da quello cafone dei “balli latino americani”.
C’è un luogo, un volto o una storia che sentite ancora “in attesa”, qualcosa che prima o poi dovrà entrare nei vostri brani? Un pezzo di mondo che non avete ancora avuto il coraggio o il tempo di raccontare?
Il Giambellino, ma anche Baggio, sono le periferie a partire dalle quali una generazione, quella che ci ha preceduto, ha tentato l’assalto al cielo negli anni ’70. Sembra che i percorsi di pacificazione con la parte più dolorosa e violenta di quel pezzo di storia non siano ancora maturi se non in esperienze di nicchia. Sarebbe bello e importante per i territori in cui hanno mosso i loro passi i protagonisti sconfitti poterne rappresentare in modo diffuso e non ideologico la storia, le ragioni, il dolore e i sogni infranti.