Dialogo, confronto e partecipazione al Pilastro
Comitato Popolare Pilastro
La dimensione urbana è il luogo dei conflitti dove ci sono gli impatti veri”: questa frase, a fine intervista, è forse l’unico accenno del sindaco di Bologna Matteo Lepore alla realtà.
È indicativo come, nel lungo catalogo di annunci, visioni e dichiarazioni, il Sindaco riesca a dimenticare sistematicamente le periferie che le vertenze le portano avanti sulla propria pelle. Dimenticare il Pilastro, dopo tutto quello che è successo attorno alla vicenda del MuBa, richiede un esercizio di distrazione davvero notevole.
Le dichiarazioni sulle “svolte” urbanistiche e sul dialogo con la cittadinanza suonano come una beffa; da noi il dialogo non è mai stato aperto. Anzi, il Pilastro l’ha cercato, il dialogo, e dall’amministrazione comunale si è visto sbattere in faccia porte e manganelli.
Si è preferito militarizzare l’intero rione, portando la repressione del nuovo DDL Sicurezza direttamente nel cuore delle “fragilità”.
Il Sindaco dice che la riforma dei quartieri deve prevedere un collegamento tra persone e istituzioni, e lo fa dopo aver criminalizzato ed etichettato come “violenza” ogni più pacifica forma di dissenso. Ha il coraggio di affrontare i temi della lotta all’estrattivismo urbano e della salvaguardia del verde subito dopo la disastrosa cementificazione di un parco pubblico, un parco vissuto e indispensabile alla socialità oltre che all’ambiente.
Nell’intervista si citano laboratori di quartiere, sapendo benissimo che quei percorsi sono stati del tutto ininfluenti nelle decisioni prese, che anzi spesso ne hanno direttamente contraddetto gli esiti. E quando la partecipazione non incide e non ha potere deliberativo reale, non è democrazia: è solo burocrazia del consenso, buona per la narrazione, menzognera e sempre più stantia, di una città aperta all’ascolto e incline alla rigenerazione pubblica e alla tutela dell’ambiente. Una visione suggestiva sulla carta, ma del tutto falsa.
Il Pilastro continua a pagare il prezzo di ignobili decisioni prese altrove, con le reali istanze degli abitanti che vengono costantemente ignorate in favore dei grandi progetti di vetrina. Come se il rione fosse solo un fondale per sperimentazioni e opportunità finanziarie, un territorio da ricordare solo quando avvengono fatti di cronaca e nel quale gli amministratori non hanno nemmeno il coraggio di mettere piede.
Parlare di lotta alla speculazione mentre si ignorano i comitati nati dal basso e le resistenze storiche dei quartieri popolari è una contraddizione palese. Se l’amministrazione intende davvero aprire un dibattito franco e non ideologico sulla città, smetta di selezionare gli interlocutori solo tra le realtà a lei asservite e inizi a rispondere concretamente alle vertenze del Pilastro.
Il dialogo non si misura con il numero di osservazioni protocollate nei laboratori di urbanistica, ma con la capacità reale di rispettare le comunità locali.
E questa comunità locale di rispetto continua a non vederne traccia.