Memorie in conflitto
Come il paragone con gli anni ’70 viene usato per semplificare il presente, rimuovere il conflitto sociale e trasformare il dissenso in emergenza
Nel dibattito pubblico italiano, il richiamo agli anni di piombo è diventato una scorciatoia narrativa potente quanto fuorviante. Le proteste contemporanee, radicate in questioni sociali come casa, lavoro e trasformazioni urbane, vengono spesso lette attraverso una lente che appartiene a un’altra epoca, producendo una doppia distorsione: il presente viene semplificato, il passato svuotato.
Attivista e presidente dell’Associazione Centro Culturale Villa Paradiso APS
Cresce in una famiglia popolare, tra radici operaie e contadine segnate da un forte imprinting politico. Entra nel movimento studentesco nel 1973, partecipando alla nascita del collettivo del IV Istituto Tecnico e successivamente al coordinamento dell’autonomia studentesca, fino alla militanza nell’Autonomia Operaia. Coinvolta nell’inchiesta del 1977 sull’“autonomia bolognese”, viene assolta. Figura giovane ma già riconoscibile per radicalità e determinazione, attraversa il femminismo e i movimenti con uno sguardo intransigente e profondamente politico. Il suo principio resta immutato: la rivoluzione è una pratica quotidiana, costruita nelle scelte di ogni giorno
Gli anni ’70 vengono usati come uno spauracchio: servono a dire “attenzione, potrebbe tornare quel caos”.
In realtà raccontano soprattutto il trauma di chi governava. Quel ciclo di lotte ha costretto il potere a fare un salto in avanti: legislazione d’emergenza, strumenti repressivi più sofisticati, capacità di prevenire e disarticolare l’organizzazione sociale.
I movimenti invece non li evocano perché non si costruiscono per imitazione. Un movimento vive se è forza creativa, non se è nostalgia.
Per molti non sono stati “anni di piombo”, ma anni densissimi: creativi, collettivi, pieni di aspettative reali di cambiamento.
Manca l’idea di una generazione che cresce dentro un senso condiviso, dentro una pratica politica quotidiana.
Manca la dimensione del “noi”.
La repressione è stata durissima, dalle giornate del ’77 fino all’ingresso dei carri armati in città.
Ma resta anche una frattura politica profonda: quella col Partito Comunista.
Per molti di noi, già allora, era evidente che il PCI fosse parte della gestione del potere, non un alleato.
Oggi quella memoria viene rovesciata: gli anni ’70 diventano un monito contro il conflitto, non un momento da comprendere.
Negli anni ’70 esisteva una struttura collettiva stabile: si discuteva insieme, si decideva insieme, si costruivano pratiche comuni.
La militanza non era solo un’attivismo occasionale: era una soggettività politica dentro un’organizzazione. Questo permetteva una cosa fondamentale: durare nel tempo.
Oggi invece prevale la dimensione situazionale.
Nasce una lotta, si sviluppa, poi finisce. E con essa si disperde tutto: relazioni, competenze, forza accumulata.
Si concentra su temi reali — casa, ambiente, welfare — spesso nelle periferie, dove le contraddizioni sono più forti.
Ma manca la capacità di generalizzare, di trasformare quelle lotte in un progetto politico complessivo.
Negli anni ’70 esistevano campagne nazionali, coordinate, che attraversavano tutto il paese.
Oggi ogni territorio resta più isolato.
Allora i rapporti erano di contrapposizione netta. Sindacati e partiti, soprattutto il PCI, erano spesso avversari politici diretti.
Oggi vediamo situazioni ibride: movimenti e sindacati nello stesso spazio, senza una vera elaborazione critica di questo rapporto.
Negli anni ’70 le lotte producevano nuove soggettività politiche. Le persone venivano coinvolte, crescevano, entravano in percorsi organizzati. Oggi no. Finita la mobilitazione, anche chi si è esposto e ha avuto un ruolo torna alla vita di prima.
Non c’è accumulo. Non c’è continuità.
Oggi la repressione è più “pulita”, più amministrativa: DASPO, fogli di via, sanzioni. Meno visibile, più normalizzata.
Non appare come violenza, ma come applicazione della legge.
È una forma più sofisticata, e in certi casi più efficace, perché meno percepita come abuso.
La differenza è che oggi c’è molta più solitudine.
Negli anni ’70 la socialità era fisica, quotidiana, inevitabile. Oggi è frammentata, spesso mediata.
Questo incide direttamente sulla capacità di costruire conflitto.
Oggi il conflitto esiste, ma appare intermittente, locale, fragile. E senza organizzazione, anche le lotte rischiano di non lasciare traccia.
Nel 1969 aderì a Potere Operaio fino alla dissoluzione dell’organizzazione nel 1973. Aderì poi all’autonomia operaia organizzata area Rosso fino al 1979, anno che decretò la fine anche di quell’esperienza. A tutt’ora è attivo come militante nei movimenti.
Ha cominciato a fare politica molto presto, già a 14 anni, durante il passaggio dalla terza media al liceo. Ha sempre vissuto nel quartiere San Donato, sperimentando in prima persona le contraddizioni di un quartiere proletario: le bande, le prime migrazioni dal Sud d’Italia e le difficoltà di inserimento nel tessuto sociale locale. Aderisce a Lotta Continua, rimanendovi fino al suo scioglimento. Ha sempre sostenuto, e continua a sostenere, che la violenza sia una sporca necessità, un elemento che ha storicamente accompagnato la crescita dei movimenti, e per questo ha anche pagato un prezzo personale.”
La differenza principale è semplice: allora l’obiettivo era la rivoluzione. Oggi spesso ci si accontenta di molto meno. Anche le forme di lotta sono diverse: allora erano radicali, oggi sono più deboli e facilmente contenibili.
Inoltre oggi non esistono più organizzazioni strutturate come allora: ci sono forme liquide, che nascono e si sciolgono attorno a singoli obiettivi. Si difende un parco, ma non uno sfratto o un posto di lavoro.
All’epoca c’era anche molta più formazione teorica: marxismo, maoismo, guevarismo. Oggi il conflitto è più frammentato, meno ideologico, ma anche più debole, pur affrontando temi nuovi come l’ambiente.
Oggi i partiti sono più liquidi, ma il conflitto politico esiste ancora, anche se meno intenso. Le differenze restano, ma si esprimono in forme più deboli.
Manca la capacità di collegare i conflitti a un quadro generale di lotta contro sfruttamento, colonialismo e imperialismo.
Viviamo in un sistema in crisi, che usa la guerra anche come strumento interno, contro lavoratori e fasce deboli. Le misure repressive, i DASPO, i fogli di via, vanno in questa direzione: controllo sociale e contenimento di un conflitto che esiste, ma fatica a emergere.
La gentrificazione espelle i ceti popolari, aumenta gli affitti, spinge le persone fuori dai quartieri. Non basta difendersi dagli sfratti: bisogna proporre alternative strutturali, come un tetto agli affitti legato al reddito.
Il problema è che le decisioni vengono comunque imposte dall’alto, anche contro il parere degli abitanti.
L’eredità più importante è stare nei movimenti senza volerli egemonizzare: contribuire agli obiettivi senza piegarli a logiche esterne, come quelle elettorali.
E manca anche una forma di organizzazione: non necessariamente il partito tradizionale, ma strumenti condivisi per costruire e difendere un programma.
C’è più spontaneità e meno visione complessiva. Si reagisce quando si è colpiti direttamente, ma manca una lettura generale del sistema.
I sindacati confederali hanno rinunciato al conflitto e questo ha prodotto una deriva conservatrice.
Chi dovrebbe raccontare la realtà finisce per riprodurre la narrazione del potere. E questo incide profondamente sulla percezione dei conflitti.
Arriva a Bologna nel 1976 e milita da subito in Autonomia Operaia. Attualmente pensionata, ha lavorato come educatrice in una cooperativa che si occupa di persone con disabilità nell’età adulta. Rimane attivamente impegnata su ciò che accade in città e segue con interesse le tematiche ambientali, in particolare riguardo ai parchi eolici in Sardegna, collaborando con i comitati contrari ad alcune forme di energie rinnovabili.
Al contrario, però, i social sono una grande risorsa: permettono una diffusione rapidissima delle informazioni e la nascita di mobilitazioni spontanee. Il conflitto oggi è più diffuso, ma anche più debole.
Nel frattempo, aumentano problemi come gentrificazione, costo della vita, riduzione degli spazi pubblici. E proprio mentre questi temi crescono, diminuiscono i luoghi in cui possono essere discussi liberamente.
Le priorità sono altre: gestione dei fondi, grandi progetti. E tutto ciò che può interferire viene escluso.
E in questo, per certi aspetti, rivedo qualcosa di quello che eravamo noi.
77ino, oggi nell’esperienza di Villa paradiso e redattore di Carmillaonline.
riconoscimento o forzatura?
legame sembra spezzato: per te è un limite o una possibilità?
pubblici) rispetto ai conflitti di allora?
Se dovessi dire una cosa a chi oggi scende in piazza, quale sarebbe?
Vive tra un’assemblea infinita e un refuso mai corretto. Scrive come se stesse smontando un giocattolo per capire chi l’ha costruito davvero. Si dice abbia attraversato tre decenni senza mai allinearsi, sopravvivendo a collettivi, editoriali e aperitivi culturali grazie a una dieta a base di dubbi e cortocircuiti. Collabora con chi non è d’accordo con lui e diffida profondamente di chi lo è. Non rappresenta nessuno, motivo per cui ogni tanto qualcuno prova comunque a rappresentarlo. Compare e scompare nei punti ciechi del dibattito pubblico, lasciando dietro di sé domande scomode e sedie fuori posto.
Spesso si dimentica che luoghi come il Livello 57, il primo TPO di via Irnerio (lo sottolineo per distinguerlo da quello successivo di viale Lenin) o il Link non si limitavano a esistere: dettavano l’agenda culturale e giovanile della città. Con una proposta così vasta e potente da rendere quasi irrilevante l’offerta privata.
Senza il patrimonio degli anni ’70 tutto questo non sarebbe accaduto. E quella visione ha resistito, in forme mutate, almeno fino al 2001 di Genova.
La mia generazione, invece, era più vicina al joystick che alle armi. Dopo Genova, la risposta non è stata la radicalizzazione militare, ma una ritirata psichica: introspezione, elaborazione, in qualche modo disinnesco.
Chi ha scommesso su questa deriva ha vinto. Ma è stata una scommessa tutt’altro che scontata, e profondamente irresponsabile nelle sue conseguenze.
Tra dispositivi di sorveglianza sempre più sofisticati e strumenti repressivi più efficaci, il terreno è cambiato. E, banalmente, sono cambiato anch’io: oggi sono un cardiopatico, a vent’anni no.
Questo non significa condannare gli scontri di piazza. Sarebbe ipocrita. L’impeto che li muove lo conosco bene. Ma li vedo come un’estetica residuale, una battaglia di retrovia.
Quello che invece vedo oggi è un’ossessione per essere forza di governo, dal PCI fino alle esperienze più recenti. Un’ossessione che ha prodotto più adattamento che trasformazione.
Io credo che si debba recuperare il senso dell’opposizione. Non come testimonianza sterile, ma come spazio reale di conflitto e proposta.
Se questo accadesse, potrei anche tornare a considerare il voto.
Senza questa prospettiva, l’attuale febbre elettorale mi sembra solo un esercizio sterile.
Avere ragione, da solo, è una forma elegante di irrilevanza. Può darti conforto, al massimo qualche citazione postuma, ma non cambia nulla. Aprire una possibilità, invece, significa creare uno spazio che prima non c’era, anche piccolo, anche fragile, anche destinato magari a fallire.
Se tra dieci anni dovessi riconoscere qualcosa di questo passaggio, non sarà una posizione corretta o una previsione azzeccata. Sarà aver contribuito, anche solo di poco, a spostare il perimetro di ciò che era pensabile e dicibile.
Il resto è contabilità del passato.