I fantasmi: la rivolta dei dipendenti contro il sindaco Lepore
A Bologna basta poco per accorgersi che qualcosa si è incrinato: non serve essere urbanisti, né economisti, basta entrare in un ufficio comunale, in una biblioteca o in un museo.
Mentre la città si riempie di cantieri futuristici, festival della partecipazione e slogan sulla “Bologna che cresce”, chi dovrebbe farla funzionare davvero è allo stremo.
E infatti oggi quella città “giusta e inclusiva” raccontata dalla giunta Lepore è in agitazione. Di fatto gli uffici funzionano solo perché migliaia di persone fanno straordinari invisibili per tappare buchi creati da anni di politiche che sanno di austerità camuffata. Biblioteche senza bibliotecari, musei senza mediatori, sportelli pubblici con file più lunghe delle piste ciclabili: benvenuti nella “Città Europea del Futuro”.
In consiglio comunale i dipendenti non hanno più voglia di ascoltare promesse. La vertenza dei dipendenti comunali smonta tutta la retorica del progresso bolognese. Perché se la città cresce solo per attirare investimenti, turisti, start-up, studenti e grandi eventi, ma non investe su chi la fa funzionare, allora non è progresso: è maquillage.
E a forza di puntare tutto sulla vetrina, il retrobottega è collassato. Tra queste voci ce n’è una che da tempo denuncia il cortocircuito tra retorica progressista e pratiche amministrative: Enrico Tabellini, delegato Cobas, tra i protagonisti delle mobilitazioni nei musei, nelle biblioteche e negli uffici comunali. A lui abbiamo chiesto non solo cosa sta succedendo, ma cosa rivela davvero questa rivolta sul futuro del lavoro pubblico a Bologna — e su chi lo governa.
Sindacalista di base attivo nei Cobas di Bologna, dove ricopre il ruolo di delegato RSU per il settore Musei Civici. È particolarmente impegnato nella vertenza contro il Piano Strategico dei Musei del Comune di Bologna: denuncia una carenza cronica di personale, la mancanza di trasparenza e misure economiche che erodono servizi culturali, come l’educazione museale. Promotore di forme di protesta innovative come lo “sciopero al contrario” nei musei, durante il quale i lavoratori hanno lavorato in un giorno di riposo per sensibilizzare la cittadinanza sulla “morte della cultura” o “Mi rivolto nella tomba” un gesto simbolico al cimitero monumentale della Certosa in cui i dipendenti hanno organizzato una “visita guidata ribelle” tra le tombe di grandi figure culturali bolognesi (come Giorgio Morandi, Carducci, Gozzadini), sottolineando che «anche loro si rivolterebbero nella tomba» di fronte alla situazione attuale. Tabellini ha inoltre criticato apertamente l’amministrazione comunale per la progressiva esternalizzazione del lavoro culturale, per la scarsità di assunzioni e per la riduzione delle tutele sindacali, evidenziando come il personale non specializzato faccia fatica a garantire il buon funzionamento dei musei.
Il nodo del salario accessorio
Il salario accessorio è fermo da 15 anni, nonostante in questo arco di tempo:
• i servizi si siano ampliati,
• le complessità siano aumentate,
• la città sia cresciuta,
• e soprattutto il potere d’acquisto dei dipendenti pubblici sia crollato.
Di fronte a tutto questo, l’amministrazione presenta come “generoso” un aumento di 2,4 milioni. Perché questa è la cifra vera, quella che finisce effettivamente in tasca ai lavoratori: i 3,2 milioni sbandierati pubblicamente (con una mossa da piazzista di pentole) includono IRAP e oneri riflessi, che però non rappresentano salario.
Noi assieme a diverse altre sigle sindacali chiediamo 5 milioni, una cifra che in proporzione rappresenta lo 0,64% per cento del bilancio comunale, e quindi è evidentemente e totalmente sostenibile. E molto al di sotto del limite del decreto PA del 14 marzo 2025, che – dopo più di un decennio di sostanziale blocco della contrattazione decentrata – permette da quest’anno una aumento fino al 48% rispetto alla spesa complessivamente sostenuta nell’anno 2023.
Quelli proposti dall’A.C. non raggiungono l’8%, a fronte di un’inflazione che negli ultimi 3 anni ha superato il 17%!
Insomma, è evidente come ci sarebbe ampio margine per un minimo recupero del potere d’acquisto.
Il secondo fronte: la crisi del personale
La carenza di personale non è un accidente: è il prodotto di una strategia di riduzione indistinta, che negli anni ha assunto il carattere di un dogma politico più che di una necessità contabile.
I numeri lo certificano senza possibilità di equivoci:
• 2018: 4.454 dipendenti
• 2024: 4.144 dipendenti
• trend previsionale 2027: 3984 dipendenti
Una perdita netta di oltre 300 persone (il 7,5% in meno in soli 5 anni) e con un trend in calo anche per i prossimi anni, in un’amministrazione che a parole è il “fiore all’occhiello” e dovrebbe essere il motore della città, ma che è ridotta ad una macchina da ridurre a tutti i costi.
È paradossale che oggi il Comune sostenga che “non ci sono risorse per assumere”, quando in realtà la spesa del personale diminuisce ogni anno perché ci sono meno dipendenti.
Le criticità recenti
Negli ultimi mesi il quadro si è aggravato per due motivi:
1. Il Comune sta conteggiando nei bilanci costi futuri di rinnovi contrattuali nazionali
non ancora esistenti.
Questo permette alla Giunta di ridurre artificialmente il margine disponibile per il personale, creando un vincolo inesistente.
2. La comunicazione verso i lavoratori è diventata un’operazione di marketing politico.
Le lettere sulla produttività e sul fondo decentrato sono state inviate prima ai giornali e solo dopo ai dipendenti. È un modo di costruire consenso esterno a scapito del confronto interno, e contribuisce a delegittimare il ruolo dei lavoratori pubblici.
sul carico di lavoro dei dipendenti?
Assunzioni insufficienti, turnover negativo
Nel PIAO per il 2024 il Comune registra 220–230 cessazioni (uscite per pensionamenti o trasferimenti verso altri enti)
Prima dello sciopero del 6 novembre, il piano assunzionale ne prevedeva 145. Solo dopo la mobilitazione è stato aumentato a 200, cifra comunque insufficiente:
• significa chiudere l’anno con 20–30 persone in meno (turn-over ridotto all’85%);
• significa diminuire la spesa del personale invece di stabilizzarla;
• significa mandare avanti i servizi in condizioni sempre peggiori.
Effetti concreti sul lavoro e sui servizi
Gli effetti sono devastanti e ormai sotto gli occhi della città:
• nei servizi 0-6, il livello di stress è altissimo: organici dimezzati e carichi di lavoro che aumentano con bisogni educativi sempre più complessi;
• nella cultura, le sedi funzionano grazie a turni straordinari e personale più che dimezzato da
15 anni a questa parte e che copre più funzioni;
• nei servizi sociali, l’ondata di precarietà abitativa, povertà e violenza si scontra con un
organico insufficiente e con contratti precari che impediscono continuità;
• i servizi tecnici e di progettazione sono rallentati perché mancano professionalità essenziali,
aggravate dal blocco degli incentivi e chi può se ne va (buon ultimo proprio il Capo
Dipartimento dei Lavori Pubblici, Cleto Carlini, recentemente trasferitosi in Regione)
• nei servizi al pubblico, l’insicurezza e l’aggressività aumentano proprio mentre il personale
diminuisce.
È un circolo vizioso: meno personale → maggiori carichi → maggior stress → più dimissioni →ancora meno personale.
I numeri dicono altro:
Il limite sulla spesa del personale è attualmente il 28,8% del rapporto tra entrate correnti del Comune e spesa per il personale. Questo limite ideologico (ma avallato in maniera bipartisan) deriva dalla normativa attuale, in
particolare dall’art. 4 c. 1 del Decreto Ministeriale del 17 marzo 2020 ed è assurdo perché è il parametro che determina le possibilità assunzionali. Un circolo vizioso da manuale, in cui se un Comune dimostra di spendere il meno possibile in salari (ricorrendo massicciamente alle esternalizzazioni i servizi), più è considerato “virtuoso” e quindi degno di poter assumere solo chi dimostra nella capacità di spendere il meno possibile in salari.
Tale soglia prevede nel 2025 per il Comune di Bologna un tetto massimo possibile di 189 milioni, mentre la spesa attuale è di 175 milioni. Ciò equivale a un margine reale di 14 milioni.
In più, il PIAO segnala per il solo 2024 un margine tecnico ulteriore di 5,24 milioni. Dove sarebbe, dunque, l’impossibilità?
Il punto è come si costruiscono i bilanci L’amministrazione con la scusa della “sostenibilità futura” (anche dopo 15 anni di blocco del salario accessorio e circa 50 milioni di € persi dai dipendenti, l’alibi ideologico dell’austerity è troppo
comodo per rinunciarvi), inserisce tra i costi anche gli aumenti contrattuali futuri non ancora firmati, sia quello di quest’anno che addirittura quelli del prossimo triennio.
E così facendo riduce artificialmente (e doppiamente) il margine, perché da un lato aumenta il denominatore del rapporto spesa corrente / spesa per il personale, mentre sulle entrate correnti oppone stime per gli anni futuri ultraprudenziali (addirittura in calo), autoimponendosi limiti più rigidi di quelli reali.
Tutte le sigle sindacali oppongono altre cifre e anche i conteggi più prudenti stimano un margine di manovra di almeno l’1% rispetto al 28,8%.
Il problema è che non c’è mai stata una vera e propria trattativa, ma sempre e solo un arrogante “prendere o lasciare”.
Il tutto a testimoniare lo scarso rispetto nei confronti del lavoro, ma soprattutto che questa scelta non è tecnicamente obbligata, come tutti i consiglieri di maggioranza si sono affannati oggi a ribadire nella seduta odierna del Consiglio Comunale in cui hanno votato all’unanimità la variazione di Bilancio che approva e certifica la cifra stanziata dalla giunta.
È politica.
Ed è politica anche la decisione di privilegiare investimenti, grandi opere, appalti esterni e consulenze delle Fondazioni (in cui i trend assunzionali e di spesa sono invece in costante aumento, anche a costo di creare buchi di bilancio), mentre sui servizi quotidiani si fa austerità.
rinvii?
Il caso emblematico del tavolo post-sciopero
Al tavolo successivo allo sciopero del 6 novembre, il Sindaco è arrivato, ha pronunciato un breve intervento introduttivo e… è sparito al telefono, senza tornare.
Il segnale politico è chiarissimo: non c’è volontà di trattare davvero. Una proposta ridicola
La proposta politica era addirittura peggiore di quella tecnica che ben due cortei di tutte e 10 le sigle sindacali rappresentate in Comune hanno rigettato.
L’A.C. si è presentata al tavolo con il Direttore Generale che, prima ha esplicitato che per fosse
stato per lui non si sarebbe dato nulla quest’anno “per tenere puliti gli indicatori”.
Poi ha buttato sul piatto 2,2 milioni.
Meno della cifra per cui si era scioperato.
E dopo una pantomima di “conteggi”, è arrivato ai famosi 2.441.000 €, che equivalgono a 1,5 € lordi al giorno a dipendente.
Non si può chiamare trattativa: è un tentativo di presa in giro.
Giusto per dare un’idea: la Città Metropolitana di Firenze ha stanziato 1.800.000 € per il fondo. Più o meno come il Comune.
Ma per 430 dipendenti! D’altronde, anche la Città Metropolitana di Bologna (stesso Sindaco, stesso Direttore Generale del
Comune) ha appena firmato un fondo di circa 500.000 €.
Per 400 dipendenti. 10 volte meno del Comune.
E se si prova a moltiplicare 500.000 € x 10, risultano proprio i 5 milioni che chiediamo.
Il che – contrariamente a quanto affermato oggi dal Capo di Gabinetto Lo Giudice e ribadito dal consigliere Piazza che lo hanno usato per affermare – con sprezzo della logica – “che se il Sindaco potesse li darebbe”, dimostra invece solo una cosa: che – indirettamente – anche la parte politica ritiene che quella richiesta dai sindacati sia la cifra minimamente dignitosa.
La partecipazione è stata ampia, vivace, e soprattutto consapevole: i lavoratori hanno capito che la narrazione Comune = “parte debole che non ha risorse” non regge più. C’è stato un salto di maturità collettiva: oggi c’è più coraggio nel dire che la crisi dei servizi non è colpa dei lavoratori, ma delle scelte politiche fatte negli ultimi anni sul personale.
una città orientata sulle grandi opere più che sui grandi servizi.
• Tram, infrastrutture, progetti urbanistici, fondazioni, partecipate: tutto questo assorbe
energie politiche e risorse economiche.
• Nel frattempo i servizi ‘di base’ — sociali, educativi, culturali, tecnici — soffrono per
mancanza di personale.
C’è uno scarto sempre più evidente tra la città delle inaugurazioni e la città dei servizi quotidiani. E quando devi scegliere dove mettere i soldi, la politica vera emerge: il Comune sceglie il tram prima del salario dei dipendenti, la grande opera prima dell’educativa, la consulenza esterna prima della professionalità interna.
1. Aumento della parte stabile del Fondo di 5 milioni a partire dal 2025
Non spalmati, non condizionati, non costruiti su promesse future.
Perché servono a finanziare tutto ciò che da anni è fermo:
• progressioni economiche orizzontali (oggi un lavoratore aspetta fino a 7 anni per un
avanzamento salariale minimo)
• progressioni verticali,
• incentivi,
• riconoscimento delle responsabilità crescenti.
2. Turnover al 100% e piano straordinario di assunzioni
Non possiamo più permetterci di perdere altre 20–30 persone l’anno.
Ne servono altre, in particolare nei settori più in crisi:
• servizi educativi 0–6
• cultura
• sociale
• servizi tecnici e amministrativi
• front office e relazioni con il pubblico
E i margini di compromesso?
Una trattativa si fa su
• basati su numeri veri,
• garantiti nel bilancio,
• non fondati su previsioni fittizie,
• non rimandati a un “vedremo nei prossimi esercizi finanziari”.
Questo – per volontà dell’A.C. – non c’è stato.
Per questo la vertenza continua, a partire dallo sciopero di venerdì 28 novembre di tutte le sigle sindacali di base.