I. La città che si veste di verde
Nella zona nord-ovest di Bologna c’è una vasta area identificata come Comparto Bertalia-Lazzaretto. Sono 73 ettari, un tempo agricoli e poi sfruttati per attività estrattive, dove circa 25 ettari risultano edificati o già cantierizzati, tra edilizia privata, università e studentato. Il resto conserva ancora spazi nei quali la vegetazione ha ripreso il proprio posto.
È proprio qui che dovrebbe sorgere il nuovo Ecodistretto Bertalia-Lazzaretto: circa 200 appartamenti di edilizia residenziale sociale nell’area a ridosso di via Agucchi, occupando circa 2 ettari di suolo, oltre alle superfici necessarie a strade, rotonde e vie accessorie.
Fin qui, numeri. Poi arrivano le parole.
La sostenibilità comincia dal vocabolario
Il progetto vincitore del concorso internazionale promosso dal Comune viene raccontato dai progettisti come una “visione pionieristica” capace di coniugare edilizia sociale, sostenibilità ambientale e innovazione urbana. Si parla di architettura, natura e comunità integrate in un ecosistema urbano “resiliente”; di rigenerazione urbana e sociale; di un nuovo paradigma dell’edilizia sociale; di un grande cortile urbano completamente pedonale fatto di “stanze aperte”.
Il progetto promette infrastrutture verdi e blu, mitigazione del microclima, gestione degli eventi estremi, biodiversità e rapporto con Reno e canale della Ghisiliera.
È un lessico impeccabile.
Talmente impeccabile da meritare una domanda semplice: quanto di tutto questo dipende dal progetto e quanto dal territorio sul quale interviene?
Perché progettare un edificio che consumi meno energia e conservare un sistema naturale sono due cose diverse. Confonderle significa spostare la discussione.
Il verde raccontato e il verde esistente
Il punto non è contestare l’edilizia sociale o l’edificio efficiente, ma capire che cosa viene considerato quando si decide dove costruire. Nel racconto dell’Ecodistretto il territorio appare come una periferia da trasformare in un “motore di rigenerazione urbana e sociale”. Ma la stessa area viene descritta nel testo di partenza come uno spazio nel quale la Natura ha ripreso il proprio posto e che offre già funzioni importanti per la città: mitigazione climatica, depurazione dell’aria e prevenzione del rischio alluvionale.
E qui compare una delle parole più interessanti: rigenerazione.
Rigenerare significa restituire vita a qualcosa che l’ha perduta. Ma cosa succede quando quel territorio non è morto? Quando, dopo attività agricole, estrattive e abbandono, ha sviluppato spontaneamente nuove forme di vita?
Forse il problema nasce proprio da qui: la città tende a riconoscere valore a un territorio soprattutto quando quel valore è stato progettato, disegnato e infine rappresentato in un rendering.
Un prato spontaneo diventa “area incolta”. Un bosco che cresce senza progetto può apparire come un vuoto urbano. Una superficie non edificata diventa una riserva di potenziale trasformazione.
Il progetto, invece, arriva con il proprio vocabolario: comunità, resilienza, biodiversità, natura, sostenibilità.
Il verde progettato possiede persino una didascalia.
Quando il progetto prende in prestito la Natura
Basta osservare il meccanismo.
Un’area viene trasformata. La trasformazione viene accompagnata da elementi verdi. Gli edifici vengono descritti come efficienti e flessibili. Gli spazi aperti vengono costruiti intorno a concetti ecologici. Il progetto assume così un’identità ambientalmente positiva.
Ma una cosa non sostituisce automaticamente l’altra.
Un sistema di alberi piantati, un giardino o una rete di infrastrutture verdi possono produrre benefici ambientali. Il problema nasce quando questi benefici fanno dimenticare la trasformazione fisica del suolo e degli ecosistemi presenti.
È la differenza tra aggiungere verde e conservare Natura.
Possono convivere, ma non sono la stessa cosa.
La questione diventa ancora più importante quando la vegetazione spontanea ha avuto il tempo di intrecciarsi con suolo, acqua e altre forme di vita.
A quel punto la domanda non è più soltanto “quanto sarà verde il nuovo quartiere?”.
La domanda è: che cosa c’è oggi, e quali funzioni perderemo trasformandolo?
Un rendering non è un ecosistema
Il progetto usa la Natura anche come dispositivo narrativo. Nature-based solutions, specie autoctone, biodiversità, rapporto con il fiume diventano parte integrante dell’immagine dell’intervento.
Ma un rendering ha una caratteristica precisa: mostra il futuro secondo l’ordine deciso dal progettista.
Un ecosistema funziona diversamente. Non ha un masterplan e non decide in anticipo quali relazioni si creeranno tra suolo, vegetazione e altre forme di vita.
Per questo la parola “resilienza” può diventare ambigua quando viene applicata indistintamente all’architettura e alla Natura. Un edificio può essere progettato per adattarsi, consumare meno, durare più a lungo. Un ecosistema è un sistema di relazioni continuamente in trasformazione.
Da questa differenza dipende il modo in cui una città attribuisce valore al territorio.
Se consideriamo il verde come una componente dell’architettura, allora può essere progettato, sostituito e compensato.
Se lo consideriamo come un sistema vivente, il problema cambia radicalmente.
La prima domanda
Il primo episodio non riguarda ancora il giudizio sul progetto. Riguarda il linguaggio con cui viene raccontato. Una città può costruire edilizia sociale, migliorare l’efficienza energetica e progettare infrastrutture verdi. Ma deve riconoscere che il territorio sul quale interviene non è una pagina bianca. Prima del rendering c’è il suolo. Prima della “natura urbana” progettata c’è la Natura che, in parte, è già lì. La domanda, allora, non è soltanto quanto sarà verde il progetto, ma quanto valore abbia ciò che non abbiamo ancora costruito. Nel prossimo episodio entriamo dentro quel “verde” che il progetto promette di reinterpretare. Perché un bosco non è un insieme di alberi. È un sistema.
Foto di Dante Regazzi